Dove va la Turchia? Viene verso l’Europa o sta per essere risucchiata
dal mondo islamico? E che tipo di Islam sarà quello turco, moderato e dialogante come lo è oggi quello di Erdogan o pericolosamente
simile a quello iraniano e pakistano? Questi interrogativi si rincorrono e si accavallano da mesi nelle diplomazie occidentali e nel mondo dei mass media. Prima e dopo il referendum costituzionale del 12 settembre. La risposta di un analista turco di grande lucidità ed esperienza come Soli Ozel è che i timori occidentali sono in gran parte infondati. Per Ozel la Turchia, che sta crescendo a una velocità tripla rispetto ai Paesi europei, sta semplicemente cercando di svolgere un ruolo autonomo nell’area. L’ambizione è quella di diventare una “potenza regionale” in grado di dialogare alla pari sia con l’Occidente che con il Medio Oriente, con l’Iran in particolare. Ci riuscirà o no? Molto dipende anche da quello che faranno gli altri protagonisti della scena mondiale, a partire dall’Europa.
Questo numero di east si occupa anche di un altro tema di portata storica: la Cina che comincia a scioperare. Non occorrono molte parole per dire che le conseguenze di una simile tendenza, qualora prendesse piede e non venisse stroncata sul nascere, sarebbero incalcolabili per tutto il mondo globalizzato.
Il Dossier è invece dedicato ai flussi e ai riflussi demografici. Non è la prima volta che la rivista se ne occupa, ma è certamente la prima volta che lo fa guardando non tanto all’oggi quanto al medio e lungo termine. Tra i reportage meritano una segnalazione quelli di Matteo Tacconi sulla guerra dell’oppio e di Antonio Picasso sui cristiani copti egiziani.
Infine una piccola rettifica. Sul numero scorso, nel breve testo di accompagnamento del portfolio fotografico di Monika Bulaj, si parla di “sciiti” anziché di “sciti” con una sola i. Si è trattato di un refuso. All’epoca degli achemenidi non c’era ancora l’Islam e nemmeno la sua minoranza sciita.
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