La politica torna al centro dell’attenzione in Turchia, con possibili effetti di più lungo periodo sull’economia: domenica prossima, 12 Settembre, si vota per il referendum che ha per oggetto le modifiche costituzionali proposte dal governo Erdogan. In particolare gli emendamenti oggetto del voto tendono a ridurre il potere dell’apparato giudiziario e dell’esercito: #1 verrà modificato il processo di selezione dei membri della Corte Costituzionale e di altri organi; #2 i livelli più elevati dell’esercito finiranno sotto la giurisdizione della Corte Suprema e non più dei tribunali militari.
La data del referendum è carica di implicazioni simboliche: il 12 settembre del 1980 segnò il colpo di stato dei militari e le sue sanguinose conseguenze. Inoltre, l’attuale costituzione turca è stata ratificata in un referendum nel 1982, proprio durante il regime militare del 1980-’83; è stata però modificata più volte nel frattempo (incluse le modifiche del 2004, che hanno ridotto il peso dei militari nella vita sociale del paese e, tra le altre cose, abolito la pena di morte).
La crescita dell’economia turca è attualmente molto robusta: dopo la performance del primo trimestre (crescita dell’economia dell’11.7% a/a), secondo le nostre stime la Turchia sarà quest’anno molto probabilmente il paese a più alta crescita d’Europa e tra i primi 15 al mondo (pur tenendo in considerazione l’atteso rallentamento dei prossimi trimestri). Una performance economica di tutto rispetto è attesa anche per il 2011, con la crescita del PIL che potrebbe risultare nuovamente superiore al 5%. L’inflazione non è più a doppia cifra e la valuta è in fase di rafforzamento da parecchi mesi. I conti pubblici rimangono sotto controllo, una situazione estremamente migliore di quella di altri paesi europei (il rapporto debito/PIL è quasi la metà di quello medio di Eurozona). Non è un caso che il rischio-paese della Turchia, se misurato ad esempio attraverso i contratti CDS, sia attualmente inferiore a quello attribuito alla Spagna e all’Italia.
Un “SI” al referendum ottenuto con un ampio margine rappresenterebbe una sorta di voto di fiducia per il governo ed il Primo Ministro, ed un segnale importante in vista delle elezioni del 2011. E dopo il referendum, il clima politico potrebbe nuovamente raffreddarsi. Un “NO” rappresenterebbe una sconfitta netta per la compagine di Erdogan (a maggior ragione se di ampie proporzioni) e potrebbe avere implicazioni, seppure non drammatiche, in vista delle elezioni del 2011. Il diminuito consenso potrebbe spingere verso la necessità di governi di coalizione dopo le elezioni del 2011 (la probabilità di elezioni anticipate in questo scenario non è però elevata).
Quali sono le strategie economiche da adottare nel mercato globale che cerca di uscire dalla grave crisi economica?
Quali i principi che devono servire da bussola nel guidare le scelte degli attori della scena finanziaria planetaria?
Cheng Siwei, ex vicepresidente del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo (la piĂą alta istituzione statale e l'unica camera legislativa della Repubblica popolare cinese), illustra nell'articolo cui si rimanda alcune possibili soluzioni, improntate all'equilibrio e al compromesso, come suggerisce l'antica filosofia cinese Un punto di equilibrio che va ricercato, a maggior ragione dopo gli scompensi originati dalla crisi, fra crescita e sostenibilitĂ della stessa, da un punto di vista ambientale e sociale.
 Quali sono gli strumenti grazie ai quali la Cina degli ultimi anni si sta affermando come potenza economica nel mercato globale?
I piani di riforma lanciati da Deng Xiaoping in tre decenni hanno portato il Paese del Drago ai vertici degli scambi planetari. Ma il successo non è dovuto solo a fattori demografici o culturali, ma soprattutto alle capacità degli imprenditori cinesi.
In tal senso è interessante leggere l'articolo pubblicato sul quotidiano China Daily, cui si rinvia per un approfondimento di questa prospettiva attraverso cui interpretare il crescente boom del gigante asiatico.