In Iran si continua a morire per un’idea di democrazia che non sarà forse maggioritaria ma che coinvolge strati sempre più ampi della popolazione. In Cina Google minaccia di andarsene per non fare harakiri sottoponendosi a censura.
In Afghanistan i talebani non smettono di ricattare le famiglie che vogliono mandare a scuola le loro bambine. In Angola gli oppositori del regime si fanno pubblicitĂ prendendo a mitragliate il pullman della squadra del Togo.
Sono soltanto esempi tratti dalla cronaca piĂą recente. La violenza politica, la negazione dei diritti fondamentali della persona, la repressione ottusa di qualsiasi forma di dissenso critico e di opposizione sociale e politica sembrano sempre piĂą caratterizzare questa fase della globalizzazione.
Quest’anno l’Unione europea si mostrerà con un nuovo volto è sicuramente anche con un doppio vertice, costituito da un presidente, Hermann von Rompuy, e da un ministro degli Esteri, Catherine Ashton. Entrambe le posizioni sono state create allo scopo di dare all’Ue maggiore visibilità e una voce più omogenea di fronte al mondo. Il Trattato di Lisbona, inoltre, ha determinato la creazione di un Servizio Europeo per l’Azione Esterna. Che cosa significherà tutto questo per l’Europa? La sua trasformazione in una potenza mondiale? In che modo l’Ue si collocherà tra le altre potenze, in un mondo globale e sempre più multipolare? Con le sue nuove strutture e posizioni, le verrà dato credito, oppure von Rompuy e la Ashton verranno ridotti a figure di pura rappresentanza e il vero impulso sulla politica estera continuerà a provenire dalle capitali nazionali? Sono passati quasi quarant’anni da quando Henry Kissinger chiese che gli europei avessero un unico numero telefonico: la battuta ha l’età di Matusalemme. Ma l’Unione europea è stata tenace, e alla fine ce l’ha fatta. E non si tratta di un solo numero, ma di due: anzi, se si prende in considerazione anche la Commissione, sono persino tre.
Anche se ci si chiede se il presidente Barack Obama li comporrĂ mai.
Il problema del miglioramento dei meccanismi istituzionali della governabilità globale è oramai al centro dell’attenzione della comunità mondiale.
Sulla necessità di rafforzare gli strumenti necessari per fronteggiare le grandi sfide che sono di fronte a noi, in primo luogo il riscaldamento del pianeta, non vi sono voci autorevoli che si dichiarino contrarie. Ma quando si passa dalle dichiarazioni generali all’attuazione delle misure necessarie, la molteplicità delle posizioni rende molto difficile la realizzazione di progressi significativi.
Ci sono voluti diciotto anni di Protocollo di Kyoto, due anni di Road Map decisa a Bali, decine di riunioni preparatorie, per veder fallire la Conferenza di Copenaghen, a dispetto di tutte le “dichiarate” buone intenzioni. Fattori economici, esigenze di politica interna, crisi finanziaria economica globale sono tra i fattori che hanno influito negativamente, schiacciando la lotta alle emissioni di gas serra tra interessi particolari, imminenti scadenze di programmi economici, piani di sviluppo industriale e una crescente esigenza di energia al più basso costo possibile. Ma questo significa...
Nella vita della società russa fra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila si può scorgere un processo di crescente massificazione, senza una modernizzazione sul piano istituzionale.
In queste condizioni, il diffondersi di aspettative, richieste, stereotipi di valutazione, consumi di massa, ecc., non corona i processi di modernizzazione, ma li soppianta, li si-mula. La simulazione, compresa quella virtuale della politica, il suo carattere sempre più spettacolare, teatrale, è uno dei tratti fondamentali della vita socio-politica della Russia negli anni Duemila.