Zenzero e cannella si mescolano in un aroma che quasi punge il naso nel suq delle spezie. Mohammed è accovacciato sbilenco dietro il suo bancone,
mentre accarezza con la mano la piramide polverosa di semi di cumino. Ghigna cordiale al visitatore straniero. Gli fa cenno di sedersi per un bicchiere di tè. Le viuzze strette della Città vecchia ti scaraventano immediatamente in un’altra epoca. La bellezza di Sana’a, scriveva quarant’anni fa Pasolini, “ha una forma di perfezione irreale, quasi esaltante”. Nei quartieri storici sopravvivono funamboliche architetture. Le facciate color argilla s’incendiano all’alba e gli stucchi candidi che orlano rosoni dalle in?nite trame sembrano alleggerire le ?nestre. Ma si fa sentire sempre più la pesantezza di un clima da assedio. Il Nord vacilla per la tregua precaria tra forze governative e ribelli Houti, asserragliati al con?ne con l’Arabia Saudita. Il Sud è spazzato dai venti di secessione mai so piti dopo la riuni?cazione degli anni Novanta. A metà strada, cr esce la pr essione dei migranti: or mai oltr e mezzo milione quelli presenti, migliaia gli arrivi continui dal Corno d’Africa. Le magiche leggende della r egina di Sa ba e la storia millenaria di questa terra cedono il passo a una contemporaneità complessa e di ardua decifrazione. Il Paese più povero del Golfo Arabo strizza l’occhio all’Occidente, ma fatica a gestire i sussulti di radicalismo sul suo territorio. Qui le rivendicazioni tribali e le secolari contrapposizioni tra clan locali rischiano di coincidere con la crescente attività di gruppi terroristici che rendono pubblica la propria af?liazione al franchising di al Qaeda. Tutto si mescola, proprio come le fragranze sulle bancarelle del suq.

Ribelli e petrolio
Poco distante dal mercato delle spezie, nella parte moderna della città, va in onda sullo schermo di un piccolo 15 pollici la guerra silenziosa del Nord. Le rare immagini del con?itto che lambisce l’Arabia Saudita rimbalzano sulle frequenze della tv di Stato in questo negozietto di televisori vicino a piazza Midan al Tahrir. I passanti si chiedono che ne sarà della popolazione di quelle zone. La risposta è che oltre 250mila civili – secondo stime dell’Onu – sono sfollati altrove. All’aeroporto di Sana’a il volo per Aden della Felix Airways attende il via libera dalla torre di controllo. Ma sulla pista di decollo cede la precedenza a due jet militari, diretti con tutta probabilità verso la provincia settentrionale di Saada dove, ad agosto 2009, era tornato a in?ammarsi un con?itto latente da cinque anni lungo la frontiera del regno saudita, principale esportatore di petrolio al mondo. Il br eve scon?namento dei ribelli yemeniti ha provocato nei mesi scorsi la dura reazione delle tr uppe della dinastia di Riad, schierate a ? anco delle for ze governative dello Yemen nell’indifferente silenzio mediatico inter nazionale. Dopo mesi di violentissimi scontri tra insorti ed esercito governativo, ora è in vigore un fragile “cessate il fuoco”. Ma i ribelli sciiti Houti continuano a denunciare la discriminazione sociale ed economica della loro comunità. E il cielo di Sana’a è solcato di continuo dal rombo degli aerei militari.

Arabia poco felix
L'Arabia, qui, non è più felix come nella notte dei tempi. La terra promessa, per i migranti d’Africa, è il regno saudita. Una terra, quella sì, resa felix dalle sue immense riserve di greggio. Vi lavorano già 5 milioni di stranieri. A loro si vuole aggiungere anche Noura Mohammed Hassin, una diciottenne che dimostra 14 anni. Ha le unghie decorate con l’henné, viveva a Burhakaba, non lontano da Mogadiscio: «Voglio arrivare in Arabia. Mia zia ha trovato lavoro a Gedda, la devo raggiungere». Di solito le somale vengono assunte clandestinamente come donne delle pulizie. «Mi va bene qualsiasi impiego, pur di non restare in Somalia dove ormai non c’è più sicurezza per nessuno», insiste Noura. Ma c’è chi dall’Arabia Saudita è già stato rimandato a casa: Alima Issak, 40 anni, lavorava a Riad come colf. «La polizia saudita mi ha arrestato per strada e rimpatriato in aereo a Mogadiscio». Si aggiusta i capelli sotto il niqab, il velo blu scuro. La incontriamo nel centro di transito dell’Onu a Mayfaa, a una trentina di chilometri dalle coste dell’Oceano Indiano. Lungo le spiagge da cartolina che si affacciano sul Golfo di Aden sbarcano decine di migliaia di migranti dal Corno d’Africa ogni anno. Per Alima è la seconda volta. Dopo la deportazione in Somalia, è ripartita con inesauribile coraggio per lo stesso rischioso itinerario. Di nuovo ha pagato un centinaio di dollari agli sca?sti per l’identica traversata verso la Penisola Arabica. Ha lasciato sei ?gli a Mogadiscio e due, i più piccoli, af?dati a un parente in Kenya. «Devo trovare presto un lavoro – dice – perché a casa tutti aspettano i miei soldi».

Attraversando il Golfo di Aden
«Stavamo impacchettati l’uno sull’altro, senza poterci muovere», racconta Mohammed, un ragazzo magrolino con le guance scavate. La maglietta è stropicciata come la sua faccia dopo ventotto ore di traversata. È appena sbarcato ad Ampus Coast. Questo litorale candido sembra un paradiso, soprattutto per chi fugge dall’inferno della Somalia. Sulla stessa boat people viaggiavano una sessantina di altri somali. Noura Hassan, 28 anni, ha viaggiato insieme a una sorella e due fratelli. Hanno sborsato ai traf?canti 120 dollari a testa. Adesso sorride. Ma in barca «è stato davvero terribile. Avevo paura e ho pregato». Sotto un foulard a ?ori il suo viso tondo ritrova il sorriso. E adesso, dove andrà? «Ovunque ci sia una vita normale», risponde senza pensarci due volte. Viene da Merca, nel Sud della Somalia, dove gli estremisti di al Shebab controllano il territorio ormai da tre anni. Ma almeno, stavolta, i “passeggeri” sono sbarcati vivi nello Yemen. «A volte gli sca?sti somali li buttano in mare a centinaia di metri dalla riva», spiega Said Hajj Mohammed, dell’organizzazione locale Shs impegnata nell’assistenza ai profughi. «Chi non sa nuotare, rischia di annegare». Nel 2009 è successo, troppe volte: 376 tra somali ed etiopi non sono arrivati sulla spiaggia. O vi sono arrivati cadaveri. Gli altri, i sopravvissuti, ricevono una primissima assistenza in una sorta di grande capannone a Mayfaa Agiar. Ora stanno per essere trasportati su due camion verso un centro di transito dell’Onu. Sono partiti da Elayo, il piccolo porto vicino alla città di Bossasso, divenuto da anni la capitale dell’esodo somalo.


Il cimitero dei migranti
Un mucchio di sassi allineati delimita la tomba numero 46, le cifre scritte con vernice azzurra su una semplice stele bianca. Qui sotto giace un ragazzo somalo di 30 anni. «I testimoni dicono che è stato gettato in mare prima dello sbarco. Probabilmente non sapeva nuotare», osserva Yaya Oumar, il custode del cimitero dei migranti di al Amra. «L’abbiamo ritrovato due giorni dopo la segnalazione della scomparsa. Abbiamo la foto, ma non sappiamo ancora il suo nome». Mostra il registro di questa Spoon River dei profughi, a 300 metri da un oceano di cobalto che oggi è piatto come una lastra di marmo. Ci sono già quattro fosse scavate, pronte per accogliere altri migranti in fuga dal Corno d’Africa. Altre centinaia sono seppelliti altrove. Qualche volta direttamente sulla spiaggia. Il numero di morti si calcola per sottrazione dai superstiti. Età, dati anagra?ci, provenienza. Dettagli utili per identi?care i corpi. Nel 2009, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) ha censito quasi 75mila persone in arrivo sulle coste dello Yemen: oltre 32mila somali, scappati da una guerra in?nita, e più di 42mila etiopi, fuggiti da siccità, povertà e persecuzioni politiche. Un esodo che non ha eguali al mondo e che va crescendo dopo la “chiusura” di Lampedusa e dello sbocco verso il Mediterraneo attraverso la Libia. Per molti migranti, la rotta verso l’Italia è diventata impraticabile a causa del rafforzamento dei pattugliamenti libici e dei respingimenti da parte italiana. Così si continua a fuggire, ma cambiando rotta. Qui i somali vengono riconosciuti immediatamente come rifugiati. Gli etiopi no, e diventano illegali se non si registrano. La maggior parte di loro preferisce non farsi identi?care. Semplicemente “sparisce”, anche dalle statistiche dell’Onu, con l’obiettivo di raggiungere il con?ne saudita o gli altri Stati ricchi del Golfo. Tutti, comunque, cercano una nuova vita e, soprattutto, un lavoro in uno dei Paesi arabi. Qualcuno prosegue verso il gigantesco campo profughi di Kharaz, a otto ore di viaggio. Altri si fermano a Basateen, il grande quartiere somalo di Aden, l’ex capitale dello Yemen del Sud.

Profughi nel deserto
Per raggiungere Kharaz si percorrono 130 chilometri di uno splendido nulla, tra spiagge algide e paesaggi lunari alternati a frammenti di deserto che si ergono in altissime dune. «È un posto isolato, scomodo, i profughi non riescono a svolgere attività lavorative. Questo favorisce l’assistenzialismo», ammette Cleophas Mubaginzi, tanzaniano, responsabile del campo dell’Acnur. «Qui ci arrivano anche molti migranti per motivi economici», osserva il funzionario Onu. Circa 14mila rifugiati sono disseminati tra casette di cemento divise per “blocchi” numerati, disposti intorno a una pompa d’acqua. Habiba, 34 anni, da otto abita al blocco numero 20 con i suoi tre ?gli. «Almeno qui loro possono andare a scuola». Sta preparando il riso ricevuto dal Programma alimentare mondiale. In un’altra zona del campo profughi – l’unico di tutta la penisola arabica – incontriamo Abdurahman Omar e la moglie, che stringe a sé un bimbo di 4 mesi. Sono scappati dal distretto etiopico di Harar perché sospettati di ?ancheggiare i ribelli Oromo. Mixed migration , la de?niscono gli esperti: non solo causata dalle persecuzioni politiche del governo di Addis Abeba, ma anche dalla forte siccità in molte regioni dell’Etiopia. Per rientrare verso Aden si percorre uno stradone considerato insicuro per i convogli stranieri. Altrove, lungo le meravigliose coste meridionali dello Yemen, si viaggia solo con la scorta. Da Mayfaa a Mukalla, il passaggio è consentito solo a chi accetta di rimpinguare le casse, ver osimilmente sguarnite, delle forze di sicurezza locali, cioè la polizia di ciascun governatorato, spesso suddivisa in base ai clan del posto. La scor ta dovr ebbe scoraggiare o prevenire attacchi da parte di bande locali. Invece è un lucrativo business a spese soprattutto delle or ganiz zazioni umanitarie internazionali che lavorano e transitano da queste parti. I cinque uomini che ci accompagnano per una quarantina di chilometri reclamano 8mila real, quasi 30 euro. Sulla jeep militare uno imbraccia una mitragliatrice pesante con tre cartucce nella bandoliera. A metà strada, cambio scorta e nuovo “pedaggio”, stabilito dopo un’accesa contrattazione. L’unico che tace è il funzionario del ministero dell’Informazione yemenita che ci accompagna. È stato appioppato al giornalista straniero dall’arrivo in aeroporto a Sana’a. Parla a stento in inglese. E ovviamente non apre bocca quando i militari del Sud impongono il loro balzello: è l’emissario di un governo che da queste parti non è quasi riconosciuto. Si ar riva ad al Mukalla. Poco lontano si spalanca la valle dell’Hadramout, da dove proviene anche la famiglia di Osama Bin Laden. Pur e il lor o capostipite Mohammed, come molti somali ed etiopi oggi, emigrò in Arabia Saudita in cer ca di for tuna. La tr ovò, diventando pr esto da manovale a imprenditore. La sua sterminata famiglia, a vario titolo, ha contribuito a modi?care il corso della storia dello Yemen e non solo.

Terzo fronte
Al Qaeda, qui, è un problema che esiste da anni. Ma è sembrato balzare improvvisamente all’attenzione planetaria solo quando il nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab ha tentato di farsi esplodere sul volo Amsterdam-Detroit lo scorso dicembre. Il fallito attentatore aveva studiato in una scuola di arabo nella capitale Sana’a. Poi era sparito per un periodo nelle vallate tribali yemenite, in un campo di addestramento del gruppo che qui prende il nome di “Al Qaeda nella Penisola arabica”. Alla ?ne del 2009, per qualche giorno, si è parlato dello Yemen come il terzo fronte della cosiddetta guer ra al terrore degli Stati Uniti. Un’espressione, quest’ultima, che nel frattempo Obama ha cancellato dal vocabolario della diplomazia di W ashington. Lo Yemen è un fedele alleato degli Usa, interessati a mantenere stabilità in un’ar ea cr uciale per la pr oduzione, ma anche per il passaggio, del petrolio. Il presidente Ali Abdallah Saleh, al potere dal 1978, ha accolto decine di ex detenuti di Guantanamo. Ma ora se li ritrova a capo di fazioni estremiste. Tanto che gli americani nei mesi scorsi hanno bombardato per due volte presunti accampamenti di terroristi. L’unico risultato tangibile dei raid sono stati i 62 morti civili nella provincia di Abyan e i 46 cadaveri a Shabwa. I leader locali di al Qaeda però restano vivi e attivi. A ?ne maggio un altro bombardamento ha di nuovo sbagliato bersaglio nella zona di Marib. Questa volta è stato ucciso il vice governatore, impegnato in una mediazione con cellule terroriste. Lo Yemen lotta contro un nemico che racchiude in sé antichi con?itti locali e nuove agende del terrore globale. Ed è solo una delle s?de di un Paese schiacciato dalle sue contraddizioni e da quelle impor tate dall’esterno. «Per noi però non ci sono alternative», osserva disincantato Mohammed, un diciottenne con gli zigomi color r uggine così pr onunciati che sem brano taglienti. Scappato da Mogadiscio, è sbarcato da poco nello Y emen. V uole diventar e un chir ur go: «Qui forse potrò studiare. Poi tornerò a casa a curare la mia gente», sospira. E i suoi occhi brillano come il sole che si ri?ette nelle acque del Golfo di Aden.


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