L'Ungheria è oggi un Paese alla ricerca di un proprio equilibrio democratico, tra il peso di un recente difficile passato che cerca di riscattare democraticamente e le pressanti richieste di una comunità internazionale che fatica a riemergere dalla crisi finanziaria. Bilancio di un Governo, quello guidato da Orbán, che in patria gode di un forte consenso, ma criticato all'estero per alcune iniziative legislative, in primis quella sulla libertà di stampa. E a preoccupare è anche l'agenda economica.
L'Unione europea di fronte all'eccezionalità magiara
Non è facile tirare le somme di questi primi nove mesi di Governo Orbán. Notevoli erano le aspettative. Molte sono state soddisfatte, altre deluse. Diverse però le sorprese.
Con l'assunzione, da gennaio 2011, della guida della Presidenza di turno dell'Unione europea (Ue), questo Paese collocato al centro dell'Europa centro-orientale è tornato a destare clamore e ad attirare le attenzioni dei capi di Governo dei "vecchi" Stati membri, nonché dei maggiori quotidiani su scala internazionale. I motivi di tanto affanno "unionistico" sono molteplici e fra loro spesso non conciliabili.
Indubbiamente, la congiuntura sia economica sia politica in cui si inserisce la Presidenza ungherese dell'Ue non è delle migliori. L'Unione, da una parte, deve affrontare la ‘crisi del debito', l'urgenza di un meccanismo di supervisione finanziaria permanente, nonché di un ulteriore irrigidimento dei criteri di convergenza fiscale ma, dall'altra, rischia di far rallentare il processo di allargamento europeo ai Balcani occidentali. Spetta quindi all'Ungheria, in questo primo semestre, il compito di conciliare tutte le diverse esigenze, portando a termine i negoziati di adesione della Croazia con l'Ue, nonché includendo nell'area Schengen Bulgaria e Romania. Anche in questo caso permane il rischio che il sintomo della ‘stanchezza da allargamento' che tormenta la "vecchia Europa" possa avere la meglio.
Per quanto riguarda invece l'agenda politica ed economica dell'attuale esecutivo, gli obiettivi europei da ultimo citati ben si sposano con le priorità di politica estera dell'Amministrazione Orbán, considerando che l'area dei Balcani occidentali (in particolare Serbia e Croazia) disegna il confine meridionale della frontiera. L'interesse ungherese per una maggiore integrazione di questi Paesi nell'Ue va dunque da sé e si inserisce nella volontà del nuovo Governo, sia di ripristinare il prestigio del paese quale attore di rilievo nella regione danubiana, che di proseguire con gli obiettivi che ispirarono il primo mandato (1998-2002) del Primo Ministro Orbán, quali la garanzia di un'adeguata protezione delle minoranze ungheresi che risiedono nei Paesi confinanti. In quest'ottica si spiega l'approvazione parlamentare di una legge che facilita le condizioni per l'ottenimento della cittadinanza ungherese a favore di questa categoria (discendenti di cittadini dell'antico Regno d'Ungheria). Sebbene tacciata di nazionalismo da diversi osservatori esterni, la manovra non ha però suscitato lo stesso trambusto nei Paesi limitrofi se non per l'allora Slovacchia di Fico. Ai fini di un'equilibrata analisi della situazione è bene dunque che l'osservatore esterno tenga conto che la normativa in esame – e iniziative simili - si inseriscono in un contesto fortemente simbolico e specifico di un Paese alla ricerca di un proprio equilibrio democratico, teso fra il peso di un recente difficile passato che si cerca democraticamente di riscattare e le pressanti richieste di una comunità internazionale che fatica a riemergere dalla crisi finanziaria degli ultimi due anni e mezzo.
Questo tipo di constatazione non ci esime però da un atteggiamento critico nei confronti di iniziative legislative che, forti dell'eccezione democratica di un'amplissima maggioranza costituzionale in Parlamento, portano con sé il rischio di realizzare un'eccessiva concentrazione di potere da parte di questa maggioranza al Governo, ribaltando il principio democratico dei 'checks and balances'. Ci si riferisce, a titolo esemplificativo, all'approvazione parlamentare di una legge (novembre 2010) che limita fortemente il potere di giurisdizione della Corte costituzionale in materia fiscale o alla controversa legge sui media – all'esame della Commissione europea – che istituisce un organo di supervisione e di controllo (il Consiglio dei Media di nomina governativa) con ampi poteri.
Il fulcro dell'attenzione internazionale si è concentrato però, negli ultimi mesi, soprattutto sull'agenda economica dell'attuale Governo Orbán il quale ha sorpreso le istituzioni finanziarie internazionali, approvando misure ben lontane dall'ortodossia finanziaria washingtoniana e non percorrendo la ben più sperimentata strada delle misure d'austerità. L'Ungheria si è difatti distinta in quanto tra i primi Paesi a introdurre misure di tassazione straordinaria, non sulla popolazione, ma sulle istituzioni finanziarie e assicurative presenti nel Paese e su alcuni settori industriali specifici (energia, telecomunicazioni e settori retail), al fine di sostenere i rigidi obiettivi di deficit di bilancio concordati dal precedente Governo tecnico Bajnai con Fmi e Ue. Anche in questo caso, i metodi con cui alcune di queste misure sono state introdotte, per esempio la non adeguata consultazione dei settori industriali interessati, costituiscono elementi sicuramente discutibili. Tuttavia, non deve passare inosservato che l'Ungheria nel 2008 si trovava sull'orlo della bancarotta e che da anni l'allora esecutivo liberal-socialista non riusciva a migliorare la posizione fiscale del Paese (eccezion fatta per l'ultimo anno con il Governo tecnico Bajnai). La popolazione, inoltre, fu particolarmente segnata dalle mancate dimissioni dell'ex Premier Gyurcsány all'indomani della pubblicazione delle dichiarazioni in cui lo stesso Premier ammetteva a porte chiuse di aver mentito sulle reali condizioni finanziarie del Paese ai fini di una sua rielezione.
Tirando le somme, in un quadro di forti critiche per l'incisività sul settore privato delle misure adottate dal Paese, con l'approvazione della finanziaria 2011, l'Ungheria ha rispettato quanto richiesto dalle Istituzioni finanziarie internazionali e dall'Unione europea in termini di deficit di bilancio e politicamente ha una popolazione pienamente soddisfatta dell'operato dell'esecutivo come dimostrano i sondaggi. Certamente la sfida economica del Governo Orbán è tutt'altro che risolta e la sostenibilità fiscale nel medio termine non è ancora assicurata. Molto ora dipenderà dalla predisposizione di un adeguato piano di riforme strutturali (che dovrebbe essere annunciato a febbraio 2011 e necessario in particolare nel campo dell'educazione e della sanità). Da un punto di vista politico si spera, invece, che la guida dell'Ue, nonché l'appartenenza a questo progetto, calmi le derive decisioniste del Primo ministro Orbán e lo induca a tenere maggiormente conto dei pilastri che regolano il funzionamento di un ordinario sistema democratico.
Angelica Attolico
UniCredit Political Studies