L’esecutivo guidato da Viktor Orbán è stato costretto la settimana scorsa a fare un passo indietro ed a mostrarsi più accondiscendente nei confronti delle richieste avanzate negli ultimi due mesi dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Unione europea – favorevoli ad accordare al Paese una nuova linea di credito ma solo nella forma di un tradizionale programma “stand-by”, accompagnato da precise condizioni. Orbàn avrebbe invece preferito optare per una linea di credito possibilmente di carattere precauzionale, mostrando poca disponibilità a mettere in discussione quelle misure che fino ad oggi hanno suscitato a livello internazionale più critiche (da ultimo, la controversa legge di riforma della Banca centrale, approvata dal Parlamento a fine dicembre e considerata da FMI, Ue e BCE lesiva della sua indipendenza). Certamente, la grave reazione dei mercati dell’ultimo weekend (decisione di Fitch di portare a spazzatura il rating del debito sovrano ungherese e l’ulteriore indebolimento del fiorino rispetto alle valute straniere) è stata determinante nell’indurre il Governo a capitolare e dichiarare di essere pronto invece a discutere una linea di credito di "qualsiasi natura" e accettando implicitamente l’imposizione di nuove condizioni. La delegazione ungherese guidata da Tamás Fellegi ha difatti anticipato di qualche giorno il suo arrivo a Washington e avviato colloqui preliminari con in funzionari del FMI. A seguito di un incontro tenutosi il 12 gennaio con il Direttore del FMI Lagarde, quest’ultima ha ribadito che i negoziati per il prestito “stand-by” inizieranno una volta ottenuti risultati concreti a dimostrazione dell’impegno delle autorità ungheresi a garantire la stabilità macroeconomica del Paese, ripristinare la fiducia dei mercati internazionali e porre le basi per una crescita sostenibile. Da parte ungherese, Fellegi ha confermato la volontà dell’Ungheria ad adempiere a questi impegni.
Nel frattempo, la prossima settimana sarà decisiva anche perché la Commissione europea deciderà se avviare un’azione legale contro il Governo (che potrebbe tradursi in una querela da depositare alla Corte di Giustizia Ue o, nella peggiore delle ipotesi, per ora da escludersi, in possibili sanzioni ai sensi dell’articolo 7 Trattato Ue) cui è stato dato un ultimatum di 5 giorni (entro il 17 gennaio) per riportare quelle disposizioni costituzionali che si ritengono violino il diritto dell’Ue, in linea con il medesimo. Il Paese rischia anche una possibile sospensione dei Fondi di coesione (circa € 1,5 miliari) dal momento che la Commissione ha in settimana deciso di portare allo stadio successivo la procedura di ‘disavanzo eccessivo’ nei suoi confronti, ritenendo non sufficiente quanto fatto finora per correggere il proprio deficit in maniera ‘sostenibile’.
Pertanto, questo primo semestre del 2012 sarà decisivo per l’Ungheria. Non solo per assicurare la sua sopravvivenza dal punto di vista economico e in termini di credibilità internazionale, ma anche dal punto di vista della possibile sopravvivenza dell’esecutivo Orbàn. Non è da escludere un possibile rimpasto di Governo (che coinvolga figure chiave dell’esecutivo, compresa quella del Primo Ministro) quale conseguenza o condizione per l’ottenimento del prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione europea.
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