Sappiamo poco di quei posti dove spendiamo milioni di dollari per mantere il business della guerra, una macchina che si autoalimenta e autoprotegge. La felicità e la sicurezza degli afghani è quasi sempre l’ultima proccupazione. La nostra presenza sarebbe peraltro indispensabile se fossimo diversi e non chiusi sempre di più dentro i nostri bunker, sempre più pervasi da un senso di accerchiamento, dal timore di ciò che non si vede. Perché in Afghanistan il nemico non c’è, come fu per l’imperatore Dario che rincorreva gli sciiti per le steppe del Don. Puoi urlare come lui: «Fatevi vedere!», ma se non cammini per strada, se non vai nelle case degli afghani, oltre il vetro antiproiettile vedrai solo ombre, di patu, chapan, shalver kamiz, turbanti e burqa. Tutti uguali.
Monika Bulaj con la sua ricerca sull’Afghanistan ha vinto l’Aftermath Project Grant 2010/ Open Society Institute. Il lav oro presentato qui è un work in progress.