Da mesi la Polonia è al centro dell’interesse degli osservatori occidentali per la sua straordinaria performance economica. Pochi di loro, però, mettono in luce il fatto che la crescita economica è legata alla stabilità politica iniziata con l’arrivo al governo, nel 2007, di Donald Tusk, leader della Piattaforma civica (Po). Un passo ulteriore verso la stabilizzazione della scena politica è stata la vittoria (seppure di stretta misura) alle elezioni presidenziali del giugno 2010, di Bronislaw Komorowski, membro del partito di governo. Komorowski ha sconfitto Jaroslaw Kaczynski, ex primo ministro, fratello del defunto Lech e capo del partito Diritto e Giustizia (PiS). Il neopresidente ha annunciato che non abuserà del potere di veto, di cui il suo predecessore si era servito per bloccare gran parte delle proposte di legge avanzate dal governo di Tusk. Un aiuto al rafforzamento del governo è involontariamente venuto dallo stesso Kaczynski che, dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali, ha abbandonato i toni conciliatori della campagna elettorale e ripreso la retorica nazional-populista, con il risultato che i sondaggi danno il PiS in netto calo e alcuni dei suoi membri si stanno spostando verso la Po.
Sulla scena internazionale, Komorowski ha ribadito di voler proseguire sulla strada della cooperazione con l’Unione Europea e del miglioramento delle relazioni con la Russia, compromesse dalla politica dei gemelli Kaczynski. Nell’aprile dello scorso anno la decisione dell’ex presidente Lech di svolgere una commemorazione del massacro di Katyn, “parallela” a quella ufficiale a cui avevano partecipato Tusk e il presidente russo Putin, era stata impedita dal disastro aereo di Smolensk, che registrò la morte del presidente e di gran parte della élite politica e militare del Paese. Nel settembre di quest’anno la visita ufficiale del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, è servita a far ripartire il Comitato per la strategia della cooperazione russo-polacca, istituito nel 2001 e rimasto fino ad ora inattivo. Durante l’incontro tra Lavrov e il suo omologo polacco, Radoslaw Sikorski, sono stati discussi i problemi riguardanti la sicurezza europea, il regime dei visti per i cittadini russi diretti verso i Paesi dell’Ue, ma anche gli eventi del passato russo-polacco che ostacolano la riconciliazione tra i due Paesi. Lavrov, approfittando del fatto che la Polonia ricoprirà, nel 2011, la presidenza dell’Unione Europea, ha perorato la creazione di un “partenariato Russia-Ue per la modernizzazione”. La vittoria di Komorowski ha spinto il gruppo dei “liberali” della Po (di cui fa parte l’attuale presidente della Repubblica) a chiedere un’accelerazione delle riforme che il governo Tusk aveva messo in cantiere all’inizio della legislatura (ben 42 progetti di legge). I “liberali” criticano l’ingerenza dello Stato nell’economia, sostengono che si deve privatizzare il più possibile, abbassare le tasse e riformare la giustizia. Balcerowicz, ex ministro delle Finanze nei primi governi postcomunisti e guru dei liberali, così elenca i cambiamenti necessari per “modernizzare” il Paese: limitare gli aumenti salariali (soprattutto agli insegnanti), i congedi di maternità e la spesa pubblica per i salari, liquidare le agevolazioni fiscali per i figli. In Polonia sono ancora in vigore i sussidi ereditati dal regime comunista (come le agevolazioni nei trasporti), altri sono stati introdotti dopo il 1989 (come l’una tantum pagata, a prescindere dal reddito, alle madri alla nascita del primo figlio). Una delle riforme ritenute centrali è quella del sistema pensionistico, già oggetto di cambiamenti che hanno introdotto regimi di previdenza complementare e integrativa attraverso l’avvio dei Fondi pensione aperti (Ofe). Il sistema attuale è misto: una parte dei contributi dei lavoratori (nati dopo il 1968) viene versata agli Ofe, una parte al vecchio Istituto di previdenza sociale (Zus). Questo sistema è oggetto di critiche da parte di tutte le forze politiche. I “liberali” chiedono, in linea con quanto avviene in Europa, l’innalzamento dell’età pensionabile (attualmente è di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini), l’abolizione dei privilegi per gli appartenenti all’esercito e alla polizia e per gli agricoltori. Gran parte dei contadini (circa un milione e mezzo), infatti, riceve la pensione tramite il Fondo sociale di assistenza agricola finanziato per la quasi totalità dallo Stato che, nel 2008, vi ha versato quasi 16 milioni di zloty (quattro miliardi di euro). Alla pensione bisogna aggiungere l’assistenza sanitaria agli agricoltori, anch’essa (e a prescindere dai loro introiti), finanziata dallo Stato. Da sinistra (i socialdemocratici ma anche il Psl alleato di governo) chiedono di abolire gli Ofe e tornare al vecchio sistema statale, i liberali invece sostengono che solo l’abolizione dei privilegi ridurrà il debito pubblico del Paese, previsto al 54% del Pil nel 2011. Le ultime proposte avanzate dal ministero del Lavoro – abbassare la percentuale pagata agli Ofe e innalzare quella versata allo Zus durante il periodo lavorativo e lasciar decidere a chi va in pensione se incassare i contributi versati agli Ofe o passarli allo Zus – sono state attaccate come un modo “irresponsabile” di salvare la finanza pubblica.
Il problema è che le grandi riforme non hanno più il sostegno del gruppo dei fedeli di Tusk, né di Jan Bielecki, ex primo ministro ed ex entusiasta delle privatizzazioni, oggi capo del Consiglio economico e contrario alla vendita delle imprese statali “migliori”, né di Michal Boni, ex liberale, oggi impegnato ad aumentare le tasse. In un articolo sul settimanale Polityka, il ministro delle Finanze Jacek Rostowski (ex ultraliberista) ha definito “rivoluzionari romantici” i membri del partito che chiedono grandi cambiamenti strutturali, mentre in Polonia è tempo di “positivismo riformatore”, secondo il modello di Margaret Thatcher nell’Inghilterra degli anni Ottanta. Nel 2009, sostiene Rostowski, il governo ha limitato la possibilità di andare in pensione anticipata per le persone che eseguivano lavori “particolari”, mentre il problema dell’innalzamento dell’età pensionabile è stato risolto con le cosiddette “pensioni di raccordo”, grazie alle quali chi continua a lavorare oltre i 65 anni aumenta la propria pensione del 10%. Il ministro delle Finanze sostiene che l’aumento dell’Iva (Vat) dell’1% (dal 18 al 19%) per i prossimi tre anni, è l’unica misura necessaria all’economia polacca, che tale aumento non porterà ad un rialzo dei prezzi mentre farà arrivare 5-6 miliardi di zloty alle casse dello Stato. Il primo ministro ha potuto così annunciare pubblicamente che, nei mesi prossimi, vi saranno aumenti dei salari (in primo luogo per gli insegnanti) e delle pensioni, e che l’occupazione crescerà. La verità è che, come ammettono gli stessi appartenenti al governo, non si possono fare riforme contrarie alla volontà dell’elettorato polacco, soprattutto in periodo preelettorale (le elezioni amministrative si terranno in novembre, quelle parlamentari l’anno prossimo). Alla vigilia delle amministrative, i sondaggi danno il sostegno alla Po al 35% (rispetto al 41% delle presidenziali), un calo che non dovrebbe pregiudicarne la vittoria sul rivale PiS, che è al 25,6% (con una diminuzione del 20% rispetto alle presidenziali). Tuttavia, il calo della Po indica una minore capacità di mobilitazione dell’elettorato locale rispetto a quella del Partito contadino (Psl), alleato nel governo Tusk che, mentre a livello nazionale è dato in forte calo, vede i suoi consensi crescere alla vigilia delle elezioni amministrative. A livello nazionale, le previsioni sono diverse: la Po è data in crescita (secondo alcuni sondaggi raggiungerebbe il 46%), il PiS stabile, l’Alleanza della sinistra democratica (Sld) al 16% mentre, in caso di elezioni parlamentarti, il Psl non raggiungerebbe la percentuale utile a un suo ingresso in parlamento. Se queste percentuali fossero confermate dalle elezioni parlamentari del 2011, la Po dovrebbe scegliere un alleato tra la Sld e il PiS. All’interno di entrambi questi partiti vi sono politici che hanno posizioni simili a quelle del gruppo vicino a Tusk.
I consensi alla Po indicano che, negli ultimi anni, si è formata in Polonia una classe media (abitante nei centri urbani e di età giovane) che apprezza la stabilità della scena politica, i toni moderati e rassicuranti del primo ministro – Tusk ha messo la sordina alla “lustrazione” (l’epurazione dall’amministrazione statale dei presunti collaboratori con il regime comunista) – e che, soprattutto, apprezza il fatto che l’economia cresca al di sopra delle aspettative (nel secondo quadrimestre 2010 il Pil ha registrato un aumento del 3,5%), che la domanda interna tenga, i salari aumentino e che la disoccupazione sia prevista in calo di un punto (dall’11,4 al 10%) entro la fine dell’anno.
Molti economisti fanno notare però che gli investimenti nel settore privato sono fermi e che solo l’accelerazione di quelli pubblici potrà bilanciare la dinamica negativa delle imprese private. Inoltre sia la domanda interna sia l’occupazione nel settore pubblico sono stimolate dai finanziamenti che provengono dall’Unione Europea. Solo dal Fondo sociale europeo (Esf) la Polonia ha ricevuto, dal 2007 al 2013, 10 miliardi di euro, 4,5 dei quali per combattere la disoccupazione, che finora sono serviti perlopiù a impiegare esperti e funzionari degli Uffici del lavoro, a tenere corsi per disoccupati, a finanziare progetti di assistenza alla dislessia. L’idea che circola nei dibattiti sul bilancio Ue 2014-2020 è di escludere l’Esf dalla politica di “coesione” (Erdf) di cui la Polonia è la principale beneficiaria (67 miliardi di euro negli anni 2007-2013). Tra il 2004 e il 2007 la Polonia ha presentato 35mila progetti, 15mila dei quali per ottenere fondi in aiuto alle imprese, e 350mila giovani polacchi hanno ottenuto finanziamenti per impieghi in vari settori. La tendenza generale all’interno dell’Unione è quella di versare meno soldi nel bilancio e ciò comporta minore politica di sostegno alle aree meno sviluppate d’Europa. Intanto si lavora alla riforma della politica agraria che prevede una diminuzione dei sussidi che, secondo gli inglesi (favorevoli allo loro abolizione), vanno nelle tasche degli agricoltori e non nella creazione di infrastrutture. La Polonia, che nella distribuzione dei fondi del programma per lo sviluppo delle aree agricole riceve le dotazioni più consistenti, verrebbe particolarmente colpita da una simile misura, così come se si attuasse la proposta di dividere la politica della coesione in settori (trasporti, innovazione, energia). Nel settore energetico si pensa a un’eurotassa sulla quantità di emissioni di CO2, una decisione che penalizzerebbe molto la Polonia, non solo a causa della sua alta emissione di gas nocivi, ma anche per il fatto che è stata esonerata, per dieci anni, dal pagamento della tassa richiesta dall’Ue ai Paesi che fanno uso di fonti energetiche tradizionali. La Polonia si prepara, con il sostegno dei Paesi dell’Europa centrorientale (Ungheria e Cecoslovacchia), alla battaglia per mantenere lo status quo nella politica di coesione europea, attualmente in discussione alla Commissione. Nel frattempo si gode gli effetti della sua abilità nello spendere i fondi dell’Unione che, assieme ai soldi dei Campionati europei di calcio, stanno cambiando il volto di questo Paese. La percezione che se ne ricava, per chi giunge dall’Occidente, è quella di un fermento in tutti i campi, rinnovato da giovani dinamici che non temono le grandi sfide della modernità, cambiano lavoro con facilità e si trovano a loro agio nell’Europa unita.