Nuova offensiva dell'esercito siriano contro i ribelli, ordinata dal regime del presidente Assad per sedare con la forza i diversi focolai di protesta che infiammano da mesi il Paese.
Questa volta i blindati e l'artiglieria pesante si sono spinti fin quasi nel cuore della capitale Damasco, oltre che proseguire la violenta offensiva negli altri centri del Paese dove la contestazione da quasi un anno non accenna a placarsi.
L'Osservatorio siriano sui diritti umani ha tracciato un bilancio provvisorio di almeno 66 morti nella sola giornata di ieri, negli scontri avvenuti tra civili e forze di sicurezza nelle province di Homs, Idlib, Daraa e della regione di Damasco.
L'esercito regolare ha portato uomini e mezzi in almeno tre zone periferiche della capitale siriana, mentre a Rankus, centro a circa 30 chilometri da Damasco, l'artiglieria ha colpito pesantemente, abbattendoli, almeno 25 edifici della cittadina.
Ad Hama, altra città ribelle assediata dall'esercito governativo, si segnalano cecchini ovunque sui tetti delle case, e cadaveri seviziati lanciati per le strade, come macabro monito alla popolazione in rivolta.
Sul fronte diplomatico si registra l'impasse della missione degli osservatori inviati dalla Lega Araba che, dopo aver deciso sabato scorso la sospensione dell'intervento, lamentando la scelta della violenza da parte di Assad, decideranno in via definitiva domenica prossima se abbandonare il Paese o rilanciare le operazioni negoziali per far rispettare il piano approvato a dicembre, ma mai rispettato dal presidente siriano.
Il segretario generale della Lega Araba, Nabil el Arabi, intanto, è a New York dove, insieme a un importante rappresentante dell'opposizione siriana, tenterà domani di convincere Cina e Russia, alleati tradizionali della Siria, a non opporre il veto a una eventuale risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che imponga un intervento internazionale. I russi hanno più volte dichiarato di essere contrari a soluzioni di questo genere, ma l'escalation insostenibile di brutale violenza che sta insanguinando la Siria potrebbe forse ammorbidire le posizioni più intransigenti.
Ma anche all'interno della stessa Lega Araba non tutte le posizioni, in merito a una risoluzione delle Nazioni Unite, sono convergenti. L'Algeria teme ad esempio che un intervento internazionale possa in un certo senso oscurare il ruolo dei Paesi Arabi in questo tentativo di ristabilire la pace in Siria e il piano elaborato dalla Lega stessa per portare a un governo di transizione, con il conseguente passo indietro di Assad. Passo che, per ora, appare alquanto improbabile.