In un rapporto pubblicato oggi Amnesty International ha denunciato i crimini compiuti contro la popolazione civile da parte delle forze di sicurezza al comando del regime di Damasco, nell’ambito delle operazioni di repressione delle rivolte che da mesi stanno infiammando la Siria, sull’onda della cosiddetta primavera araba, e che hanno lo scopo precipuo di chiedere riforme concrete che portino il Paese verso la democrazia.
Da quanto si legge nel documento “i metodi brutali utilizzati in un’operazine di sicurezza devastatrice nella città di Tell Kalakh, nell’Ovest del Paese, configurano la fattispecie di crimini contro l’umanità, inscrivendosi nel quadro più generale di un sistematico attacco contro la popolazione civile”.
L’inchiesta condotta dalla nota organizzazione che difende i diritti umani fa riferimento a fatti che risalgono alla metà di maggio, quando le forze di sicurezza siriane e l’esercito condussero una vasta operazione volta a soffocare il vento di ribellione che soffiava in quella cittadina, che si trova vicino al confine con il Libano.
L’operazione dei militari e degli agenti, iniziata all’indomani di una manifestazione antiregime, è durata qualche giorno, provocando la morte di almeno 26 persone, il ferimento di alcune decine e costringendo alla fuga migliaia di abitanti della cittadina verso il Libano.
Sono stati proprio alcuni dei rifugiati in Libano, assieme ad altri testimoni contattati per telefono, a fornire ad Amnesty i dati per ricostruire quanto avvenuto, dal momento che a nessun membro dell’organizzazione è stato consentito di entrare in Siria per intraprendere ricerche sul campo.
Le testimonianze raccolte parlano di detenzioni illegali, torture e maltrattamenti, nonché di almeno nove persone morte nelle prigioni in cui erano state recluse a seguito degli arresti.
Philip Luthern, vicedirettore di Amnesty per le aree del Medio Oriente e del Nordafrica, le testimonianze offrono un quadro drammatico dei metodi feroci delle forze dell’ordine, mirati a schiacciare le insurrezioni. L’attivista precisa che la gran parte dei crimini descritti nel rapporto sarebbero di competenza della Corte penale internazionale, ma che prima il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve riferire della situazione in Siria al procuratore del tribunale internazionale.
Oltre agli arresti indiscriminati e agli omicidi, i testimoni hanno riferito di devastazioni da parte dei soldati nelle case e nei negozi e anche di avvelenamenti delle riserve idriche.
Nei giorni immediatamente successivi all’inizio dell’operazione, i militari hanno eseguito perquisizioni casa per casa, arrestando molti uomini, tra cui anziani e ragazzi minorenni.
Durante gli arresti i soldati, sempre secondo i testimoni, non avrebbero risparmiato percosse ed insulti agli uomini che venivano poi condotti via e fatti salire su autobus o veicoli militari per essere portati nei luoghi di detenzione.
Inumani sono poi i metodi di tortura utilizzati per brutalizzare i prigionieri: taluni battuti per lungo tempo dopo essere stati immobilizzati in posture innaturali, appesi per i polsi su una sbarra sospesa.
Inoltre, riferisce sempre il rapporto di Amnesty, alcuni familiari delle vittime sono stati convocati in ospedale per il riconoscimento dei corpi e sono stati quindi costretti a firmare una dichiarazione in cui confermavano che la morte del congiunto era avvenuta a causa di uno scontro con una qualche gang armata.