Sono solo le sei e un quarto quando il treno notturno proveniente da Dnipropetrovsk fa il suo ingresso nella stazione di Simferopol.
Giusto il tempo di attraversare, zaino in spalla, i binari della voksal, sotto la luce pallida del giorno appena sorto, e i miei sensi ancora assopiti per la nottata nel vagone ferroviario vengono improvvisamente ridestati dal vociare ridanciano di un agguerrito stuolo di tassisti che in russo, inframmezzato da qualche parola in inglese, sciorinano una lunga lista di luoghi in cui sono disposti ad accompagnarmi a bordo delle loro vecchie Zhigulì. «Sevastopol? Yalta? Yevpatoria? Bakhchisaray?». Un’espressione di stupore si dipinge sui loro volti quando, al quarto niet consecutivo, devono arrendersi all’evidenza che la destinazione del loro potenziale cliente è proprio l’Hotel Ukrayina di Simferopol. Corsa evidentemente poco redditizia dato che nessuno è disposto a portarmi ?n lì. Per la maggior parte di coloro che arrivano qui, Ak-Mechet (Moschea Bianca) – così era chiamata la città tatara sorta sulle rovine scite di Neapolis prima dell’arrivo nel 1784 di Caterina II di Russia – è infatti solo un punto di passaggio obbligato per raggiungere le spiagge di Yalta, il porto di Sevastopol, l’antico palazzo dei Khan a Bakhchisaray o, in tempi più recenti, il mega festival di musica techno di Kazantip che, inaugurato agli inizi degli anni Novanta vicino a un reattore nucleare mai ?nito nella penisola nor dorientale del Kazantip, si tiene oggi da luglio ad agosto a Popivka, nei pressi di Yevpatoria. Snobbata dai turisti, Simferopol è altresì la meta prescelta da quei viaggiatori desiderosi di toccare con mano le profonde contraddizioni etniche e politiche che, da più di mezzo secolo, interessano questa lussureggiante penisola. Penisola che, tra lo stupore di molti, un Nikita Krusciov, si dice un po’ alticcio, annesse nel 1954 alla Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina, in occasione del trecentesimo anniversario dell’unione di Perejaslav. Al 1654 risale infatti la scellerata scelta dei cosacchi di Khmelnytsky di farsi “proteggere” dallo zar, che formalizzò di fatto l’inizio del dominio coloniale russo sull’Ucraina.
Architetture socialiste e linee moresche
Muri bianchi, arcate ampie, torri squadrate che mescolano l’architettura turca con il realismo costruttivista socialista. L’identità meticcia di Simferopol si svela subito, una volta scesi dal treno. Il torrione della stazione, con l’orologio dai motivi arabeggianti e la stella rossa che svetta sulla sua sommità, dice dell’incontro-scontro anche visuale di due culture: quella russa – nella variante prima zarista, poi sovietica – e quella ottomana. Eurasiatica e sovietica sono gli aggettivi che per primi af?orano alla mente nel tentativo di descrivere la singolare atmosfera di una città, che oltre ad aver dato i natali ad Anna Kuliscioff – “il miglior cervello del socialismo italiano”, come la de?nì Carlo Silvestri, biografo di Filippo Turati, nacque qui nel 1857 da una facoltosa famiglia ebrea – è stata nel corso dei secoli teatro di storici con?itti. Usata principalmente come obitorio e base per i feriti durante la Guerra di Crimea (1854-1856), Simferopol fu una delle roccaforti dell’Armata Bianca negli anni della Guerra civile russa. Lungamente occupata dai tedeschi (19411944) all’epoca della Seconda guerra mondiale – subì gravi devastazioni e decimazioni della popolazione – nel dopoguerra le fu assicurato un destino per certi versi migliore rispetto a tante altre città dell’Ucraina sovietica. Mentre nel resto del Paese si estraeva carbone e si producevano acciaio, missili, trattori e carri armati, qui i funzionari di Mosca decisero di impiantare una fabbrica di profumi. All’inizio degli anni Sessanta, grazie alla collaborazione di ingegneri della Skoda, fu inaugurata quella che tuttora è la ?lovia più estesa al mondo. Un bizzarro e per certi versi geniale ?lobus che in quattro ore e mezza, lungo un tragitto di 85 chilometri, scavalcando anche passi di svariate centinaia di metri di dislivello, unisce la capitale tatara a Yalta.
La lunga mano moscovita
Mentre mi incammino lungo via Lenin, alla ricerca di un bus diretto all’Hotel Ukrayina, non posso fare a meno di notare i tanti manifesti di propaganda ?lorussa che addobbano i boulevard che si schiudono a raggiera dalla stazione. “ U nas est’ pravo po istorii na russkij jazyk” – recitano scritte cubitali, di volta in volta af?ancate ai volti di eminenti personalità russe o sovietiche di Crimea. Immagini che creano una certa inquietudine visto che il riconoscimento e l’uf?cialità della lingua russa in Crimea non sono mai state messe in discussione dal governo centrale, così come l’ampia autonomia amministrativa di cui gode la regione. Dietro “al diritto per tradizione storica alla lingua russa” non è dif?cile scorgere la lunga mano di movimenti politici secessionisti che vorrebbero il ricongiungimento con Mosca. Ma c’è di più: la russi?cazione oggi, così come la sovietizzazione ieri, facendo leva sul populismo e su una serpeggiante xenofobia, sembra ignorare che in questa città e in tutta la penisola sono vissute paci?camente per secoli decine di gruppi etnici diversi (greci, genovesi, mongoli, tatari, bulgari, ebrei, eccetera).
Prospekt Kurchatova
Fatta eccezione per le policromie sgargianti di enormi réclame di birra e vodka, Simferopol si rivela un trionfo di tonalità pastello d’antan a tratti contrappuntate dai neri e dagli ori delle cupole ortodosse. Un’atmosfera d’altri tempi che lo sferragliare di ?lobus anni Sessanta di produzione cecoslovacca e il fumo sprigionato da vecchi pullman dell’Intourist, l’agenzia turistica statale dell’Urss, rendono ancor più vivida. Addentrandosi nella zona a ridosso della Moschea di Kebir Djam, uno degli edi?ci più antichi della città (1502), l’arredo urbano, pur non mutando cromaticamente, assume connotati più tipicamente asiatici. Passeggiando lungo il dedalo di vicoli e stradine che intersecano la Kurchatova, si entra in contatto con l’anima multietnica della città. Nonostante la mezzaluna che si erge sul bianco minareto testimoni l’esistenza di una comunità islamica, sarebbe sbagliato dipingere questo quartiere di case basse un po’ diroccate, solcato da strade polverose, piene di buche, ai cui margini anziane babuski vendono sigarette e semi di girasole, come un distretto appannaggio di un’unica etnia, quella tatara. Gli antichi discendenti dell’Orda d’Oro, che si stabilirono qui nel 1400 e che ?no all’epoca dell’occupazione zarista costituivano il 98 % dell’intera popolazione della Crimea, hanno cominciato a far ritorno alle loro vecchie dimore solo negli ultimi quindici anni dopo una diaspora durata più di mezzo secolo. Un rimpatrio non facile quello dei tatari, avvenuto tra mille dif ? coltà politiche e logistiche e caratterizzato da scontri anche violenti come quelli dell’ottobr e 1992. Quando per “ragioni di ordine pubblico” il governo spianò con un bulldozer un accampamento tatar o sulla co sta, arrestando e picchiando nel corso dell’evacuazione diverse persone che vi si opponevano, queste, qualche giorno più tardi, risposero rompendo i vetri del palazzo del parlamento. Nei mesi successivi due leader tatari di area moderata, un uomo d’affari e un deputato, furono assassinati. Moventi e colpevoli mai identi?cati. A quasi vent’anni di distanza da questi scontri la situazione si è fortunatamente “normalizzata” e molti tatari hanno ripreso a popolare la Crimea. Oggi la comunità rappresenta più del 12 % della popolazione della penisola. Ciononostante le condizioni di vita di molti di essi continuano a essere critiche. Sono ancora tanti – mi racconta un vecchio signore dal passaporto uzbeko – quelli costretti a vivere in fatiscenti baracche alle periferie di Simferopol, Yevpatoria, Feodosiya e Stary Krym. Profughi in quella che è a tutti gli effetti la loro terra.
Le deportazioni di Stalin
‘‘Durante la Seconda guerra mondiale molti tatari di Crimea hanno tradito la patria, diser tando le unità dell’Armata Rossa che difendevano la Crimea e alleandosi con il nemico, entrando nelle unità di volontari tatari formate dai tedeschi per combattere l’Armata Rossa; nel periodo dell’occupazione della Crimea da parte delle truppe tedesco-fasciste, come membri delle spedizioni punitive tedesche i tatari di Crimea sono stati notati per le loro feroci rappresaglie contro i partigiani sovietici e hanno anche aiutato gli invasori tedeschi nell’organizzazione di violente spedizioni punitive contro i cittadini sovietici, nonché dello sterminio di massa della popolazione sovietica”. Questo l’incipit del decreto n. GKO5859 ?rmato da Josif Stalin l’11 maggio 1944. Con tale documento riservato, venuto alla luce recentemente dall’archivio del Kgb, il dittatore georgiano dà inizio alla seconda fase della pulizia etnica della Crimea. I metodi usati sono più o meno gli stessi adottati undici anni prima nei confronti dei contadini ucraini durante la Grande Carestia del ‘32-‘33. False accuse costruite ad hoc al solo scopo di giusti?care, in nome del socialismo, veri e propri genocidi. L’unica differenza rispetto all’ Holodomor è la rapidità con cui si consuma questa seconda tragedia. Nel corso di un solo giorno, il 18 maggio 1944, donne, bambini e anziani vengono, senza alcun preavviso, gettati fuori dalle loro dimore, caricati dentro a camion e condotti alla più vicina stazione ferroviaria. Qui accatastati come bestie in vagoni merci, vengono spediti in Asia centrale, sugli Urali e nelle aree più remote dell’Urss. Quasi la metà dei deportati – si parla di cifre intorno al 46 % – non giungerà mai a destinazione. Falcidiati da fame, sete e malattie moriranno lungo il tragitto. Così ricorda quella notte Tenzilé Ibraimova, una giovane donna del villaggio di Adziatmak in una testimonianza inclusa nella petizione che i tatari di Crimea invieranno al XXIII congresso del Pcus, nel 1966. “L’espulsione è stata condotta in modo molto crudele. I soldati sono entrati alle 3 di notte, mentre i bambini dormivano, e ci hanno dato cinque minuti per prepararci e per uscire di casa. Non ci è stato permesso di portare con noi oggetti personali e provviste. Si comportavano con noi in modo tanto duro che eravamo convinti che stessero per fucilarci. Ci hanno cacciato dal villaggio e tenuto senza mangiare per interi giorni. Eravamo ridotti alla fame, ma non ci permettevano di prendere niente a casa. I bambini affamati non smettevano di piangere. Ero sola con i miei tre bambini. Alla ?ne ci caricarono in un camion e ci portarono a Yevpatoria. Là ci caricarono su vagoni da trasporto, schiacciati come bestiame. [...] Il viaggio ?no alla stazione di Zerabulak nella regione di Samar canda durò 24 giorni; di là ci portarono al kolchoz Pravda nel distretto di Chatyrsinskij.” Gli abitanti di un villaggio di pescatori in pr ossimità di Arabat, scampati in un primo momento alla deportazione di massa, due mesi più tardi saranno caricati su una nave che verrà fatta affondare, da soldati sovietici, a largo delle coste del Mare d’Azov. Il 19 luglio 1944 il vecchio sogno russo di una “Crimea senza tatari”, coltivato sin dai tempi di Caterina II, è ?nalmente realtà grazie alla ferocia sanguinaria di Stalin.
Malenka Marika
Lasciate alle spalle le strade polverose in prossimità della moschea, con il loro corredo di case bianco sporco, Volga anni Settanta e Lada verde pisello, percorro il lungo prospekt Kirova ?no al Mercato centrale, uno dei luoghi più suggestivi della città. Agli angoli delle vie che si affacciano sulla piazza che ospita questo enorme bazar caucasico, al cui interno dominano enormi bancarelle di frutta secca, spezie, formaggi, pesci freschi ed essiccati, giovani ragazze poco più che adolescenti spillano kvas da enormi botti gialle. «Dai, prendine un bicchiere!», mi dice una ragazzetta dagli occhi scuri e dall’aria un po’ malinconica. Accetto volentieri l’offerta anche per scambiare due chiacchiere. Marika, che in estate ogni gior no mesce questa bevanda per sbarcare il lunario, vive con la madre e il fratello, entrambi malati, in una piccola casa di periferia. Studia psi cologia all’università e ha un sogno nel cassetto. Una volta laureata vorrebbe trasferirsi in Eur opa. «Un giorno me ne andrò da questa città. Voglio andare in Europa, a Parigi o a Londra, a cantare. Io amo il canto, mi dà sollievo anche nei momenti più dif?cili».