Proseguono a Bucarest e in altre città della Romania le proteste dei cittadini, che chiedono le dimissioni del premier Boc e del presidente Basescu. Esasperati dalle misure di austerità che il governo ha dovuto adottare per far fronte al debito e rispettare i parametri imposti da Ue e Fondo monetario a fronte del prestito di venti miliardi di euro da questi organismi erogato, con l'obbligo di riportare i livelli di deficit all'1,9% del Pil, i rumeni sono scesi perle strade del Paese e nella capitale gli scontri con gli agenti in tenuta antisommossa hanno assunto le caratteristica di una vera e propria guerriglia urbana.
I manifestanti hanno lanciato pietre e molotov contro vetrine e serrande dei negozi. La polizia ha risposto con i lacrimogeni. I fermati finora ammontano a 40 persone, accusate di atti di vandalismo, mentre una cinquantina sono i feriti che hanno dovuto far ricorso alle cure mediche.
La protesta è iniziata giovedì dopo che il sottosegretario alla Sanità, Raed Arafat, popolarissima figura nel Paese per aver promosso un efficace e capillare sistema di pronto soccorso, ha rassegnato le dimissioni in disaccordo con la riforma del settore di sua competenza. Le misure previste dall'esecutivo guidato da Boc prevedono una massiccia privatizzazione del comparto, e di fatto andrebbero a nocumento proprio del sistema di Pronto soccorso ideato da Arafat.
Le dimissioni del sottosegretario hanno innescato una serie di manifestazioni autoconvocate nei principali centri del Paese: a Bucarest sembra che la scintilla sia stata fatta scoccare dagli ultrà delle due principali squadre di calcio della città, la Dinamo e lo Steaua.
L'esasperazione del popolo rumeno si comprende se si valuta il peso della manovra governativa sulle tasche dei cittadini, laddove all'aumento della pressione fiscale è corrisposto un taglio dei salari che nel caso dei dipendenti pubblici ha raggiunto il 25%.
Il premier Emil Boc ha raccomandato la calma, condannando le violenze e sottolineando come la soluzione sia il dialogo e anche quanto le misure draconiane adottate, pur comprensibilmente indigeste, rappresentino però l'unico mezzo per uscire dalla crisi.