La crisi del 2008-2009 è stata una doccia fredda per l’economia russa e per la sua classe dirigente che confidava nel fatto che il sistema economico russo, grazie alle sue riserve valutarie, potesse essere isolato dalla tempesta finanziaria che stava scuotendo l’economia mondiale. La caduta del reddito dell’8% nel 2009 ha dimostrato quanto, al contrario, l’economia russa sia dipendente dall’economia internazionale, e questo principalmente attraverso due canali di trasmissione degli shock esogeni quali l’andamento del prezzo del petrolio e i flussi di capitale internazionale.
Questa improvvisa presa d’atto della debolezza economica ha spazzato via le speranze di grandezza della nuova Russia e costringe la classe dirigente a ripensare seriamente il futuro sviluppo dell’economia e il ruolo della Federazione russa sulla scena politica mondiale.
Da qualche mese in Russia si sta svolgendo una grande discussione intorno a una sola parola: “modernizzazione”. Da un punto di vista economico, questa magica parola ha un unico significato: trasformare radicalmente la struttura dell’economia russa in modo che i vantaggi comparati non riguardino soltanto, come ora, i settori legati all’estrazione delle materie prime. L’idea sembra essere quella di indirizzare lo sviluppo verso una economia basata sulla scienza. Nel febbraio di quest’anno il presidente Medvedev, durante il forum economico tenuto a Krasnoyarsk, ha annunciato, di fronte a circa ottocento uomini d’affari, politici, esperti ed analisti, la costituzione di una città della scienza come centro di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie che dovrebbe essere il pilastro su cui costruire la nuova economia russa. Più tardi è stato annunciato che questa nuova struttura di ricerca sarà a Skolkovo, a pochi chilometri da Mosca.
L’attuale dibattito sulla modernizzazione ne richiama di antichi e riporta all’attualità il vecchio problema della Russia, ricorrente negli ultimi due secoli, ovvero come uscire dall’arretratezza economica e raggiungere la modernità al pari dei Paesi più avanzati, per dare alla Russia il posto che le spetta (almeno secondo le classi dirigenti che si sono succedute nel corso del tempo), sia per la sua importanza come grande Paese in senso fisico sia in ragione del suo patrimonio culturale. Partendo dalle soluzioni avanzate alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento dai liberali, da narodniki e socialdemocratici, si arriva al dibattito degli anni Venti fra Bucharin e Preobazensky; a questo segue il dibattito sulle riforme degli anni Sessanta e, dopo il tuffo senza rete nel mercato, si giunge all’attuale dibattito sulla modernizzazione. Sto delat, kto vinovat? (che fare? a chi giova?) Sono le eterne domande russe.

La crisi e la modernizzazione dell’economia russa

Il tema della nuova modernizzazione è stato ufficialmente lanciato nel 2008 da un documento del ministro dello Sviluppo economico Elvira Nabulina quando la crisi sembrava ancora risparmiare l’economia russa. Il piano prevedeva di trasformare in venti anni l’economia russa da un’economia basata sull’estrazione di gas e petrolio ad una produttrice di beni manufatti ad alto contenuto di conoscenza, risolvendo così il problema dell’esaurimento delle risorse energetiche, che secondo le stime più accreditate inizierà nel 2030, e nello stesso tempo innalzando il livello del reddito pro capite avvicinandolo a quello dei Paesi più avanzati. Per rendersi conto della dipendenza dell’economia russa dal prezzo del gas e del petrolio è necessario ricordare che da questo dipende non solo lo sviluppo dell’intero settore energetico, il più avanzato dell’economia, ma anche l’attivo della bilancia commerciale, l’ammontare delle riserve e l’equilibrio del bilancio statale.
La caduta del prezzo del petrolio sui mercati internazionali causa il crollo della Borsa di Mosca e nello stesso tempo mette in pericolo l’equilibrio sia interno che esterno dell’economia, provocando una svalutazione del rublo e una notevole perdita di riserve.
Il prezzo pagato dall’economia russa come conseguenza della crisi è stato considerevole, e le conseguenze della caduta del reddito si faranno sentire per anni. Il livello di reddito del 2008 potrebbe essere raggiunto di nuovo solo nel 2012. Questo andamento del reddito invalida le assunzioni del piano Nabulina e rende impossibile raggiungere i risultati previsti entro il 2020; allo stesso tempo mette in dubbio la possibilità di ristrutturare profondamente l’economia russa.

Crescita, vantaggi comparati, e cambiamento

Rispetto all’Unione Europea, la Russia ha vantaggi comparati nel settore energetico e dei semilavorati; nei confronti dei Paesi ex Urss i vantaggi comparati sono anche nei settori dei beni di consumo e di investimento, mentre nei confronti della Cina la Russia ha gli stessi vantaggi comparati che ha nei confronti dei Paesi europei.
L’economia russa quindi è dipendente dall’estero per l’importazione di beni di consumo di lusso ad alta tecnologia e di beni di investimento che non produce all’interno. Inoltre dal 2001 al 2007 i vantaggi comparati non sono sostanzialmente mutati.
La crescita dell’economia russa uscita dalla crisi del 1998 si è basata sull’incremento dei consumi interni e in misura minore sugli investimenti, soprattutto nel settore edilizio, energetico e nei settori non-tradables ed in minor misura nel settore manifatturiero. Ciò che ha determinato un così basso livello di investimenti nel settore manifatturiero è stata l’elevata capacità inutilizzata, pari a circa il 55% nel 1998, diminuita solo durante la ripresa della prima decade del secolo fino al 20%.
Gli investimenti lordi nell’economia russa non hanno mai superato il 20% del reddito, una percentuale di gran lunga inferiore a quella indiana e cinese, quest’ultima pari a circa il doppio di quella russa.
Questa sproporzione è ancor meno comprensibile se si considera che queste due economie non avevano il problema di ristrutturare, come invece la Russia, una base manifatturiera obsoleta come quella sovietica, orientata alla produzione nel settore pesante in cui non erano stati fatti investimenti per tutti gli anni Novanta. Una peculiarità della crescita russa è invece stata la notevole attività di investimento esterno delle grandi imprese, attività che non si riscontra negli altri Paesi Bric (Brasile, India e Cina), come risulta dalla tavola seguente. Tale diversità è probabilmente legata al ruolo politico assegnato alle grandi imprese russe, soprattutto energetiche, all’interno del tentativo della classe dirigente nazionale di riguadagnare un ruolo rilevante sullo scenario politico mondiale.

La crescita nel lungo periodo

I fattori della crescita economica nel lungo periodo sono il tasso di crescita della produttività e il tasso di crescita della popolazione. Se si guarda a tali fattori, al di là delle vicende congiunturali della ripresa 2000-2008, le prospettive non sono certamente favorevoli. Confrontando l’andamento della produttività del lavoro in Russia con quello americano dal 1997, si osserva che la produttività russa si è mantenuta a un livello molto inferiore, con valori pari, rispetto a quella americana, al 18% nel 1998 e al 26% nel 2007, un dato che sottolinea in modo evidente l’arretratezza dell’economia russa e la lunga strada che rimane da fare. Tale ritardo riguarda poi tutte le attività economiche, sia quelle appartenenti al settore industriale, sia quelle appartenenti al terziario. L’altro fattore che determina la crescita economica è il saggio di incremento della popolazione. Ma nella Russia odierna uno dei maggiori problemi è proprio la decrescita della popolazione. Essa è principalmente causata da due fattori: il basso tasso di natalità, e l’alto tasso di mortalità maschile. Il basso tasso di natalità non è peraltro molto diverso da quello degli altri Paesi sviluppati e, trattandosi di una tendenza storica di lungo periodo, ben difficilmente può essere migliorato solo con politiche che incentivino la natalità, politiche che il governo russo ha iniziato negli ultimi anni. Infatti, se non accompagnate da politiche sanitarie che facciano diminuire la mortalità delle classi maschili fra i venti ed i cinquantacinque anni, non si arresterà e non s’invertirà il fenomeno di spopolamento che sta interessando la Russia dall’inizio degli anni Novanta, con un crollo della popolazione dai 148 milioni del 1993 ai 142 del 2008. Questi dati strutturali di lungo periodo mettono in dubbio la possibilità per la Russia di raggiungere gli obiettivi economici e politici che la dirigenza del Paese si è posta nel secondo periodo dell’amministrazione Putin, nel pieno della ripresa economica postcrisi del 1998. Di fronte a tali indicatori di arretratezza, la dirigenza russa ha cercato di cambiare in profondità la struttura economica del Paese, tentativo che è stato razionalizzato nel documento Nabulina e nella discussione attuale sulla modernizzazione. Lo sforzo di cambiare il sentiero di sviluppo del sistema russo è chiaramente visibile, nel secondo periodo dell’amministrazione Putin, nell’accresciuto intervento dello Stato russo nel sistema economico. La vicenda Khodorkosky che dà inizio a un più deciso intervento statale nel settore energetico, la successiva creazione delle cinque holding che rappresentano i settori più avanzati dell’economia, uniti al controllo pubblico delle due maggiori banche russe, Vneshtorgbank, e Sberbank, sono un chiaro tentativo di dirigere il nucleo più importante dell’economia russa che ricorda, seppur con caratteristiche proprie, il ruolo dell’Iri e dell’Eni nello sviluppo dell’economia italiana negli anni Cinquanta e Sessanta.
Il modello di capitalismo russo che si è venuto configurando nel primo decennio del nuovo secolo si può riassumere in queste caratteristiche strutturali.
1. Importanza fondamentale del settore energetico che garantisce l’equilibrio interno ed esterno e che rende l’economia russa fortemente dipendente dall’andamento dell’economia internazionale.
2. Dipendenza dai mercati finanziari internazionali per il finanziamento del settore privato.
3. Intervento dello Stato accresciuto dopo il 2003-2004 per dirigere lo sviluppo.
4. Formazione di reti pubbliche-private che coordinano l’intera economia e che rispondono agli shock esterni in un modo peculiare determinato dalla configurazione politico-istituzionale russa.
5. Notevoli investimenti delle grandi imprese russe all’estero, fenomeno che, come rilevato, non è riscontrabile negli altri Bric.
6. Basso livello di investimenti totali, soprattutto nel settore manifatturiero, che impedisce il grande balzo in avanti e che mette in pericolo la continuazione della configurazione politico-istituzionale che si è venuta strutturando nel post eltsinismo.
Ovviamente questa struttura istituzionale, in cui il ruolo pubblico è molto importante, dà origine a un ambiguo rapporto fra imprese e potere politico e crea relazioni economico-politiche in forma di reti pubblico-private che si estendono dal livello centrale a quello periferico. Il problema attuale è quello di modificare il rapporto fra imprese statali e potere politico in modo da distruggere le posizioni di rendita e favorire un processo di accumulazione più efficiente. Per concludere, la Russia nell’agosto 1998 ha attraversato non una semplice crisi ciclica né, per usare una espressione di Kornai, una profonda transformational recession a la polonaise , correndo il rischio di una disintegrazione economica e politica. Solo all’inizio degli anni Duemila la ripresa economica ha cominciato a progredire speditamente per terminare nel 2008. È in questi anni di crescita che si forma il peculiare modello di capitalismo russo che abbiamo descritto. È ormai evidente che tale modello di sviluppo non può garantire il futuro della Russia ed è necessario cambiarlo profondamente, ma è anche probabile che la Russia non possa da sola avere successo. Infatti, benché l’intero spettro politico russo sia unito nell’affermare a gran voce quanto la crisi rappresenti una grande occasione di cambiamento, viene da osservare quanto ciò sia più facile a dirsi che a farsi. Probabilmente sarebbe necessario l’aiuto dell’Europa, ma anche l’Europa si trova ad attraversare una crisi profonda, da cui non sembra poter emergere con un nuovo progetto che vada da Berlino a Vladivostock.


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