Frontiera austro-slovacca. Di qua la pianura austriaca, di là le sagome dei palazzi di Bratislava. Centinaia di macchine e autotreni, provenienti da tutt’Europa, sfrecciano a cento all’ora davanti alle dogane. Niente code, niente documenti, niente controlli, nessuno a sbarrare la strada. Dall’Austria si va agevolmente oltrecon?ne, toccando il suolo ex cecoslovacco, ora solo slovacco, dopo il divorzio consensuale – correva l’anno 1993 – tra Praga e Bratislava. Procedendo nella direzione opposta, stessa storia: via libera. Vent’anni fa le cose, all’altezza di questo passo, andavano diversamente. C’era la Guerra fredda, c’erano le due Europe. Pochi erano gli occidentali che superavano il limes, incrociando gli sguardi dif?denti dei gendarmi cecoslovacchi. Quelli austriaci, invece, trascor r evano le loro giornate all’insegna della noia: i cecoslovacchi e gli altri cittadini dei Paesi dell’Est, chiusi a chiave nelle lor o prigio ni-Stato, non si presentavano mai alla dogana. Poi venne giù il Muro di Berlino, fur ono rimossi ? lo spinato e tor r et te d’avvistamento, la bisettrice divenne più ?uida, si prese a viaggiare con grande intensità da Ovest a Est e con una certa frequenza anche da Est a Ovest. Ma il viavai dei mezzi gommati e delle genti è rimasto soggetto ai controlli doganali e alle regole della burocrazia, in entrambi i sensi e a lungo. La rivoluzione ha dovuto attendere. È solo a partire dal 21 dicembre 2007, grazie all’allargamento dell’area Schengen agli otto Paesi ex comunisti entrati nell’Ue con l’infornata del primo maggio 2004, che la libera circolazione delle persone, prima in vigore unicamente nella “vecchia Europa”, s’è affermata in entrambi i rami del continente. È solo da allora che europei dell’Ovest e dell’Est superano questo e gli altri snodi della vecchia Cortina di ferro senza esibire i documenti, a tutta birra. Dal Baltico ?n quaggiù a Bratislava.

Vienna e Bratislava, città gemelle
Scavalcato il con?ne, ecco Bratislava. A dare il benvenuto nella capitale slovacca, a un tiro di schioppo dalla frontiera, è il quartiere Petrzalka, micidiale ammasso di panelak (i tipici palazzacci di cemento dell’era comunista) dove risiedono 115mila persone, un quarto dell’intera popolazione cittadina. Il “Muro di Bratislava”, lo chiamavano gli austriaci al tempo della Guerra fredda. Con la riuni?cazione europea del primo maggio 2004 e l’espansione dello spazio Schengen l’approccio alla Slovacchia, da parte austriaca, è decisamente cambiato. Prima percepita come entità geogra?camente vicina ma culturalmente remota, poi vicina ma non troppo, adesso la Slovacchia è solo vicina. Tant’è che le capitali dei due paesi, Vienna e Bratislava, separate da una striscia di terra di appena sessanta chilometri e unite dal corso del Danubio, riscoperto come fattore uni?cante, hanno messo in campo progetti congiunti, economici, culturali e infrastrutturali, con l’obiettivo di creare una grande e dinamica area metropolitana. A informare dei progressi e delle novità, a Bratislava, ci pensa un periodico dal nome inequivocabile, Twin City Journal, distribuito gratuitamente negli uf?ci turistici e nei locali.


Gli austro-slovacchi
Tutto il territorio di con?ne tra Austria e Slovacchia è investito positivamente dal cambiamento. Wolfsthal, borgo austriaco di frontiera, casupole col tetto aguzzo, una chiesa e una locanda, seicento ani me in tutto, è diventato un simbolo della nuova stagione. Qui, da un po’ di tempo, ha messo radici una comu nità di slovacchi, in tutto un’ottantina, trasferitisi da Bratislava. A dettar e il piccolo esodo, i costi cr escenti della capitale slovacca, in particolare quelli del mattone, schizzati in alto dopo l’ingresso nell’Ue. Comprare casa o pagare l’af?tto è diventata dura e molte famiglie preferiscono così spostarsi proprio nella più tranquilla (e soprattutto più a portata di portafogli) Wolfsthal dove le abitazioni, da comprare o af?ttare, costano molto meno. Il pendolarismo, poi, non pesa affatto. Andare al lavoro a Bratislava e tornare la sera in paese risulta più che comodo. In auto ci s’impiega non più di una dozzina di minuti e si schivano tra l’altro le strozzature delle grandi arterie bratislavesi. In alternativa si può sempre saltare sul 901, una corriera attivata l’anno scorso che fa la spola tra la capitale slovacca e Wolfsthal. Tempo di percorrenza: lo stesso. Se Wolfsthal è diventata per gli slovacchi una meta così gettonata, lo si deve alla fama che il borgomastro Gerhard Schodinger s’è guadagnato oltrecon?ne. Ex guardia di frontiera, sposato con una slovacca e apostolo dell’Europa unita, il primo cittadino accoglie di persona, con una vigor osa stretta di mano, ognuno dei nuovi residenti, inneggiando all’amalgama tra i due popoli e chiedendo – e ottenendo – dai compaesani austriaci premura e cordialità verso i nuovi residenti. L’anno scorso, quando mi recai a W olfsthal per incontrarlo, Schodinger mi disse che mai avrebbe immaginato, anche dopo la caduta del Muro di Berlino, che Austria e Slovacchia si sarebbero avvicinate ?no a toccarsi. «Negli anni Novanta tra noi e loro c’era ancora dif?denza e la contaminazione, economica e culturale, era limitata. Ora invece la frontiera è un corridoio aperto, Vienna e Bratislava si sono gemellate, abbiamo la stessa moneta (la Slovacchia è nell’eurozona dal 2009) e gli slovacchi, da qualche tempo, si trasferiscono addirittura a Wolfsthal. Stupefacente». Resta, all’orizzonte, la muraglia di Petrzalka. Ma non è più inespugnabile.

Il grande nulla dei Sudeti
Non sempre, però, l’effetto Europa origina novità alle frontiere. Specie se la storia pregressa pesa come una montagna. Prendi il caso dei Sudeti, i territori cechi situati al con?ne con la Germania, un tempo a maggioranza tedesca, su cui Hitler pretese la sovranità alla conferenza di Monaco del 1938. Finita la guerra il governo cecoslovacco, manovrato da Mosca, impose l’espulsione dei tre milioni di tedeschi dei Sudeti sulla base del principio della “colpa collettiva”, accusandoli tutti, nessuno escluso, d’essere stati seguaci del führer. Iniziò l’esodo, segnato in numerosi casi persino da linciaggi. I Sudeti si spopolarono completamente, l’economia locale andò a picco, la regione prese le sembianze di una terra di nessuno. Tale è rimasta da allora. Attraversandola s’incontra il grande nulla. Non c’è quasi traccia di attività produttiva, i villaggi sono disabitati, le strade malconce. Dall’altra parte, sbucati in Germania, in Baviera, s’assiste alla stessa scena: il niente. È come se cechi e tedeschi, memori dell’aggressione hitleriana e delle espulsioni, avessero eretto una zona franca, un cuscinetto con cui tenere a distanza i rispettivi, atroci ricordi. Ora, sollecitate dallo spirito paneuropeo, Berlino e Praga si sono riconciliate, chiedendosi scusa a vicenda per le atrocità del Secolo breve. Ma lungo la frontiera il peso del Novecento si sente ancora, eccome. Il grande nulla se ne resta lì, con?ccato tra i due Paesi.

Il letargo di Stettino
Si sente, il peso del Novecento, ovunque ci siano stati grandi travasi di popolazioni. Non solo a ridosso dell’asse della Guerra fredda, ma anche lungo i con?ni interni dell’ex blocco sovietico. Zigzagando tra l’ex Ddr e la Polonia, all’altezza del Baltico, ci s’immerge in un’altra no man’s land, oltre che nell’apatia di Stettino. Città prima tedesca per nome (Stettin) e composizione demogra?ca, svuotata poi della presenza germanica con le espulsioni del 1945, passata quindi sotto il controllo polacco, rinominata Szczecin e colonizzata dai polacchi che a loro volta erano stati cacciati dalle ex regioni orientali di Varsavia annesse dall’Urss con il patto Ribbentrop-Molotov, Stettino stenta ancora oggi a costruirsi un’identità. È atona, decadente, poco curata. Grigia. Molto dipende dal fatto che gli esuli del ’45 non si sono mai sentiti a casa, cullando il ricordo delle vecchie patrie e imprimendo anche nella memoria dei loro discendenti il culto della nostalgia. Cosa che ha perpetuato e consolidato il senso di spaesamento, di estraneità alla nuova dimora, di dif?denza verso i vicini tedeschi, percepiti insieme ai russi, in quanto co?rmatari del patto Ribbentrop-Molotov, come scippatori di terra e di storia. La dif?denza è ricambiata, dato che agli occhi degli esuli tedeschi e dei loro eredi gli stettinesi di oggi sono ancora degli occupanti “abusivi”. Morale: come a cavallo tra Repubblica ceca e Germania, anche sul Baltico ci si s’imbatte in grandi spazi vuoti. Le gigantesche pale eoliche che i tedeschi hanno con?ccato nella terra sono gli unici alberi che crescono. Il seme della concordia, malgrado Berlino e Varsavia vantino solidi rapporti, ancora più solidi di quelli tedesco-cechi, qui fatica a germogliare.

Frontiera a luci rosse
Znojmo, città ceca a due spanne dall’Austria. Un’altra frontiera dischiusa, libera, aperta. Cambiata di colpo dopo l’89. Grazie all’industria del sesso, che si manifesta alla periferia di Znojmo con un susseguirsi incessante di night club, pensioni a ore, alber ghetti peccaminosi e altri luoghi di lussuria. È, que sta, una conseguenza degli stravolgimenti sociali seguiti alla ? ne del comunismo e all’avanzata, irresistibile, del libero mercato. Nell’allora Cecoslovacchia in molti persero tutto. Tra loro migliaia di donne che, spinte dalla miseria, si misero a frequentare il marciapiede nelle zone di frontiera, dove tedeschi e austriaci, in virtù della prossimità geogra?ca, effettuavano quotidianamente scorribande erotiche. Lo fanno anche oggi, visto che nella Repubblica ceca la prostituzione, ieri necessità, è oggi diventata un mestiere esercitato legalmente da circa 25mila donne. Così il ?usso di austriaci che ogni giorno arrivano a Znojmo non s’è mai estinto, anzi. Negli ultimi tempi, inoltre, sono sorte alle porte della città decine di casinò. Non manca mai chi, dopo il sesso, si dà all’azzardo. Davvero surreale, questa Znojmo. Tra le mille sorprese che riserva c’è un gigantesco parco giochi per bambini, l’Excalibur, che sorge – roba da non crederci – giusto a ridosso dei night club e dei casinò. Si tratta d’una struttura pacchianissima, a forma di castello medievale. Davanti alle mura, altra stramberia, spicca la riproduzione del mappamondo con la scritta “The W orld is Yours” che Tony Montana, il ma?oso cubano impersonato da Al Pacino nel celebr e Scar face , esibiva nella sua villa. All’in terno del parco giochi, decine di divertimenti. Oltre a una serie di duty fr ee dove i genitori, mollati i mar moc chi, possono sbizzarrirsi nelle compere. Non poteva mancare il mercatino gestito da cinesi, il Chinatown. Come altro poteva chiamarsi?

I dentisti di Sopron
L’economia di frontiera ceca si fonda sull’industria del sesso, quella ungherese sull’odontoiatria. Sopron, situata a due passi dal con?ne austro-ungarico, è diventata un vero e proprio distretto speciale del dente. In città le cliniche e gli ambulatori adibiti alla cura di molari e incisivi non si contano. Spuntano a ogni angolo, reclamizzando con grosse insegne colorate le prestazioni miracolose offerte dai dottori indigeni. Miracolose e a basso costo, per giunta. È questo il motivo che in questi anni ha portato molti cittadini dell’Europa “ricca” a venire qui per curarsi una carie, impiantarsi una protesi, dotarsi di una dentiera nuova di zecca. Il web è stato il grande volano del fenomeno odontoiatrico. I dentisti ungheresi hanno saputo sfruttare al meglio la potenza inter nettiana, tappezzando i motori di ricerca di inserzioni plurilingue e giocando sulla forza delle tarif fe, molto più accessibili rispetto a quelle praticate nei Paesi dell’Europa preallargamento. Ne sa qualcosa la signora Angela Maria Carissimi, di Reggio Emilia, che dopo una ricerca sulla Rete e una richiesta di preventivo – la sua storia l’ha raccontata Il Corriere della Sera – s’è consegnata ai dentisti soproniani, rimettendo in sesto denti e gengive alla modica cifra di 5mila euro. Modica perché in Italia gliene chiedevano 20mila. Intanto gli ungheresi hanno già ?utato il prossimo grande affare: la chirurgia plastica. A Sopron sono già sorte le prime cliniche adibite a liposuzione, rifacimento seni e rimodellamento nasi. Tutto low cost, ovviamente.

Picnic a Fertorakos
La ricognizione lungo la linea della Guerra fredda si chiude a Fertorakos, a pochi chilometri da Sopr on, nel luogo dove il 19 agosto 1989 la Cortina di ferro cessò di esistere e il Muro di Berlino subì una bella picconata, grazie a un picnic, organizzato dalle autori tà austriache e ungheresi con l’intenzione di spalancare per un paio d’ore la frontiera e offrire ai cittadini di entrambe le nazionalità la possibilità di brindare insieme, sulla spianata di Fertorakos, all’imminente rimozione delle forti?cazioni al con?ne. Un passo che la nuova generazione comunista al potere a Budapest, decisa a favorire la transizione, avrebbe de?nitivamente compiuto di lì a breve. La storia prese però una piega imprevista. Nel momento in cui il varco fu aperto, arrivò a Fertorakos un plotone di tedeschi dell’Est in vacanza in Ungheria (i cittadini della Ddr erano soliti trascorrere le ferie nelle repubbliche sorelle) che affrettò il passo e, sfruttando l’occasione, irruppe in Austria. I gendarmi ungheresi li lasciarono andare. Nelle settimane successive altri tedesco-orientali intrapresero la via della fuga, forti del precedente agostano. Quegli esodi ebbero una forte ricaduta interna, spingendo l’opposizione al regime di Berlino Est, ?no a quel momento de?lata, a indire manifestazioni di massa, rivendicando libertà d’espatrio e d’opinione. La Germania Est s’avvitò in una crisi rapida e irreversibile, culminata nel giorno che tutti ricordano, il 9 novembre 1989. Oggi, a Fertorakos, ci sono diversi monumenti che celebrano quella mitica giornata. Si va da una massiccia porta di granito realizzata dagli scalpellini del posto a una pagoda (sic!) donata dall’associazione di amicizia nippo-ungherese. Pr oprio laddove correva la frontiera tra l’Est e l’Ovest, è poi possibile fare un’escursione, a piedi o inforcando una bicicletta. Ci si può anche fermare per un picnic, ci mancherebbe.


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