Lo Sguardo Segreto di Monika Bulaj

09/06/2011 — Approfondimenti

Monika Bulaj


Nur, ovvero ‘luce': questo è il nome che la fotografa Monika Bulaj ha dato al suo progetto fotografico incentrato su quel Paese in gran parte misterioso che è l'Afghanistan. La sua è una prospettiva originale, mimetica nel senso più stretto del termine: Bulaj si è letteralmente calata nella realtà complessa e sfaccettata di un mondo di cui, nel cosiddetto Occidente, giungono solo echi di violenza, guerra e strenui tentativi di un fondamentalismo mai domo di restaurare un clima di terrore e oscurantismo a fronte di un difficile cammino verso la democrazia.
Ma a Bulaj interessa mostrare l'altro lato del conflitto, la vita nei villaggi remoti, le usanze, le tradizioni di un popolo che possono restituire all'osservatore attento una verità che va ben oltre le semplificazioni manichee che oppongono a un modello globalizzato di libertà e diritti che si presume radicato in una parte del mondo a una realtà che si vuol credere fatta solo di arretratezza, povertà e rassegnazione al sopruso del radicalismo religioso.
Certo, per meglio fissare attraverso l'obiettivo della macchina fotografica le sfumature di questa realtà che altrimenti resterebbe ignota a noi che di questo Paese conosciamo solo ciò che filtra attraverso i reportage degli inviati di guerra dei quotidiani, Bulaj ha dovuto paradossalmente celare i propri occhi dietro le grate di stoffa del burqa, e ha ornato le sue mani con delicati arabeschi di henné. Il rischio di essere scoperta durante le sue incursioni nei villaggi e presso le moschee, sui sentieri battuti da cammelli o yak, era alto, ma soltanto mimetizzandosi poteva avvicinarsi alla verità e raccontare come, dietro a un sipario di polvere e sangue, in Afghanistan, dal confine con l'Iran a quello innevato con la Cina delle alture del Wakhan, pullula una vita fatta di speranze, di rispetto per antichi saperi, di millenarie consuetudini, e di una sorprendente capacità di ridere anche di una quotidianità che per molti sarebbe solo causa di lacerante disperazione.
Insomma, le foto di Monika Bulaj sono un appello accorato a non dimenticare che esiste un Paese che, come ha affascinato generazioni intere di viaggiatori che ne hanno raccontato la natura dalla bellezza scabra ed esaltante e le genti eredi di culture molteplici e commiste, può e deve essere ancora narrato oltre i pregiudizi e le facili semplificazioni.
Il progetto della fotoreporter polacca, che da anni collabora con numerose testate italiane e internazionali, ha vinto l'Aftermath Project Grant 2010, un riconoscimento che premia proprio il tentativo, considerato dunque riuscito, di dare spazio e voce (seppur per immagini) all'altro lato di quelle regioni del mondo violentate da conflitti, aree di guerra di cui raramente si rappresenta la vita oltre le trincee, oltre le azioni militari.
Il numero 31 di east aveva dedicato la copertina e il portfolio interno proprio agli scatti di Monika Bulaj in Afghanistan. Di seguito, il link all'articolo apparso sul nostro bimestrale e a quello che l'inserto domenicale della Repubblica ha dedicato sempre al progetto della reporter, che peraltro verrà presentato a Roma il prossimo il 19 maggio alle Officine Fotografiche (via Libetta 1) e in seguito, da gennaio a giugno 2012, nelle gallerie Leica nel mondo.









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