Libia: taglia su Gheddafi. Centinaia i morti a Tripoli

24/08/2011 — News

redazione


Libia: taglia su Gheddafi. Centinaia i morti a Tripoli

Una taglia di più di un milione e mezzo di dollari a chiunque catturi, vivo o morto, Muhammar Ghaddafi: questa la cifra offerta dal Cnt, l’organo politico dei ribelli, insieme alla promessa di amnistia per l’eventuale collaboratore che consegni il dittatore nelle mani degli insorti.
Ma del raìs ancora nessuna traccia. Sebbene le forze rivoluzionarie ormai controllino la zona del compound di Bab al Aziziya, dove sorge il bunker del Colonnello, e in cui sono però ancora in corso aspri scontri con le forze fedeli al dittatore, di quest’ultimo non si hanno per ora notizie certe. E se ieri il portavoce della Nato Lavoie assicurava che la cattura di Gheddafi non rappresenta una priorità, il figlio del raìs Saif al Islam, apparso libero dopo che il Cnt lo aveva dato per arrestato dai ribelli stessi, ha assicurato che il padre sta bene e che non ha lasciato la capitale libica.
Mentre alcuni velivoli dell’Alleanza atlantica seguitano a monitorare Tripoli, nella zona orientale della città si sono udite forti esplosioni, segno che la battaglia finale non può dirsi ancora conclusa. Di questo avviso è anche il leader del Cnt Abdel Jalil, che invita alla prudenza nelle dichiarazioni di vittoria.
Gheddafi peraltro è tornato a far sentire la sua voce via radio nella notte, dichiarando di aver fatto un giro per le strade della capitale, opportunamente camuffato e di aver trovato la situazione tranquilla e sotto controllo. Naturalmente queste affermazioni, al limite dell’assurdo, non danno molte indicazioni su dove effettivamente il Colonnello possa trovarsi attualmente. Dato il fitto intrico di passaggi sotterranei in cui si articola il sottosuolo del compound di Bab al Aziziya, Gheddafi potrebbe essere riuscito tranquillamente ad allontanarsi dal bunker ed essere fuggito verso il deserto in direzione del Ciad o del Niger o di qualche altro Paese segretamente disposto ad ospitarlo.
Intanto nei dintorni del compound prosegue lo scontro fra lealisti e ribelli, coinvolgendo anche il vicino Hotel Rixos, dove si trovano, praticamente intrappolati da quasi due giorni, una trentina di corrispondenti stranieri, che hanno da qualche ora lanciato un disperato allarme, dal momento che cominciano a scarseggiare cibo e acqua nell’albergo. Spari sono stati uditi provenire proprio dal complesso a pochi passi da Bab al Aziziya.
Il timore è che i giornalisti possano essere presi come veri e propri ostaggi dagli uomini fedeli al regime che ancora, pare, controllano l’albergo.
Sul fronte internazionale, alla diffusa soddisfazione per i progressi compiuti dalle forze che si oppongono al regime di Gheddafi, ritenuto ormai prossimo alla fine, i leader mondiali preparano le strategie di aiuto per supportare la transizione che si auspica pacifica e volta ad instaurare una stabile democrazia. Fondamentale è ritenuto lo sblocco dei fondi per la Libia, che possano garantire il necessario supporto economico per la ricostruzione e gli aiuti di cui avrà bisogno il Paese uscito da una lunga e sfibrante guerra civile.
Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di essere pronti a scongelare beni per un valore di un miliardo di dollari.
L’Unione Europea sta valutando l’opportunità di inviare aiuti umanitari.
Ma prima la situazione deve stabilizzarsi sul campo: la Nato, assicurano Usa e Francia, proseguirà le operazioni fino a che Gheddafi e il suo clan non si saranno arresi definitivamente.
E se il delfino del rais, suo figlio Saif, ieri appariva sicuro di poter ancora vincere la battaglia di Tripoli, le due opposte fazioni stanno ancora combattendo in alcune zone della città senza esclusione di colpi.
Il bilancio di vittime di questo aspro e violento confronto ammonta, secondo alcuni dati forniti dal Cnt, ad almeno 400 morti e più di 2mila feriti negli ultimi tre giorni, con gli ospedali e i presidi sanitari locali ormai al collasso, per mancanza di attrezzature e medicinali sufficienti a far fronte all’emergenza.
Secondo l’ambasciatore libico presso l’Onu, Ibrahim Dabbashi, entro due tre giorni l’intero Paese potrebbe essere nelle mani delle forze ribelli. Il diplomatico ha precisato che qualora Gheddafi dovesse essere catturato vivo, i libici preferirebbero che venisse processato in patria e non consegnato (come peraltro ieri chiedeva ancora il nostro ministro degli Esteri Frattini) al Tribunale penale internazionale.
Si registra nel frattempo l’invito da parte del presidente russo Medvedev rivolto alle opposte fazioni affinché avviino dei negoziati, convinto che, sebbene ormai gli insorti siano ormai prossimi a controllare il Paese, Gheddafi abbia ancora una certa influenza in Libia.
Un appello giunge anche dal segretario generale delle Nazioni Unite, rivolto alle forze fedeli al regime perché smettano di combattere e depongano una volta per tutte le armi per fare spazio alla transizione.
La cancelliera tedesca Merkel parla di collasso del regime del Colonnello e afferma che sarebbe bene evitare ulteriori spargimenti di sangue. La Merkel ha precisato che la Germania insieme ad altri Paesi lavorerà affinché la Libia possa presto avviare una transizione che la porti ad avere istituzioni democratiche alla base di una società libera.
Preoccupazione viene espressa ancora dal ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, secondo il quale non bisogna ancora abbassare la guardia, vista la pericolosa persistenza di diffuse sacche di resistenza che ancora si oppongono alla pur apparentemente inarrestabile avanzata degli insorti.
Per il presidente Usa Obama ormai il destino della Libia è in mano al suo popolo e Gheddafi è un leader finito. Dello stesso avviso è il premier britannico Cameron, secondo cui il raìs deve fermare i suoi e arrendersi.









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