Mentre gli aerei della Nato proseguono i bombardamenti su Sirte, città natale del rais Gheddafi, le forze degli insorti la cingono da terra su ogni lato. Ormai oggi è il terzo giorno di assedio e la caduta della città in mano ai ribelli sembrerebbe prossima.
Ma intanto non si placa il sentimento di orrore dopo la scoperta di una fossa comune nei pressi della capitale libica. Vicino al carcere di Abu Salim sono stati rinvenuti i resti di oltre 1200 persone. Le ossa ritrovate appartengono alle vittime del massacro di detenuti imprigionati nel famigerato carcere, dove Gheddafi faceva rinchiudere i suoi oppositori. L'eccidio avvenne nel 1996 ed ora, secondo Osman Abdul Jalil, medico del Consiglio transitorio libico, sebbene ci vorranno anni per completare l'identificazione, si dovrà procedere al confronto fra il Dna dei resti rinvenuti e quello dei familiari delle vittime di quello sterminio di prigionieri, già denunciato a suo tempo dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani.
Sul fronte dei rapporti fra la nascente nuova Libia e i Paesi tradizionalmente legati a quella sponda del Mediterraneo da scambi economici e commerciali, fra cui ovviamente anche l'Italia, si registra la decisione delll'Eni di riattivare la produzione di alcuni pozzi petroliferi. In particolare l'ente italiano ha annunciato la riapertura di quindici pozzi nel giacimento di Abu Atifeel, situato a circa 300 km da Bengasi, roccaforte dell'insorgenza libica.
L'Eni, presente in Libia dal 1959 aveva interrotto le attività estrattive all'indomani dell'inizio del conflitto che ha portato alla caduta del regime del Colonnello, dopo mesi di scontri violentissimi, spesso concentrati proprio nelle zone in cui sorgevano gli stabilimenti petroliferi, il cui controllo era ovviamente ritenuto fondamentale per i rifornimenti di carburante e, dunque considerati obiettivi strategici di primaria importanza.