Il Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, ha deciso l’espulsione dell’intero staff diplomatico dell’ambasciata libica a Londra.
La decisione è stata presa allorché alla tv libica è comparso in buona salute Abdelbaset al Megrahi, responsabile del disastro di Lockerbie – in cui, il 21 dicembre 1988, perirono tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio del volo 103 della Pan Am, in quello che fino agli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 era considerato il più grave attentato terroristico della storia dell’aviazione civile.
Otto diplomatici, ancora operativi nella sede della rappresentanza libica sita nel quartiere di Knightsbridge, sono stati raggiunti dal provvedimento.
Secondo alcune voci, Londra sarebbe pronta ad accogliere personale del Consiglio nazionale libico, organo politico degli insorti contro il regime di Gheddafi, il che varrebbe come sensibile riconoscimento del ruolo dei ribelli quali autentici rappresentanti del popolo libico, a quattro mesi dall’inizio delle operazioni della coalizione internazionale in appoggio delle forze che si contrappongono al rais di Tripoli.
D’altronde, in linea con questa decisione, il ministro degli Esteri inglese, William Hague, ha invitato il Consiglio a nominare un diplomatico che prenda possesso della sede diplomatica da cui sono stati espulsi i rappresentanti leali al Colonnello.
Frattanto il leader del Consiglio di transizione libico, Moustafa Abdeljalil, ha annunciato oggi che è scaduto il termine che l’organismo politico dei rivoltosi aveva fissato per permettere a Gheddafi di restare nel Paese, a condizione che lasciasse il potere.
La proposta, finora mai resa pubblica, era stata avanzata dai rappresentanti del Cnt un mese fa ai dirigenti del regime, con l’intermediazione dell’inviato speciale delle Naioni Unite in Libia, il giordano Abdel Elah al Khatib.
Inoltre, per la prima volta dal 1977, anno in cui è entrata in vigore la legge che proibisce la formazione di nuovo partiti politici, ne è appena nato uno, fondato a Bengasi, roccaforte dei ribelli, che ha preso il nome di Nuova Libia.
Diversi gruppi di lavoro sono emersi attorno al progetto politico del Consiglio transitorio, e potrebbero trasformarsi in altrettanti partiti in un prossimo auspicabile futuro democratico del Paese.
Nuova Libia potrebbe dunque essere una sorta di precursore in questa difficile, delicatissime e tormentata fase di conflitto che sta segnando il passaggio da un regime che controlla il Paese da decenni con pugno di ferro ad una democrazia moderna.
Secondo Ramadan Ben Amer, rifugiato negli Emirati Arabi e tra i cofondatori del nuovo partito, nato appunto grazie all’iniziativa di alcuni espatriati libici, già 2mila persone si sarebbero unite alla formazione. La maggior parte abiterebbe a Bengasi, sua città natale, e a Derna, da cui proviene l’altro promotore di Nuova Libia, Rajad Mabrouk, che vive negli Usa, a Dallas.
Il movimento è sostenuto, secondo i suoi fondatori, da oltre 20mila espatriati libici, sparsi fra Stati Uniti, Canada, Francia e Germania.
Il partito si propone di promuovere l’eguaglianza dei diritti, la partecipazione delle donne e dei giovani alla vita politica e sociale del Paese, la difesa delle minoranza e la limitazione del ruolo delle tribù, “entità sociali che non dovrebbero essere considerate come corpi politici”.