Libia: liberati i giornalisti italiani. I ribelli assediano Gheddafi

25/08/2011 — News

redazione


Sono liberi i quattro corrispondenti italiani rapiti ieri a Tripoli: Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, insieme a Domenico Quirico della Stampa e Claudio Monici di Avvenire sono stati tratti in salvo stamattina grazie a un blitz compiuto da due giovani libici nella casa in cui erano trattenuti. Secondo Sarcina i due apparterrebbero alle milizie lealiste.
Ora i quattro inviati si trovano sani e salvi all’interno dell’Hotel Corinthia, intorno al quale comunque proseguono intensi combattimenti fra le opposte fazioni che da giorni si danno battaglia nella capitale libica.
Purtroppo nell’assalto ai quattro giornalisti italiani è rimasto ucciso il loro autista libico che i sequestratori hanno freddato dopo averlo picchiato.
Gli insorti intanto in queste ultime ore hanno circondato una serie di edifici non distanti dal complesso di Bab al Aziziya, convinti che all’interno, nascosti in una buca, si siano rifugiati Gheddafi e i suoi figli.
Altri ribelli stanno assediando Abu Salim, quartiere sito nella zona sudorientale della capitale libica, tristemente famoso per la prigione in cui nel 1996 furono trucidati 1300 oppositori del regime, luogo dunque che riveste anche una forte carica simbolica per i combattenti che stanno cercando di rovesciare definitivamente la dittatura del raìs Gheddafi.
I combattimenti si sono moltiplicati e intensificati nella giornata di oggi, dopo anche questa notte si sono uditi bombardamenti in varie zone della capitale.
I lealisti hanno intanto lanciato una salva di missili da Sirte (città natale del Colonnello e tra gli ultimi bastioni in cui resistono i fedelissimi del regime) in direzione di Misurata, roccaforte e città martire degli insorti.
Altri missili Grad sono piovuti su Tripoli, mentre le forze governative hanno attaccato la città di Ajelat (ovest di Tripoli) a bordo di carriarmati e lanciando missili.
Gheddafi, in uno dei suoi messaggi via radio ha dichiarato che la ritirata dal compound di Bab al Azizya, finito nelle mani degli insorti, penetrati l’altro ieri da una breccia aperta su uno dei lati del complesso, sarebbe una mossa tattica. Frattanto un portavoce del governo sostiene, parlando all’emittente Al Arouba, che la resistenza all’assedio dei ribelli potrebbe durarre ancora mesi, se non addirittura anni.
Gheddafi giorni fa aveva minacciato di dar fuoco alla capitale, e il portavoce non ha esitato a parlare di fuoco e vulcani, immagine utilizzata per significare come il regime vorrebbe trasformare il Paese, pur di non cedere il potere.
Ma il Consiglionazionale di transizione, organo politico dell’insurrezione, già pensa al dopo Gheddafi e fa calcoli riguardo alla quantità di aiuti necessari per la ricostruzione e per far ripartire l’economia del Paese, una volta instaurato un governo democratico.
Aref Ali Nayed, rappresentante del Cnt, durante un vertice del Gruppo di contatto tenutosi ieri a Doha (Qatar), ha avanzato una richiesta di aiuti urgenti per una somma pari a 5 miliardi di dollari, ottenibili grazie allo scongelamento dei beni libici. Si tratta di una cifra doppia rispetto a quanto precedentemente stimato dai ribelli stessi.
E oggi, durante l’incontro fra il premier italiano Berlusconi e il suo omologo del governo transitorio libico, Mahmud Jibril (che ieri era stato ricevuto dal presidente francese Sarkozy), è stato deciso di dar vita a un comitato di accordo fra i due governi.
L’Italia scongelerà una prima tranche di 350 milioni di euro di fondi libici a favore della Nuova Libia.
Inoltre Berlusconi ha offerto la disponibilità del nostro Paese per l’addestramento futuro di forze di polizia e militari del nuovo Stato.
Ulteriori aiuti potrebbero venire per la costruzione di scuole e ospedali.
Quanto all’immediato futuro della Libia e alla soluzione dei conflitti interni, dopo mesi di aspra guerra civile, il leader del Cnt ha assicurato a Berlusconi che non vi saranno atteggiamenti di vendetta nei confronti degli avversari che hanno sostenuto il regime, ormai moribondo, di Gheddafi.
Anzi, Jibril ha confermato di voler formare un governo che includa tutte le diverse componenti politiche e rappresentative della società libica, il cui quadro resta composito e non facilmente unificabile sotto un’unica identità nazionale (essendo prevalente la divisione di origine tribale nella maggior parte della popolazione).
Lunedì prossimo l’Eni firmerà a Bendasi un accordo che prevede la fornitura di ingenti quantitativi di gas e benzina che possano sopperire alle immediate necessità della popolazione.
In queste ore ad esempio Tripoli, provata da giorni di violenti combattimenti, è praticamente senz’acqua.
La situazione resta in parte ancora fluida sul campo: mentre si continuano ad affrontare in una sorta di confusa guerriglia urbana i ribelli e gli ultimi tenaci resistenti lealisti, Gheddafi sta lanciando dalla tv libica Al Orouba l’ennesimo messaggio audio.
"La Libia sia dei libici, non della Francia o dell'Italia, non dei colonialisti!". Queste le parole del raìs, che ha incitato i giovani alla jihad, la guerra santa. Gheddafi ha chiamato il popolo libico a difendere Tripoli, purificandola dai ribelli. Questi ultimi devono essere uccisi strada per strada: questo l'incitamento del dittatore. Uomini, donne e tribù sono stati richiamati nel messaggio a impedire che i "ratti" (così Gheddafi epiteta sempre gli insorti) consegnino la capitale ai colonialisti.
























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