Gheddafi non se ne va: o almeno fintanto che non sarà il suo popolo a cacciarlo. Secondo quanto ha dichiarato il portavoce del regime di Tripoli, Ibrahim Moussa, il raìs intende continuare a guidare la nazione e non lascerà la Libia né si dimetterà, anche perché non ricopre nessun ruolo per il quale sono previste dimissioni. In sostanza, chiarisce Moussa, qualora venissero indette delle elezioni, ipotesi che il governo libico è tornato a proporre ieri come soluzione del conflitto e che è al vaglio della comunità internazionale e degli stessi attori coinvolti nel teatro di guerra, divisi fra contrari (gli insorti in primis) e possibilisti (alcune voci all’interno della Nato), il risultato delle urne potrebbe offrire un segnale reale e tangibile attraverso cui misurare il consenso o, al contrario, l’ostilità nei confronti del regime. Il Colonnello, solo se sconfitto dal voto, sarebbe dunque disposto ad abbandonare il potere. La proposta di indire elezioni era già stata avanzata da uno dei figli di Gheddafi, Saif al Islam.
Per ora le dichiarazioni che giungono da Tripoli sono di fiera opposizione da parte del rais all’idea di consegnare il Paese a quelli che egli stesso ha etichettato e il suo portavoce ha ribadito essere una banda di criminali che ha preso in ostaggio una parte del Paese. Epiteto che Moussa ha, senza mezzi termini, attribuito anche alla coalizione internazionale guidata dalla Nato, il cui intervento, seppur fondato su una risoluzione Onu tesa anzitutto a proteggere e aiutare la popolazione civile, è di supporto alla causa dei ribelli. Questi ultimi, come si è detto, rifiutano l’ipotesi di indire una tornata elettorale al fine di stabilire il risultato di un conflitto che dura ormai da oltre quattro mesi: il Comitato nazionale di transizione, organo politico che rappresenta gli oppositori del regime, per bocca del suo vicepresidente Abdel Hafiz Ghoga, ha dichiarato di attendere una proposta da parte di Gheddafi per trovare un’intesa sulla fine dello scontro che sta insanguinando il Paese.
Ieri il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, intervenendo a una trasmissione televisiva, aveva rivelato la notizia secondo cui alcuni esponenti del regime avevano avuto contatti con rappresentanti del fronte dei ribelli e che, pur non conoscendo i particolari dell’incontro, sapeva che tra i temi trattati, certamente, vi era stato quello riguardante il futuro da riservare a Gheddafi, una volta terminato il conflitto.
Frattanto, sul fronte diplomatico, sono in corso in Sudafrica incontri in seno all’Unione africana per l’avvio di trattative col regime libico. Gheddafi ha assicurato i capi di Stato del continente, riuniti a Pretoria, che non parteciperà ai vertici in programma per elaborare un programma di negoziati con il suo governo.
Oggi, intanto, la Corte penale dell’Aja stabilirà se emettere o meno i mandati di arresto internazionali all’indirizzo dello stesso rais di Tripoli, di suo figlio Saif al Islam, nonché del capo dell’intelligence del regime, Abdullah al Senoussi, tutti e tre accusati dal procuratore capo del Tribunale internazionale, Luis Moreno Ocampo, di crimini di guerra e contro l’umanità. Ad emettere l’eventuale provvedimento sarà la cosiddetta Camera preprocessuale del Tpi, guidata dall’italiano Cuno Trasfusser.
Sul fronte prettamente bellico, i ribelli annunciano di aver conquistato nuove posizioni in direzione della capitale libica: avanzando verso Tripoli, si sono attestati a circa 80 chilometri a sudovest, e precisamente nella zona di Bir al Ghanam, che si trova anche a 30 chilometri da Zawiya, punto strategico del corridoio verso la Tunisia. L’area delle montagne occidentali sono solidamente nelle mani delle forze guidate dagli insorti.