Libia: Cnt rivendica diritto uccidere Gheddafi

31/08/2011 — News

redazione


Secondo le fonti dei ribelli Muammar Gheddafi si troverebbe ancora in territorio libico, forse a Bani Walid, a sudest di Tripoli o comunque nei dintorni della capitale. Altri ritengono che si nasconda nei pressi di Sirte, sua città natale.
Ahmad Arrad, responsabile degli affari interni per il Consiglio transitorio, sostiene che se il raìs è ancora in Libia (come appunto appare altamente probabile) e non intende arrendersi è diritto degli insorti ucciderlo. Oggi era l'ultimo giorno del Ramadan e i fedeli si sono riuniti in preghiera nella Piazza dei Martiri, fino a qualche settimana fa ancora Piazza Verde, al centro della capitale libica. L'imam ha ricordato ai presenti nella piazza gremita i martiri, appunto, della causa rivoluzionaria. La preghiera e il sermone si sono svolti in un clima di palpabile tensione, per il timore di possibili attentati da parte dei fedelissimi del regime: difatti lo spazio era presidiato da ribelli armati, posti a guardia anche degli edifici limitrofi.
Cinquantamila sarebbero le vittime della guerra civile scoppiata sei mesi fa nel Paese nordafricano, stando alle stime rivelate da un colonnello delle forze ribelli, Hisham Buhagiar.
Frattanto gli insorti hanno esplicitamente respinto ogni proposta di dispiegamento di forze internazionali sul territorio libico, così come l'ipotesi di osservatori inviati a vigilare sulla transizione. Così ha assicurato Ian Martin, inviato speciale delle Nazioni Unite per la pianificazione del dopoguerra nel Paese.
Dunque la missione dell'Onu avrà esclusivamente carattere politico, al fine di aiutare le nuove autorità al potere a sviluppare un processo di passaggio che porti alla democrazia.
Le autorità libiche, stando a quanto ha dichiarato Ian Martin, sono interessate a un aiuto in materia di polizia, affinché la situazione possa restare sotto controllo, soprattutto nella prima fase della transizione, che potrebbe vivere ancora momenti turbolenti.
Intanto il Consiglio di Sicurezza ha sbloccato ieri beni libici depositati in alcune banche britanniche, che si sommano al milione e mezzo di dollari depositati negli Usa, a quelli raccolti mediante una petizione lanciata dalla Lega Araba, e anche ai 500 milioni scongelati dall'Italia (dato confermato dal ministro degli Esteri Frattini).
L'Italia ha anche annunciato la riapertura della propria sede diplomatica a Tripoli: da domani, primo settembre, l'ambasciata italiana sarà nuovamente operativa, con una squadra formata da diplomatici, funzionari amministrativi ed esperti.
Quanto alle relazioni diplomatiche che intercorrono fra il Consiglio nazionale di transizione e gli altri Paesi, si segnala la tensione fra Tripoli e Algeri, l'unica capitale nordafricana che ancora non ha riconosciuto la legittimità dell'organismo politico degli insorti a rappresentare la Libia. Non ultima, l'accoglienza riservata ai familiari di Gheddafi che si sono rifugiati in Algeria da lunedì scorso ha contribuito a riacutizzare lo scontro. Algeri si è affrettata a giustificare con l'obbligo sacro dell'ospitalità la propria decisione e con il fatto che nel convoglio in cui viaggiavano moglie e figli del raìs vi erano donne e bambini. Inoltre le autorità algerine hanno assicurato che qualora il dittatore libico mettesse piede sul suolo del Paese il governo lo consegnerebbe immediatamente al tribunale penale internazionale.
Fino agli anni Settanta le relazioni fra Libia e Algeria erano molto buone, allorché Tripoli sosteneva il Fronte Polisario (movimento che voleva ottenere l'indipendenza del Sahara Occidentale dall'occupazione militare di Spagna, Marocco e Mauritania e il riconoscimento del diritto del popolo saharawi all'autodeterminazione).
I rapporti si guastarono quando Gheddafi firmò un trattato con il re del Marocco, acerrimo rivale di Algeri.
Tuttavia, da quando è scoppiata la rivolta sei mesi fa contro il regime del Colonnello, i ribelli hanno più volte denunciato l'appoggio del governo algerino alle forze militari fedeli a Gheddafi. Allo stesso tempo Bouteflika sosteneva che l'insorgenza libica era guidata da estremisti islamici, cui Al Qaeda non era estranea. Forse da parte del presidente algerino vi era il timore (non del tutto infondato) che la rivolta potesse deflagrare anche nel suo Paese, come nel resto del Nordafrica.

Foto: LaPresse.it









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