C’era il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, lo scorso 7 aprile, a sorvolare in elicottero quello che una volta era il lago salato più grande del mondo. Nel guardare il bacino ormai quasi asciutto, Ban Ki Moon ha detto con un ?lo di voce: «È uno dei più terribili disastri ecologici del mondo. Sono molto colpito ed è molto triste che questo potente mare sia scomparso. Credo che dietro questo dramma ci sia una responsabilità collettiva, e non solo dei popoli dell’Asia centrale. Qui, a doversi interrogare, è il mondo intero». In volo sopra il lago, Ban Ki Moon ha sicuramente visto, oltre al ritiro delle acque, anche le distese sterminate di campi coltivati a cotone. Sì perché la catastrofe dell’Aral nasce proprio da quei campi. E dalla volontà dell’Unione Sovietica di destinare alla coltivazione del cotone milioni di ettari di terreno, in Uzbekistan come in Kazakistan, deviando il corso dei due principali ?umi che li attraversano: il Syr Darya e l’Amu Darya. Nel nostro tour iniziato a Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan, abbiamo viaggiato per centinaia di chilometri dentro lo stesso panorama: campi di cotone a perdita d’occhio. È stato così da T ashkent a Samarcanda, dove la cosiddetta “Steppa della fame” fu trasformata nell’area di pr oduzione tessile più vasta di tutta l’Unione Sovieti ca. Ma lo stesso paesaggio si è ripresentato, salvo qualche eccezione, anche da Samar canda a Bukhara e poi da Bukhara a Khiva (la famosa Via della seta che sarebbe meglio de?nire oggi la Via del cotone). Quindi ?no a Nukus, da dove il tour del disastro è ripartito per raggiungere la cittadina di Moynaq, che ?no a poco tempo fa sorgeva sulle rive del lago.
A Moynaq il sole è già alto. Ci arriviamo dopo un viaggio di oltre 200 chilometri da Nukus, ultimo avamposto prima della terra del nulla. Siamo nel lembo più occidentale dell’Uzbekistan, nella repubblica autonoma del Karakalpastan. Un cartello turistico indica l’arrivo alla cittadina un tempo famosa per la produzione di pesce in scatola. «Se ne confezionavano 20 milioni di lattine all’anno e coprivano l’intero fabbisogno degli abitanti di tutte le repubbliche dell’Urss», racconta la guida. Il mercato di Moynaq, più che un bazar asiatico con i profumi e i colori tipici del continente, sullo stile di Samarcanda, è un mercatino scalcagnato con povere cose, dove anche i colori sembrano sbiaditi. Nella strada principale non c’è un bar, né un ristorante, men che meno un negozio. Tutto è avvolto nella polvere. Ci spostiamo al museo della memoria che sorge di fronte al municipio. Un peschereccio arrugginito è stato posizionato di fronte al povero edi?cio quasi a voler sottolineare lo struggente confronto tra il benessere di ieri e la tristezza di oggi. Nel museo, dove di allegro ci sono soli alcuni bambini che in una sala stanno provando il saggio per il giorno della festa d’indipendenza dell’Uzbekistan e qualche fotogra?a in bianco e nero degli operai di una volta, sorridenti, gli abitanti di Moynaq hanno ricostruito la vita prima del disastro ecologico.
«Un tempo eravamo 50mila, per la gran parte dediti alla pesca. Oggi siamo rimasti in 8mila e cerchiamo di sopravvivere con quel poco che la terra e l’allevamento di animali possono offrire». Chi ha potuto è tornato in Kazakistan o è letteralmente scappato da qui. Studi epidemiologici parlano di una percentuale elevata di tumori ai polmoni e alle vie respiratorie. Ma anche di malformazioni nei neonati e di un elevato tasso di mortalità infantile, dovuta ai pesticidi utilizzati in agricoltura e portati qui dalle frequenti tempeste di vento e sabbia che infestano la zona. Un inquinamento atmosferico che ha coinvolto la catena alimentare, anche a causa dell’acqua inquinata, che si utilizza per le irrigazioni. Una situazione che ha generato un circolo vizioso, dato che i prodotti della terra vengono mangiati dagli abitanti della zona.
Cosa è successo in questo luogo dove le strade sono deserte, dove il numero di case e edi?ci abbandonati è maggiore di quelli abitati, tanto da ricordare il set di un ?lm western americano? Fino al 1970, Moynaq sorgeva sulle rive del lago d’Aral, il quarto lago più grande della terra, che si estendeva per 68mila chilometri quadrati. Dai primi anni Sessanta ha cominciato a ritirarsi ?no agli attuali 16mila chilometri quadrati. Tre quarti dell’acqua sono evaporati, spariti senza possibilità di ritorno.
Non è stata colpa dell’effetto serra, o dei cambiamenti climatici. E nemmeno del buco dell’ozono. Il lago è svaporato semplicemente per colpa dell’uomo e dello sciagurato trattamento che la politica commerciale sovietica prima e quella uzbeka e kazaka poi, hanno riservato alla natura. Sin dalla sua fondazione, nel 1917, l’Unione Sovietica, che governava sulle repubbliche di Uzbekistan e Kazakistan, in mezzo alla frontiera tra i quali si trova il lago d’Aral, intraprese un’opera di drenaggio delle acque dei due maggiori af?uenti: il Syr Darya (che af?uisce all’Aral dal Kazakistan) e l’Amu Darya (che scorre a Sud e attraversa gran parte dell’Uzbekistan). Lo scopo era quello di fornire acque agli sterminati campi coltivati a cotone, per confezionare vestiti per tutta l’Urss. L’irrigazione, che necessita di una notevole quantità d’acqua, a lungo andare ha ?nito per impoverire la portata dei due af?uenti dell’Aral e, di conseguenza, anche la super?cie dello stesso lago.
Nonostante una presa di coscienza internazionale del problema, oggi il destino del lago appare segnato. Almeno per quanto riguarda la parte uzbeka. Pochi i fondi a disposizione per permettere di rinunciare alla coltivazione del cotone, vera ricchezza del Paese e far af?uire nuovamente l’acqua al lago d’Aral. E poca la volontà dei governanti uzbeki di porre rimedio a questa situazione. Il presidente Islam Karimov, sovrano incontrastato e padrone dell’economia del Paese, ha dichiarato più di una volta: «Ormai l’Aral è morto», scommettendo solo sul suo rinverdimento e sull’eventuale ricerca di petrolio nel sottosuolo del suo ex bacino. Una trasformazione comunque dif ? cile e costosissima. Il disastro ambientale dell’Aral è rappresentato anche dalla vergogna dell’isola di V ozr ozhdeniye (Rinascita), che sor geva in mezzo al lago, dove i sovietici per decenni hanno condotto i propri esperimenti per la pr oduzione di ar mi biologiche di distruzione di massa. Nel 2002, grazie a un fondo Usa, dieci siti di antrace sono stati boni?cati. Ma è facile pensare che ancora molti siano quelli da boni?care. Troppo importante, comunque, l’oro bianco per lo “stan” dell’Asia centrale. L’Uzbekistan, infatti, è il terzo Paese al mondo per le esportazioni di cotone e il quinto produttore mondiale con i suoi tre milioni di tonnellate annue. La sua è un’economia che si basa ancora quasi totalmente su questa monocoltura, da cui ricava un miliardo di dollari l’anno e che rappresenta il 60 % delle sue esportazioni. Sono 800mila le tonnellate vendute ogni anno soprattutto a Paesi europei e asiatici. La situazione è invece migliorata nella parte kazaka, dove cospicui ?nanziamenti della World Bank hanno permesso la creazione di un sistema di dighe. Ciò ha reso più facile l’irrigazione dei campi coltivati, elevando il livello dell’Aral di alcuni metri. Nel 2005, infatti, con la costruzione della diga di Kok Aral, il ?usso d’acqua verso il bacino meridionale è stato bloccato ed è stata stabi lizzata la portata e il grado di salinità dell’acqua nella parte nord del lago. Entro l’anno prossimo, secondo stime ottimistiche, l’acqua dovr ebbe ritornare a bagnar e la città di Aralsk da cui deriva il nome del lago. Ma la notizia buona è che il piccolo mare del Kazakistan è tornato di nuovo a essere pescoso. Non è così a Sud, a Moynaq. Sul lungomare lo spettacolo è desolante: laddove c’era una baia e un porto, oggi ci sono solo dune; laddove si poteva contemplare il mare, oggi si vede solo sabbia a perdita d’occhio e qualche sterpaglia. L’acqua è a 80, forse 100 chilometri da qui. Impossibile da raggiungere se non a bordo di potenti jeep. Ci si cala in quello che una volta era il letto del lago e si tocca con mano la ruggine delle tante navi abbandonate e allineate così dagli abitanti per illustrare da vicino ai pochi turisti temerari che si avventurano qui, il dramma di questo posto. Alcune carcasse sono state consumate dalla ruggine. Le chiglie sembrano bocche sdentate.
A un paio di chilometri, spunta un molo. «Fu costruito cercando di seguire le acque – dice ancora la guida – ma siccome si ritiravano sempre più in là, bisognava variare di volta in volta il progetto e spostar e sempre più a nord il molo. Quando è stato ultimato, l’acqua era già molto lontana». Curioso che alcuni pali della luce siano stati piantati pr oprio qui, nel bacino del lago. Quasi a voler affermare la rassegnazione e la consapevolezza che l’acqua non tor nerà mai più. L’ultima parte del tour si svolge di fronte al vecchio Kombinat dove lavoravano migliaia di operai. Un bambino con la bicicletta guarda stupito il visitatore occidentale. Un anziano signore si ferma a parlare con noi. Baktiar, questo il suo nome, ha 80 anni e una faccia piena di rughe segnate dal sole che lo fanno sembrare il protagonista de Il vecchio e il mare di Hemingway. «Lavoravo in mare come pescatore – dice – e con la mia barca pescavo quintali di pesce che poi vendevo al Kombinat (la fabbrica) per il processo di inscatolamento. Sono anziano e pensionato: non mi resta molto da vivere. Ma il vero dramma sono questi giovani: che speranza e che futuro può offrire loro una città senza più il mare?». In verità un futuro tetro, così come il presente, considerando che i ragazzini dell’Uzbekistan, a Moynaq come in altre parti del Paese, sono costretti a raccogliere il cotone. Una denuncia che le associazioni internazionali di tutela dei diritti dei bambini facevano da tempo, prima che la vergogna venisse ?lmata da una troupe della Bbc e smascherata. 450mila moder ni schiavi che, in nome della ragion di Stato che fa chiudere le scuole e scorta con la polizia gli alunni ? no ai campi, sono costr etti a lavorar e per settimane intere, gratuitamente o per una paga modestissima, raccogliendo anche 70 chili di cotone al gior no. Schiavitù e cotone, un dramma che ciclicamente si ripete nei secoli, per il guadagno di pochi e lo sfruttamento di molti.