Dopo un 2011 all’insegna di “crisi economica”, “crisi del debito”, “crisi di fiducia” e “Primavera araba” si cerca, tra piani di austerità e misure di rilancio economico, di guardare con maggiore ottimismo all’”anno che verrà”.
La necessità, come in tutti i periodi di crisi, di guardare con fiducia al futuro e in questo caso al 2012, tuttavia, coinvolge meno l’analista politico che, seppur concorde per antonomasia con chi nelle crisi e nei mutamenti delle società vede sempre un’occasione di miglioramento o, quanto meno, un’evoluzione della società, in questo caso, pur speranzoso, non può non riflettere ed evidenziare che le sfide che attendono gli equilibri mondiali nel 2012 sono tutt’altro che semplici.
Certamente sarà difficile ripetere il 2010 o il 2011, ma certamente l’”anno elettorale” che sta per iniziare porta con sé nuovi interrogativi che vanno, quanto meno, presi in considerazione.
Negli ultimi vent'anni sarà infatti la prima volta che il cambiamento di leadership interesserà sia gli Stati Uniti che la Cina e se a questo si aggiunge il “cambio” di presidenza russo e i cambi della guardia francese e spagnolo (e nel 2013 anche tedesco) non è difficile intuire che il 2012, nella sempre più stringente necessità di risposte globali a problemi che valicano i confini nazionali, sarà come minimo un anno in cui prendere decisioni definitive sarà tutt’altro che semplice. Le importanti e numerose scadenze elettorali lasciano più facilmente ipotizzare il 2012 come un anno di transizione in cui, certamente, riforme importanti saranno possibili, ma non saranno necessariamente altrettanto scontate.
Non saranno, infatti, solo le grandi potenze ad essere interessate da cambi al vertice: il 2011 fornisce in fondo già un assaggio del percorso elettorale che si aprirà con il 2012, se solo si pensa che nel mese di dicembre si recheranno alle urne sloveni, croati e russi, seguiti poi nel corso dell’anno da serbi, slovacchi, rumeni, lituani e albanesi.
Anche l’area nordafricana dovrà affrontare i primi risvolti concreti della sua Primavera con le elezioni in Egitto, Tunisia (2011) e Algeria.
Le forti pressioni politiche rischiano così di complicare le già tese dinamiche nazionali con il rischio reale di rallentare la ripresa. Certamente utilizzare la leva economica, attraverso politiche fiscali e di spesa espansive, come nei più classici cicli politico-economici, sarà quanto meno complesso.
E ciò sia perché la crisi economica ha ridotto i margini per gli interventi politici espansivi, sia perché è raro che i governi che hanno passato indenni la crisi abbiano ancora, a parte rare eccezioni, maggioranze parlamentari in grado di appoggiare determinate scelte (fatta eccezione per gli esecutivi, non a caso nazional-popolari, nati proprio a ridosso della crisi).
Detto questo, però, nuovi equilibri politici tutt’altro che scontati, se si guarda per esempio all’emersione del Tea party negli Usa, dovranno affermarsi e nuovi programmi governativi dovranno essere approvati, il tutto rianimato dal confronto tra i nuovi leader delle grandi potenze mondiali, in primis il futuro presidente americano, se, come sembra oggi, Obama non verrà riconfermato. Il solo nuovo confronto che si inaugurerà a fine 2012, tra il già designato prossimo presidente russo Putin e l’incognita americana, potrebbe avere conseguenze non trascurabili, soprattutto se la leva nazionalista, in un contesto come quello attuale, diventa un facile strumento contro la disaffezione politica e la stanchezza popolare.
Il 2012 ha tutte le potenzialità per essere un anno di rinnovamento, se dalle elezioni emergeranno nuovi leader dotati di maggiore coraggio di chi li ha preceduti, o un anno che potrebbe aggravare la crisi, se le promesse elettorali e il successivo mancato ricambio di leadership dovesse portare alla stagnazione politica.
Entrambi gli scenari potrebbero prodursi ed entrambi, anche alla luce delle più rosee aspettative, vanno però contemplati. Quel che è certo è che se il 2011 è stato l’anno della volatilità dei mercati, il 2012 sarà quello della “volatilità politica”.
Speriamo solo di quella.