Fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta le speranze dell’opinione pubblica liberale e democratica erano legate principalmente ai giovani.
Sembrava che i giovani, soprattutto i più colti che vivevano nelle grandi città, e in primo luogo gli studenti, i giovani intellettuali, gli ingegneri, gli insegnanti, i medici e i giornalisti, fossero pronti a una rapida occidentalizzazione del Paese, a far propri i valori e le idee della democrazia occidentale. Molti analisti ritenevano che il processo di modernizzazione politica ed economica del Paese sarebbe andato di pari passo con l’allontanamento della generazione più vecchia, ancora legata alla mentalità sovietica, e con l’ingresso nella vita della nuova generazione, che praticamente non aveva conosciuto il totalitarismo nelle sue manifestazioni più terribili. Se anche i giovani avevano fatto in tempo a vedere la fine della stagnazione brezneviana o la breve epoca di inasprimento delle repressioni sotto Andropov, difficilmente quei tempi avevano esercitato su di loro l’azione opprimente e paralizzante esercitata dagli anni staliniani sulla generazione più anziana. La fine del potere sovietico era percepita da tutti come un’epoca di marasma senile e povertà ideologica. Sia i politici che gli studiosi ritenevano che nel processo di un naturale ricambio generazionale i nuovi valori liberal-democratici si sarebbero rafforzati e gradualmente diffusi nella società, e di conseguenza si sarebbero formate e rafforzate delle nuove istituzioni democratiche.

Ma già verso la metà degli anni Novanta i lavori del Centro Levada, basati sull’analisi dei dati dei sondaggi periodici, mettevano in luce che i giovani erano ben lontani da questo ruolo, che veniva loro attribuito, di promotori della modernizzazione, portatori dei nuovi valori liberal-democratici e fautori del modello occidentale di organizzazione politica ed economica. L’analisi comparativa degli atteggiamenti esistenziali e delle idee delle varie generazioni e fasce d’età mostrava che gli orientamenti “filo-occidentali” (e dunque democratici o liberali) dei giovani avevano un carattere prevalentemente dichiarativo (di identificazione) e transitorio. Con il passare degli anni i giovani si inserivano sempre di più nella struttura degli istituti esistenti, che avrebbero invece dovuto trasformare. Non solo: con lo spegnersi delle agitazioni di massa dei tempi della perestrojka e la dissoluzione dell’Urss, iniziò una restaurazione di molti concetti caratteristici del recente passato. Le difficoltà del periodo di transizione e il netto abbassamento del tenore di vita, la comparsa di una massiccia disoccupazione, sconosciuta in Urss, l’incertezza della nuova vita e la crisi di molte forme abituali e consolidate suscitarono un’acuta nostalgia del passato sovietico, che ora si era portati a idealizzare. Gli umori negativi, dominanti nella società fino ai primi anni della “gestione Putin”, non fecero che aumentare la sensibilità dei giovani, nel frattempo diventati adulti, verso gli stereotipi e i pregiudizi caratteristici dell’uomo sovietico: l’idea di un complotto dell’Occidente contro la Russia, il desiderio di tornare al paternalismo di Stato, la riviviscenza dell’isolazionismo aggressivo e la nostalgia del potere, dello status e della passata gloria di grande potenza ecc. Ma all’incirca fino al 1998 il clima politico generale nel Paese restava relativamente mite e liberale, mentre nella società si conservava ancora una parvenza di varietà, pluralismo di idee e posizioni. I giovani in quel periodo si distinguevano per una più spiccata polarizzazione di opinioni: erano pronti a sostenere sia l’ala riformista liberale dello spettro politico (la gioventù attiva e di successo delle grandi città), sia i nazional-populisti, i politici come Zirinovskij (la gioventù meno adattata, che rappresentava la periferia sociale povera e poco istruita). I giovani si adattavano molto più rapidamente delle altre generazioni (anche solo in virtù delle maggiori “risorse vitali”) ai cambiamenti sociali e politici, e perciò cominciarono piuttosto presto a contrapporsi alla massa della popolazione disorientata e spiazzata nelle sue abitudini, incapace di accettare le regole di vita dei tempi nuovi. I giovani ritenevano perfettamente naturale la propria posizione “privilegiata” nella società. Avendo ricevuto “già pronte” libertà e opportunità prima inaccessibili alle persone più anziane, non le percepivano come valori che bisogna conquistare e difendere costantemente, ma come condizioni scontate di un’esistenza individuale, privata, egoistica dal punto di vista sociale. I giovani si identificavano con le nuove libertà e opportunità, attribuendosi il merito delle prospettive aperte dall’economia di mercato, della libertà di movimento e dell’accesso a un’informazione diversificata (prima negata alla popolazione dell’Urss), alla cultura di massa e a nuove forme di svago.
Le illusioni dei giovani russi, che si credevano abbastanza maturi per la vita “dei Paesi normali” (intendendo con ciò i Paesi della democrazia occidentale), durarono piuttosto a lungo, fino alla gravissima crisi del 1998, dopo la quale subentrò un pesante senso di ritorno alla realtà, di dissonanza, di sfasamento fra l’autovalutazione e la valutazione degli altri, mentre l’atteggiamento dell’Europa diventava molto più critico verso ciò che stava accadendo in Russia. La critica della comunità internazionale ebbe come reazione il brusco cambiamento degli umori giovanili, la crescita del nazionalismo russo, diventato una sorta di negativismo adolescenziale, l’aspirazione a una dimostrazione di forza, il sostegno di massa all’autoritarismo putiniano e alla retorica aggressiva di una Russia “risorta” e “non più in ginocchio”.
Coloro che stentano ad adattarsi ai cambiamenti cominciano a essere percepiti come “perdenti” che non hanno saputo inserirsi nella “nuova vita”, cioè come persone di cui non ha senso tener conto, e che non meritano comprensione.
È così che si instaura un clima di disprezzo e indifferenza nei confronti dei gruppi più poveri e deboli socialmente. Nella cerchia dei “perdenti” finiscono (dal punto di vista dei giovani che hanno avuto più successo in senso economico e professionale: imprenditori, impiegati nel commercio, nei servizi o nell’industria dello svago, funzionari arrivati agli organi del potere già al tempo di Putin) anche l’intelligencija democratica e gli strati colti che simpatizzavano per i primi riformatori della Russia postsovietica. La loro attuale debolezza e frammentazione politica rafforza ancora di più questo atteggiamento negativo: per la maggioranza dei giovani non sono loro i vincitori dell’epoca dei cambiamenti, ma il regime autoritario che si è venuto instaurando. I giovani entrati nella vita sociale in epoca postsovietica non provano più alcun interesse non solo per la storia e il passato sovietico, ma neppure per l’epoca delle trasformazioni democratiche fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Se all’inizio degli anni Novanta erano proprio i giovani a manifestare la maggiore apertura e simpatia rispetto all’Occidente, ora che nella Russia postsovietica è ormai praticamente cresciuta una nuova generazione che non ha conosciuto la Guerra fredda, i giovani non solo non si differenziano dalle generazioni più anziane per i loro umori antioccidentali, ma a volte addirittura li superano. Riportiamo alcuni dati che illustrano queste considerazioni.

I giovani, così come le altre generazioni, hanno accettato senza particolari resistenze le idee imposte dalla retorica e dalla politica ufficiale. L’antioccidentalismo e la xenofobia di massa, uniti alla crescita del nazionalismo russo e alla riviviscenza degli umori da grande potenza, sono diventati per una palude sociale aggressiva e invidiosa la reazione appunto all’ostentato “occidentalismo” consumistico e d’imitazione dei giovani di maggior successo, più ricchi e “inseriti”. Costoro affermano la propria superiorità ostentando nuovi standard di consumi e un nuovo stile di vita quotidiana che, come prima, sono inaccessibili alla stragrande maggioranza dei giovani. Ma anche questi ultimi vivono in un ambiente sociale ormai mutato, anch’essi vorrebbero essere “ricchi”, “indipendenti” e “liberi”. In sostanza tali reazioni sono una manifestazione di quella deprivazione relativa che porta a un brusco aumento dell’aggressività e dell’odio proprio rispetto a ciò che più si desidera.
I giovani non solo sono orientati verso standard occidentali di consumi, ma aspirano anche ad alti compensi e si dichiarano “disposti a lavorare molto e intensamente”. Seguire i nuovi standard di consumi è molto dispendioso, e il nuovo stile di vita, le nuove pratiche di comportamento nel tempo libero esigono ingenti mezzi. La maggioranza ritiene che un’istruzione superiore sia condizione necessaria per intraprendere una carriera di successo e altamente remunerativa. Ma l’atteggiamento dei giovani verso lo studio è caratterizzato da un accentuato pragmatismo. Molti ritengono importante ricevere, appunto, un tipo di istruzione che garantisca in futuro un alto reddito. Acquisire una specializzazione e un’adeguata preparazione alla futura professione è meno importante che conseguire un diploma. Le idee degli studenti sul loro futuro professionale sono di regola oltremodo nebulose. Solo il 39% degli alunni delle scuole e circa metà degli studenti universitari intendono lavorare in futuro secondo la loro specializzazione.
Come abbiamo già osservato, vivere “in modo nuovo” costa molto caro, esige un grande investimento di energie e di lavoro. Uno studente su dieci è anche lavoratore. Particolarmente spesso conciliano studio e lavoro gli studenti universitari (44%), mentre fra gli alunni degli istituti professionali e tecnici tale percentuale scende al 14-15%. Poiché la stragrande maggioranza degli studenti frequenta di giorno, ne consegue che molti studiano e lavorano contemporaneamente, il che squalifica il processo dell’apprendimento. Particolarmente alta è la percentuale di studenti lavoratori fra i moscoviti (28%), mentre nelle città più piccole e di diverso tipo il valore scende al 10%, e addirittura al 5% nelle campagne. La necessità di lavorare è in parte legata all’istruzione a pagamento, al desiderio o all’obbligo per i giovani di non gravare eccessivamente sul bilancio familiare. Tuttavia gli istituti universitari a pagamento esistono in tutte le città, per cui la maggiore attività lavorativa degli studenti moscoviti, che vivono in un ambiente più ricco di merci, di stimoli e di proposte culturali, indica anche un maggiore consumismo, il desiderio di avere “denaro proprio” da spendere per ciò che si vuole “qui e ora”, e non per quanto è dettato dai progetti o dalle necessità della famiglia. Tale atteggiamento verso il proprio guadagno indica una distanza dei giovani dalla vita quotidiana della società degli “adulti”, con tutti i suoi problemi, tensioni e conflitti.
Sono soprattutto i giovani e le persone facoltose che partecipano alla vita del tempo libero e del divertimento della “grande città”; la maggioranza della popolazione adulta invece si accontenta di passatempi di tipo “casalingo”: la televisione, i video, le attività domestiche, i rapporti con i vicini e i parenti. Tornando dalla città, molti giovani, soprattutto i più poveri, si ritrovano nella vita di famiglia, che pur essendosi trasformata negli ultimi vent’anni (maggiore benessere e maggior comfort nelle abitazioni, fornite di tutti gli oggetti e gli elettrodomestici d’uso comune, dall’aspirapolvere alla lavastoviglie all’ home cinema), resta tuttavia organizzata diversamente: più povera, problematica, tesa e deprimente di quanto vorrebbero i giovani, che tendono così a estraniarsene. Se la “maggioranza adulta” continua a preferire un lavoro garantito (anche se meno pagato), i giovani sono più spesso disposti a “lavorare molto”, anche senza garanzie per il futuro, ma solo a condizione di alti guadagni.

L’atteggiamento dei giovani verso il successo, il lavoro, la carriera e la professione non può essere compreso al di fuori delle cornici istituzionali in cui avviene la loro socializzazione. Per l’opinione pubblica sovietica e postsovietica è molto importante la sensazione che gli sforzi e i meriti lavorativi siano sottovalutati, e soprattutto che esista una sproporzione fra l’entità dello stipendio e l’apporto lavorativo del singolo. Tale idea è presente nei giovani non meno che nella popolazione adulta: la condivide il 54% dei giovani lavoratori e il 56% degli studenti lavoratori intervistati. Solo il 23% dei giovani dice che nel suo lavoro non potrebbe “fare più di quel che già fa”. La stragrande maggioranza (73%) ritiene che potrebbe “fare di più”. Questa contraddizione fra certezza della sottovalutazione del proprio lavoro e modestissima valutazione della sua “produttività” dimostra una scarsa considerazione della professionalità individuale, una sfiducia nel suo riconoscimento istituzionale e nell’apprezzamento degli altri, anche in senso economico. Si tratta di una sopravvivenza del modello sovietico di comportamento: allora la sottovalutazione del lavoro serviva a giustificare la passività e l’approssimazione, il rifiuto di perseguire più alti traguardi professionali (perché impegnarsi per “così pochi soldi”?). Ma i giovani in confronto ai loro genitori sono indubbiamente più mobili, meno attaccati al proprio posto di lavoro. Si può supporre che anche la maggiore soddisfazione dei giovani rispetto alle possibilità di guadagnare, sistemarsi e fare carriera (soddisfazione signifi cativamente aumentata negli ultimi dieci anni) indichi una scarsa importanza della professionalità “nel proprio mestiere” e un’evidente predilezione per il guadagno facile e ingente. La scarsa rilevanza delle cognizioni specialistiche, il deprezzamento della professionalità, il ruolo determinante dell’ammontare del reddito nella scelta del posto di lavoro si uniscono nei giovani a una scarsissima disponibilità a difendere i propri diritti di lavoratori. All’interno di una popolazione generalmente passiva, i giovani si dimostrano ancora più inclini a rinunciare alle garanzie dei diritti dei lavoratori, al pacchetto sociale, inserendosi nelle vaste zone di lavoro nero. Così il 44% dei giovani intervistati, nel caso di una seria violazione dei loro diritti, cambierebbe semplicemente posto di lavoro; più o meno uno su dieci non farebbe nulla, e un altro 14% non sa dare una risposta definita. Solo il 30% circa dei giovani intervistati è pronto a intraprendere azioni per difendere i propri diritti, ma fra i giovani lavoratori tale percentuale scende al 23% (dati del sondaggio del 2006). Come mostrano i dati di altri sondaggi del Centro Levada, la dichiarata disponibilità a difendere i propri diritti è più che altro una posizione generica e astratta di chi sta solo entrando nella vita adulta: è particolarmente forte proprio nei più giovani – studenti di scuola media e università. Con gli anni tale atteggiamento s’indebolisce. L’unica differenza fra vecchi e giovani consiste allora nel fatto che i primi sono più propensi a scegliere una posizione passiva di adattamento all’ingiustizia (la “pazienza» russa”), mentre i giovani agiscono più attivamente, trovando una “soluzione privata” al problema, ma senza creare nuovi modelli di comportamento sul terreno del diritto, e rafforzando invece una sostanziale posizione di nichilismo giuridico. La maggioranza relativa dei giovani intervistati (42%, dati del sondaggio del 2006) è pronta a lavorare senza un contratto ufficiale, purché le condizioni economiche e lavorative siano soddisfacenti. Per amore del guadagno questi giovani sono disposti ad accettare eventuali violazioni dei loro diritti di lavoratori. Un altro 27% accetterebbe tali violazioni se non trovasse nessun altro lavoro regolare: l’arbitrio del datore di lavoro presuppone la disponibilità del lavoratore a diventare vittima di questo arbitrio. Solo il 24% non acconsentirebbe mai a lavorare senza contratto, a nessuna condizione, e se fra i giovani di 15-19 anni questa percentuale è del 26%, fra quelli di 25-29 è del 21% (il 16% per i ragazzi, e il 25% per le ragazze di questa fascia d’età, il che non è dovuto a una più sviluppata coscienza giuridica, ma a una diversa com prensione del proprio ruolo). Un numero significativo di giovani vorrebbe, in linea di principio, andare a lavorare all’estero (il 23% lo vorrebbe “decisamente” e un altro 33% “probabilmente”). Tuttavia solo il 18% degli intervistati farebbe questa scelta per avere l’opportunità di lavorare secondo la propria specializzazione. Per la maggioranza (57%) il motivo della scelta sarebbe appunto “un lavoro molto remunerativo”.
Come nel caso dell’“istruzione all’estero”, il motivo per cercare un lavoro in un altro Paese non è l’aspirazione a una maggiore professionalità, a un’alta qualifica, a una maggiore concorrenzialità sul mercato del lavoro, ma il desiderio di un più alto tenore di vita. Tali idee sono per molti versi il sogno illusorio o ingenuo di poter vivere “un’altra vita”. Solo un’esigua minoranza di giovani è realmente disposta a lavorare all’estero (TABELLA 5).
Una simile “spensieratezza” riguardo al proprio futuro (unita all’alta soddisfazione per la propria vita e per i propri “successi”) si può considerare una nuova versione della precedente dipendenza dal “sistema”, associata alla sensazione, ugualmente sovietica, di una mancanza di prospettive, dell’impossibilità di disporre della propria vita. Non a caso in Russia, anche fra i giovani più agiati e di successo, la maggioranza riconosce di non potere (e di non volere) influire sulla situazione politica, di non essere in grado di difendere i propri diritti, di non saper contrastare l’arbitrio del potere.
Proprio ciò dimostra che fra i giovani si riproducono (e prevalgono) valori e orientamenti antimoderni, slegati dall’autorealizzazione, e lo stesso modello negativo di adattamento passivo ai cambiamenti. I giovani tendono a riprodurre l’esperienza di “sopravvivenza” delle generazioni precedenti, ma su un diverso materiale e con di versi mezzi. Ma l’esperienza dell’adeguamento passivo sul piano collettivo e individuale non crea e non promette niente di nuovo per la società.


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