La politica ai tempi della crisi

01/08/2011 — Approfondimenti

Marco Valentini


Se è vero che le crisi economiche, data una certa struttura istituzionale, sono solitamente generate da fattori endogeni al sistema economico, è anche vero che la politica economica dei governi influisce notevolmente sia durante lo svolgersi della crisi, potendone amplificare o ridurne gli effetti negativi, sia dopo la crisi per riportare più o meno velocemente l’economia su un sentiero di crescita ed apportare, allo stesso tempo, le necessarie riforme regolamentari e istituzionali, in modo da rendere il sistema più solido quando in futuro nuove crisi si ripresenteranno.

Per uscire da una crisi economica, specialmente se di vaste proporzioni come quella attuale, è necessaria una forte azione politica, un “New Deal” che tenti di evitare il collasso del sistema e sia in grado di rilanciare l’economia con riforme e interventi incisivi. L’attuale crisi ha evidenziato tutte le debolezze del principio di autoregolamentazione dei mercati (il cosiddetto mainstream) che ha dominato il pensiero economico degli ultimi decenni, dimostrando quanto sia sempre più necessario un intervento politico veloce, deciso, chiaro e coordinato. Tale coordinamento da parte dei Governi non deve trasformarsi in semplici aiuti di Stato (peraltro, attualmente un massiccio utilizzo di fondi pubblici non sembra ipotizzabile dato l’elevato indebitamento degli Stati), quanto nella capacità di dare chiare indicazioni sulla strada da percorrere e sulle riforme da effettuare.

Colpisce, invece, l’inerzia, o comunque la miopia, che la politica, sia a livello nazionale che internazionale, ha mostrato spesso in questi ultimi tempi.
Cominciamo, seguendo un approccio bottom-up, dall’Italia. Il problema dell’Italia non sembra tanto l’attuale livello raggiunto del rapporto debito pubblico/PIL (pari al 119%) che, sebbene sia il più elevato a livello internazionale dopo Grecia e Giappone, è rimasto tutto sommato sotto controllo durante la crisi finanziaria. Quello che sembra preoccupare davvero gli analisti e gli operatori finanziari sono le modeste previsioni di crescita futura (il denominatore del rapporto), ovverosia il rischio che diventi sempre più difficile in futuro ridurre il debito in quanto, dato il livello di tassazione, il gettito fiscale non è destinato ad aumentare. Nel 2011 la crescita italiana dovrebbe attestarsi intorno all’1% ben lontano dal 3,5% della “locomotiva” tedesca ma anche dalla crescita prevista per altri principali partner europei. Persino il Belgio, che a livello di rapporto tra debito pubblico e PIL (102,5%) ha una situazione non molto dissimile dalla nostra e che è privo di un governo da più di un anno, ha una crescita attesa per quest’anno intorno al 2%. In assenza di una significativa crescita, una manovra correttiva in Italia che agisse sul numeratore del predetto rapporto debito/PIL era quanto mai necessaria. Ovviamente, effettuare un intervento di riduzione del debito pubblico in una situazione di stagnazione economica non è facile, perché si rischia di deprimere ulteriormente la crescita. Ma, senza entrare nel merito di questioni legate all’equità della manovra, qualche dubbio in termini di efficacia e di credibilità sorge dal differimento di gran parte degli effetti contabili della manovra a partire dal 2013-2014, ossia nella prossima legislatura. Molti analisti e operatori economici hanno considerato questa decisione come un escamotage elettorale. L’auspicio è che, al di là dei calcoli elettorali (in qualche misura politicamente comprensibili), non debbano rendersi necessari ulteriori provvedimenti ben più drastici e impopolari nel caso di una nuova situazione di emergenza nel breve periodo (per esempio, un ulteriore forte attacco speculativo contro le azioni e i titoli di Stato italiani).

A livello europeo, nonostante il market sentiment rimanga particolarmente negativo, sembrerebbe che un segnale politico credibile possa ancora riuscire ad invertire la tendenza negativa dei mercati, come è avvenuto di recente con l’accordo sul salvataggio della Grecia. Accordo che ancora una volta è “too little, too late”, approvato sull’orlo del precipizio e solo dieci giorni dopo che la Merkel aveva rimandato tutto a settembre. E dunque i mercati continuano a non fidarsi e l’effetto positivo è durato solo poco più di un giorno. Verosimilmente i governi continueranno ad andare in ordine sparso, pensando più ad eventuali perdite di consenso rispetto al proprio elettorato nazionale che a dare un forte messaggio di sostegno all’Euro e al futuro dell’Unione Europea.

L’incertezza, con l’aumento degli spread sul debito dei Paesi più fragili, non ha fatto che aumentare ulteriormente le probabilità di default, rendendo adesso qualsiasi soluzione ancora più costosa. Sicuramente questa crisi ha messo in evidenza alcune carenze nella costruzione della Moneta Unica. La principale è quella di non aver creato a supporto dell’euro un bilancio europeo di adeguate proporzioni che avrebbe potuto, in questa situazione di crisi, dare credibilità all’euro avendo la possibilità di emettere un debito sovrano europeo piuttosto che avere, a fronte di una moneta unica, tanti debiti nazionali con diversissimo merito di credito: dalla solida Germania alla quasi insolvente Grecia. In questa situazione, qualsiasi ipotesi di soluzione non cooperativa sembra destinata all’insuccesso e a rischiare il collasso dell’euro e, verosimilmente, dalla stessa Unione.
In sintesi, data la gravità della crisi economica e finanziaria, che in alcuni si è trasformata in rischio di fallimento di Stati sovrani o di istituzioni sovranazionali (come la Moneta Unica Europea o la stessa Unione Europea), ci si aspetterebbe un maggior slancio ideale e spirito di collaborazione da parte della politica, piuttosto che miopi politiche beggar-thy-neighbour, internazionalmente perseguite a scapito di altri paesi.

Roma, 1-08-2011









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