La nuova India invasa da eroina e oppiacei

14/07/2011 — East 37 - Tempo di soldatini (Luglio 2011)

Emanuele Confortin


Dopo il tramonto i vicoli di Calcutta vengono lentamente avvolti dall’oscurità. Una manciata di lampioni e le fiammelle dei fornelli a kerosene che proiettano pallide luci sulle pareti ammuffite degli edifici, segnando la direzione in una laterale di Sudder Street. A lato della via, poco lontano da un grosso cumulo di rifiuti, tre ragazzi indiani seduti a terra discutono tra loro, incuranti del mondo che li circonda. Qualche passo ancora e le sagome avvolte dalla penombra si fanno un po’ più chiare, rivelando qualche altro dettaglio. Hanno il viso nerissimo, coperto da una pesante patina di sporcizia, così come i capelli e gli abiti lisi. Difficile definirne con esattezza l’età, ma sembrano avere poco più di vent’anni. Il dialogo è acceso e riguarda una siringa, apparentemente priva di ago, che due di loro continuano a sottrarsi a vicenda, mentre il terzo si china con la testa su una carta stagnola aperta in una mano, sniffando qualche cosa con una cannuccia. La scena è piuttosto eloquente e in pochi istanti racconta una delle peggiori piaghe che sta sfigurando il volto della Nuova India.
La massiccia diffusione delle droghe è divenuta un fenomeno incontrollabile prima ancora che il governo intuisse la serietà del problema. Sostanze narcotiche di ogni genere e provenienza circolano in quantità, soprattutto nelle grandi metropoli del business, coinvolgendo ogni categoria sociale, dai poverissimi costretti a vivere per strada, ai top manager e agli uomini di spettacolo, passando per gli studenti e i giovani in carriera nelle società informatiche. A seconda dell’estrazione sociale e delle disponibilità economiche degli utilizzatori, le droghe reperibili nel mercato variano in modo considerevole. Gli studenti e i neolaureati sono i consumatori più attivi, e secondo il World Drug Report, redatto nel 2010 dallo United Nations Office on Drugs and Crime, avrebbero una predilezione per le droghe sintetiche, come il cristal, il Dmt, la ketamina e la più nota ecstasy, solo per citarne alcune.
Particolarmente diffuso è anche l’utilizzo di farmaci liberamente reperibili in commercio, quindi legali e più economici, assunti da soli, mescolati tra loro, oppure assieme a sostanze alcoliche. Recentemente l’autorevole settimanale India Today ha stilato l’identikit dei consumatori indiani delle nuove droghe: “giovani impiegati, dirigenti di multinazionali, la donna nubile seduta al tuo fianco in un lounge bar, operatori di call center che ricevono dieci chiamate all’ora, studenti sottoposti alla pressione dei corsi professionali, teenager incollati a internet e il ragazzino che ti sta di fianco”. Anche le droghe “classiche” godono di ampio consenso in India, come la cocaina, diffusa soprattutto negli ambienti elitari, dove il danaro non è un problema. Tuttavia, a dominare la classifica degli stupefacenti più utilizzati sono gli oppiacei, ovvero eroina, oppio, morfina e brown sugar (escludiamo dal conto droghe leggere quali marijuana e hashish, che in India, sebbene illegali, sono tollerate dalle autorità).

La diffusione degli oppiacei
Tornando alle stime del World Drug Report, nel corso dell’ultimo decennio, in India l’incidenza dei consumatori di oppiacei è passata dal 22% al 42% sul totale degli utilizzatori di droghe. Le stime parlano di almeno 1 milione di eroinomani, cui si sommano circa 674mila assuntori di oppio. Tanto basta a trasformare l’“Elefante” nel principale divoratore asiatico di oppiacei, primato conteso alla Cina, altrettanto interessata dal boom delle droghe, soprattutto nelle città industriali della costa orientale. Secondo il National Drug Detoxification and Treatment Centre di New Delhi, l’India ha da tempo superato il “punto di non ritorno nell’assunzione di eroina” e, come logica conseguenza, si è intensificata anche la diffusione dell’Hiv/Aids. La piaga degli oppiacei si estende da Nord a Sud, propagandosi sul territorio a partire dalle grandi città e, a differenza delle altre droghe, senza distinzione di età, casta, posizione o salario, sebbene esistano delle difformità in quanto a qualità. Ecco che ai più facoltosi viene spacciata la merce migliore, o se vogliamo “garantita”, mentre nei bassifondi, tra i più poveri, sono distribuite dosi di eroina a 100 rupie l’una (1,60 euro), tagliate più e più volte, di scarsissima qualità e spesso letali.



L’oppio tra passato e presente
La gravità della situazione ha colto il governo indiano alla sprovvista, mettendone in evidenza l’incapacità di definire politiche adeguate a fronteggiare il fenomeno delle tossicodipendenze. Quello che New Delhi ha vissuto come un problema nuovo, in realtà, fa parte del dna della nazione, per secoli detentrice del monopolio della produzione di oppio in Asia centromeridionale. Una delle prime fonti scritte a citare le qualità dell’oppio coltivato in India è il Dhanvanatari Nighantu, un trattato medico del X secolo. Durante il XVI secolo le coltivazioni del Nord erano controllate dall’impero Moghul e, secondo un testo dell’epoca, l’Ain-e-Akbari, il prezioso narcotico tanto in voga nelle corti dei maharaja, veniva prodotto su una superficie di un milione di metri quadrati. Al termine della dominazione islamica, dal XVIII secolo in poi, il business dell’oppio passò nelle mani della Corona britannica, fino all’indipendenza nel 1947. Oggigiorno, in base ai dettami dello United Nations Single Convention on Narcotic Drugs del 1961, l’India è l’unica nazione al mondo ad essere autorizzata all’estrazione di pasta da oppio. Il controllo delle operazioni spetta al Central Bureau of Narcotic di New Delhi, che ogni autunno concede licenze annuali a un numero ristretto di produttori scelti, localizzati in tre stati settentrionali: Madhya Pradesh, Rajasthan e Uttar Pradesh. Al termine del raccolto la pasta (o lattice) di oppio viene consegnata agli unici due laboratori autorizzati alla lavorazione, nelle città di Ghazipur e Neemuch. Fino a qualche anno fa una cospicua parte dell’oppio qui prodotto veniva “dirottata” dai trafficanti nel mercato illegale, per essere poi trasformata in eroina. La risposta di New Delhi è stata l’intensificazione dei controlli, in particolare la misurazione dei campi coltivati a papavero, aggiungendo anche dei minimi da produrre, 53 chilogrammi per ettaro in Rajasthan e Madhya Pradesh, contro i 46 chilogrammi dell’Uttar Pradesh, pagati 2.100 rupie (33 euro) per ogni 100 chili di prodotto.

Dove si produce l’oppio
In India la diffusione delle coltivazioni illegali di papavero da oppio si è intensificata sul finire del XX secolo, per effetto in primis del momentaneo declino delle produzioni in Afghanistan, da dove oggi proviene quasi il 90% dell’eroina mondiale. All’epoca i taliban avevano imposto e fatto rispettare il divieto della raccolta dell’oppio perché giudicato haram, ‘proibito’, da una fatwa decretata nel 2000 dal mullah Omar. Nel contempo il governo indiano aveva iniziato a ridimensionare l’estensione delle produzioni legali (usate, come detto, anche per alimentare il narcotraffico), passate dai 21.141 ettari della stagione 2003-2004, agli 8.770 ettari del 2004-2005, per arrivare sotto gli odierni 5mila ettari, riducendo drasticamente anche gli apporti illegali. In breve, territori che fino ad allora avevano funto da direttive commerciali degli oppiacei, si sono trasformati in terre di coltura autonome. L’area in questione riguarda prevalentemente il Nord, con concentrazioni rilevanti in prossimità dei confini, dal Nordovest al Nordest, disegnando una vasta falce ribattezzata “Mezzaluna d’oro indiana”, riprendendo il nome dell’originale compresa tra Afghanistan, Pakistan e Iran. Gli Stati coinvolti sono il Jammu & Kashmir, Himachal Pradesh, Uttarkhand, Bihar, Jharkhand, West Bengal, Manipur e Arunachal Pradesh, mentre al Sud sono state individuate piccole colture in Karnataka.

Il favore di confini indefiniti
L’oppio prodotto in India viene in parte trafficato oltre i confini, in Bangladesh a est e in Pakistan a ovest, assieme ai precursori, ovvero le sostanze chimiche impiegate nella raffinazione, per poi tornare lungo le stesse rotte sotto forma di eroina. La maggior parte della pasta di oppio ricavata viene trasformata in territorio indiano, all’interno di minuscoli laboratori, spesso affidati a “tecnici” poco o per nulla esperti, dove sono frequenti le visite di consulenti itineranti, non necessariamente indiani, che tengono corsi di formazione sulla raffinazione, a prezzi che arrivano anche a 50mila rupie (790 euro). Dalle analisi condotte dal Central Bureau of Narcotic (cui spetta anche il compito di monitorare il territorio e trovare le coltivazioni illegali), l’eroina prodotta in India ha una purezza limitata, variabile tra il 20% e il 60% (quella afghana dal 65% al 90%) e viene venduta a un prezzo al chilo che oscilla tra le 700mila rupie (11mila euro) e un milione e mezzo di rupie (23.700 euro). I grossisti poi tagliano ripetutamente il prodotto, ottenendo anche 15 chilogrammi di dosi da un solo chilogrammo di eroina, mettendole sulle strade con appena il 2% di principio attivo.

Il caso di Lalgola
Per comprendere meglio il gioco di equilibri che determina il business dell’eroina lungo i confini indiani è opportuno osservare il caso di Lalgola, piccola cittadina del distretto di Murshidabad, in West Bengal, situata vicino al Bangladesh. In queste zone rurali il mensile di New Delhi Tehelka ha recentemente condotto un’approfondita indagine, dalla quale emerge con chiarezza la facilità con cui i narcotrafficanti riescono a muoversi a ridosso della frontiera, qui particolarmente indefinita per effetto di dense foreste, risaie e corsi d’acqua che ridisegnano il paesaggio dopo ogni monsone. Nei dintorni di Lalgola è normale che un contadino indiano abbia proprietà terriere in Bangladesh e viceversa, per cui, in base ad un accordo tra New Delhi e Dacca, ai locali viene garantita una certa libertà di movimento. Assieme a sementi, animali da traino e attrezzature agricole che ogni giorno si spostano tra India e Bangladesh, passano anche pasta di oppio, eroina, precursori e, ovviamente, armi, esseri umani, guerriglieri, merci di contrabbando etc. Alla fine del XX secolo Lalgola fungeva esclusivamente da centro di smistamento degli oppiacei trafficati dal Triangolo d’Oro (Birmania, Thailandia e Laos) via Bangladesh, per essere poi immessi nelle rotte verso l’Europa, mentre nella direzione opposta viaggiavano i precursori. Negli ultimi dieci anni Lalgola ha acquisito crescente autonomia, intensificando in modo esponenziale la coltura del papavero da oppio e perfezionandosi anche nella produzione di eroina, destinata in gran parte a Calcutta, considerata la capitale indiana del consumo e del traffico di oppiacei.

Oppio, per il bene di tutti
Se la voracità del mercato interno ha creato i presupposti per l’estensione dei territori coltivati a papavero, ad aver dato continuità al business sono senza dubbio la corruzione endemica e la razionalizzazione delle diverse fasi, che garantiscono lauti guadagni per tutti. A forza di mazzette i narcotrafficanti ammansiscono le autorità e i politici, oliando il meccanismo. I proprietari terrieri ricevono dal coltivatore una somma di circa 20mila rupie (317 euro) anticipate, per un bigha di terreno concesso in usufrutto (il bigha è un’unità di misura usata in India per calcolare la superficie dei terreni agricoli e varia a seconda delle zone, equivalendo a circa 1.331,4 metri quadrati). Si tratta del quadruplo rispetto a quanto si otterrebbe, a fine stagione, da una coltura tradizionale; inoltre, il fatto che la vita del papavero da oppio vada da ottobre a marzo, lascia altri sei mesi per seminare verdure o legumi. Ogni proprietario terriero affitta ai coltivatori mediamente dieci bigha. I braccianti che lavorano la terra e permettono la crescita del papavero, ricevono 15mila rupie (237 euro) a bigha. Esiste un prezzario anche per gli agenti di polizia, cui spettano 5mila rupie (circa 80 euro) a bigha. Il supporto della Panchayat (lett. ‘assemblea dei cinque’, è l’organo decisionale che governa uno o più villaggi) viene retribuito con 10mila rupie per bigha (160 euro). Infine ci sono i braccianti e gli estrattori (anche donne e bambini), tradizionalmente sfruttati nella società rurale indiana, all’interno della quale per chi svolge il lavoro duro nei campi è già abbastanza riuscire a mangiare ogni giorno. Tra i papaveri da oppio, però, diventano qualcosa di simile a operai specializzati, la cui maestria è basilare per garantire qualità, purezza, quindi profitti. Per queste figure la coltura dell’oppio offre la rara possibilità di uscire dalle soffocanti dinamiche della casta, riscattandosi socialmente. Inoltre ottengono un salario altrimenti irrealizzabile, di 400 rupie al giorno, rispetto alle 100 rupie ottenute con altre colture. Dopo tutti questi costi il narcotrafficante che commissiona la produzione è in grado di intascare anche 50mila rupie (792 euro) nette per ciascun bigha.

La crociata dell’antidroga
Da quando il governo di New Delhi ha realizzato la gravità del problema delle tossicodipendenze, ha cercato di reagire alla meno peggio. Oggigiorno manca una strategia nazionale efficace con cui sensibilizzare la popolazione, a tutti i livelli, affinché inizi a vedere nelle droghe un nemico da combattere, deleterio per il singolo, la famiglia e la comunità. Le uniche iniziative in tal senso sono state limitate all’istituzione e al finanziamento di alcuni centri di disintossicazione, specializzati nella cura delle dipendenze, e non nella prevenzione. In parallelo viene data crescente rilevanza ai servizi antidroga, per intercettare i traffici di eroina (e di tutti i narcotici in generale), quindi trovare e distruggere le coltivazioni illegali di oppio. Quest’ultima attività spetta al Central Bureau of Narcotic che ogni anno, ad autunno, sguinzaglia i propri agenti sul territorio alla ricerca dei campi coltivati, spesso occultati in zone remote e difficili da scovare. Pur avvalendosi di spie infiltrate, di ex trafficanti “pentiti” e del monitoraggio satellitare, i risultati non sono ancora sufficienti, ma migliorano di anno in anno. Nel 2008 sono stati individuati e distrutti 736 ettari di coltivazioni. Nel 2009 sono finiti nelle mani del Central Bureau of Narcotic 2.238 ettari, mentre lo scorso anno 3.083 ettari, che avrebbero prodotto 5mila chilogrammi di eroina. Secondo le stime ufficiali il volume delle colture giunte a raccolto sarebbe almeno dieci volte maggiore. Gli scarsi risultati derivano senza dubbio dal numero esiguo di ispettori, appena 673 per un territorio, l’India intera, grande quasi quanto l’Europa. Un forte limite è contrapposto anche dall’omertà delle popolazioni residenti nelle aree di produzione, in buona parte interessate ai cospicui guadagni offerti dall’oppio. Per questo, durante la distruzione di terreni operate dalla polizia, si sono verificate sommosse popolari dei proprietari terrieri e dei contadini, talvolta sostenute anche da alcuni politici locali, tutti ignari del fatto che la coltura dell’oppio in India sia illegale. L’incapacità di risolvere il problema nella realtà ha spinto le autorità a cercare una soluzione tipicamente indiana, spostando la questione a un livello più astratto, quello della celluloide e dei teleschermi. Il Central Bureau of Narcotic ha indetto un bando per la realizzazione di un film a tema, entro giugno 2011. La speranza delle autorità è quella di far conoscere alla popolazione le conseguenze legali connesse alla produzione dell’oppio, mostrando anche gli effetti devastanti delle droghe. Così facendo una delle più gravi piaghe sociali dell’India moderna potrebbe non essere risolta dalla prevenzione della polizia, ma dalle suggestioni di un nuovo polpettone made in Bollywood.

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