Gli elementi che testimoniano il declino dell'Europa sono sempre più numerosi: mancanza di visione e leadership politica, incapacità di esprimere coesione e solidarietà dinanzi alla crisi economica, totale assenza dalla scena internazionale – dal Mediterraneo ai Balcani, dalla perdita della relazione preferenziale con gli Stati Uniti, alla competizione interna per godere di rapporti privilegiati con la Cina.
Una crisi non solo economica ma anche, e soprattutto, politica, che fa ripiegare l’Europa su se stessa. Vorremmo un G3, ma non sappiamo esprimere una benché minima visione, per esempio con un’Europa in grado di completare un percorso d’integrazione politica che non solo la resusciterebbe economicamente, ma le darebbe autorevolezza e credibilità internazionale.
Figuriamoci se dinanzi a questa crisi siamo in grado di esprimere quella leadership che ci caratterizzava su temi quali i diritti umani (e lo dimostra la nostra timidezza nei confronti della Cina), democrazia e lotta alle diseguaglianze e all’ingiustizia sociale.
Eppure, la Dichiarazione del Millennio, firmata nel 2000 da 189 paesi per sconfiggere la povertà entro il 2015, è stata soprattutto frutto di una forte spinta da parte dell'Europa. E il risultato non era neanche tanto male: per la prima volta sia i paesi ricchi che i paesi impoveriti si erano impegnati a raggiungere otto obiettivi concreti e monitorabili, con target ben precisi da raggiungere: gli Obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals, MDGs).
I paesi ricchi si impegnavano a cancellare il debito, a garantire aiuti adeguati (lo 0,7% del PIL entro il 2015) ed efficaci e ad aprire i mercati ai Paesi del Sud del mondo per rendere il sistema del commercio internazionale più giusto. Al contempo i paesi più poveri, che troppo spesso sino ad allora erano stati soggetti passivi e in attesa di aiuti, si impegnavano a dimezzare il numero degli affamati, a garantire istruzione di base universale, ad occuparsi della salute dei propri cittadini e a combattere la corruzione interna per impiegare al meglio gli aiuti ricevuti. Finalmente una doppia accountability per lo sviluppo: sia dei ricchi che dei poveri. Tuttavia, a parte qualche successo, a due anni dalla scadenza del 2015 possiamo dire con certezza che questi Obiettivi non saranno raggiunti: gli impegni non sono stati mantenuti.
In un vuoto di leadership che coinvolge anche le Nazioni Unite, c’è da chiedersi se l’Europa sarà in grado di cogliere l’occasione e presentarsi come motore per un nuovo framework post MDGs. Se sarà capace di andare oltre i limiti del quadro precedente, ponendo al centro la questione della giustizia e del benessere sociale, essendo la povertà solamente una manifestazione degli squilibri di potere e comunque non più elemento di divisione tra Nord e Sud del mondo, essendoci grandi ricchezze e grandi sacche di povertà in tutti i Paesi.
L’Europa dovrebbe anche sentire la responsabilità di non consentire alle nuove potenze, che pur sempre vorrebbero essere considerate ancora Paesi in via di sviluppo, di diluire il nuovo quadro, che dovrebbe ruotare attorno ad un principio accountability rafforzato, ovvero la responsabilità di render conto degli impegni assunti affiancata da sanzioni in caso di inadempienza. Se l’Europa unita ritrovasse questo slancio, allora sì si potrebbe sperare in un ritorno del sogno europeo, di solidarietà, democrazia, diritti garantiti e di una società aperta.
Silvia Francescon è Direttore dell’Ufficio di Roma dell’ECFR