Sono trascorsi due anni esatti dal fatidico giorno del crack di Lehman Brothers. I mesi successivi furono alquanto travagliati per le economie dell’Est Europa, un’area alquanto importante per i destini delle imprese italiane (siamo il secondo partner commerciale dopo la Germania). Il nervosismo dei mercati finanziari internazionali e la paralisi dei mercati interbancari avevano messo sotto pressione molte delle economie dell’area, considerate vulnerabili perchè dipendenti dai capitali esteri (investimenti diretti esteri e prestiti bancari in particolare).
A quel tempo, si arrivò a considerare le economie dell’Est come uno degli epicentri della crisi – una sorta di dejà vu della crisi asiatica del 1997 - ed una fonte di rischio per l’Europa intera. Per rendere l’idea del clima di allora, basti pensare che il rischio-paese dell’Austria, la cui economia è fortemente integrata con l’Est Europa, era superiore a quello della Grecia; oggi il rischio greco – misurato attraverso i Credit Default Swaps (i famigerati contratti CDS, che rappresentano una sorta di “assicurazione” sul paese) – è invece dieci volte quello austriaco.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) arrivò in soccorso: nel 2008, durante i primi giorni di Novembre, venivano firmati dal Fondo Monetario e dalle autorità locali, a distanza di poche ore, due accordi di ammontare rilevante, da 21 e 26 miliardi di dollari rispettivamente, con l’Ucraina e con l’Ungheria. Poi fu la volta, nei mesi successivi, della Lettonia, della Bielorussia, della Romania, della Bosnia Erzegovina e della Serbia. Tre quarti degli aiuti targati FMI erogati a livello mondiale durante la crisi sono stati destinati all’Europa Centro Orientale (per lo meno prima del pacchetto greco da 130 miliardi di euro).
La situazione è ora sensibilmente più distesa: le preoccupazioni dell’epoca ci appaiono oggi come eccessive rispetto alle effettive debolezze dell’area. I rischi maggiori per la crescita europea non vengono certo dall’Est, i cui paesi godono di una situazione alquanto virtuosa in termini di finanza pubblica (con la sola eccezione dell’Ungheria). Al contrario, ci si chiede quanto sia invece l’area Balcanica a poter essere danneggiata da un possibile avvitamento della crisi greca.
Oggi i paesi un tempo “oltrecortina” sono sicuramente attrezzati per riprendere un passo più rapido di quelli dell’Europa Occidentale. In particolare, la crescita europea a due velocità (Germania competitiva, trainata dall’export, e “periferie” di eurozona a minor crescita) si proietta all’Est attraverso una miglior performance dei paesi legati al ciclo tedesco e specializzati nella produzione di beni di investimento (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, ad esempio). La Turchia, quinta economia emergente al mondo, è destinata ad essere il paese a più alta crescita d’Europa (e tra i primi 10 al mondo) nel corso di quest’anno. I paesi dei Balcani (paesi dell’ex Jugoslavia, Romania, Bulgaria) sembrano invece maggiormente zavorrati dai piani di austerità condotti dal Fondo Monetario Internazionale: le dolorose restrizioni fiscali tendono a danneggiare la dinamica dei consumi interni.
In questi due anni non si sono mai fermati i processi di sostituzione produttiva Est-Ovest: l’Est è sempre più il braccio produttivo dell’Ovest. E come accennato, il ritorno della stabilità all’Est è una notizia rilevante anche per l’Italia. Basti pensare che il numero di imprese italiane presenti in Est Europa è quattro volte superiore a quello delle imprese italiane presenti in Cina, secondo i dati dell’Istituto del Commercio Estero (se consideriamo quelle con fatturato superiore ai 2.5 milioni di euro; tale proporzione sarebbe ancor più elevata se considerassimo le piccole e piccolissime imprese). E oltre due terzi degli investimenti esteri ricevuti dall’Est sono destinati a servire il mercato interno (non sono delocalizzazioni). E’ chiaro che una parte, seppur limitata, della performance delle imprese italiane si gioca anche all’Est.