Gli Stati Uniti hanno dichiarato ufficialmente la conclusione delle operazioni militari in Iraq.
Iniziata nove anni fa, la guerra ha portato prima alla fine del potere di Saddam Hussein e alla morte del dittatore, quindi a un lungo processo di ricostruzione politica e stabilizzazione. che ancora non può dirsi del tutto concluso.
Ma, come ha sottolineato il presidente americano Obama, gli Stati Uniti resteranno un leale alleato degli iracheni, garantendo l'aiuto necessario al completamento della complessa transizione democratica, in un Paese che è ancora preda di quotidiane violenze, attentati e scontri di carattere religioso e politico.
Per ora, la simbolica cerimonia dell'ammainabandiera, svoltasi a Baghdad alla presenza del segretario alla Difesa Leon Panetta, ha segnato il termine di una missione fra le più lunghe della storia dell'esercito a stelle e strisce. Entro il 31 dicembre tutti i soldati americani lasceranno il territorio iracheno. Sono circa 4500 gli uomini che nel corso di questi nove anni hanno perso la vita nel conflitto, a fronte di altri 32mila rimasti feriti.
Non si possono dimenticare, peraltro, i circa 100mila civili morti e i 20mila soldati iracheni, sangue versato, ha detto Panetta, per raggiungere l'obiettivo di un Iraq libero, in grado di governarsi in autonomia e capace di garantire la sicurezza dei propri cittadini.
Certo, si diceva, l'instabilità politica e le sacche di resistenza antidemocratica, che ancora permangono a turbare con la loro rabbia settaria indomita il progresso democratico del Paese, sono piaghe che segnano l'Iraq e gli stessi cittadini, ove richiesti di un'opinione in merito all'efficacia dei risultati ottenuti dal presidio americano, si dichiarano alquanto perplessi, sottolineando come la distruzione del paesaggio urbano e l'insicurezza siano evidenti a tutti.
Sono in pochi a riconoscere che comunque la libertà e la democrazia si sono in qualche misura affermati nel nuovo corso del Paese, dopo decenni di dittatura.
D'altronde disoccupazione, incertezza, mancanza di elettricità e acqua potabile in molte aree del Paese, sono pur sempre un retaggio negativo che gli ormai ex occupanti si lasciano alle spalle, senza essere riusciti a risolvere molti delle pressanti urgenze che premono alla maggioranza dei cittadini iracheni.
L'economia, che pure ha vissuto un apprezzabile risveglio, resta pur sempre totalmente legata e subordinata alle esportazioni petrolifere.
Dal punto di vista delle divisioni etnico-religiose, si deve rammentare come la caduta di Saddam abbia portato al potere gli sciiti, oppressi ed esclusi dalla gestione della cosa pubblica dal regime baatista (sunnita) del dittatore. Ma attualmente l'esecutivo di coalizione, guidato dal premier Al Maliki, si trova spesso paralizzato per le divisioni interne che lo caratterizzano e che discendono dagli interessi partigiani dei suoi componenti, attenti ad assumere posizioni differenti a seconda della comunità etnica e confessionale da cui provengono e che li sostiene.