Il presidente al Assad ha accettato il piano della Lega Araba: la Siria sarà pronta per una soluzione pacifica?

05/11/2011 — Approfondimenti

Esra Gulfidan


L’ondata di proteste arabe ha raggiunto la Siria nella metà di marzo 2011, rivoltandosi contro il Presidente Bashar al-Assad, che nel 2000 ha ereditato la dittatura siriana dal padre.

La violenta repressione esercitata da Assad e le riforme politiche da lui promesse -successivamente respinte dai leader degli opponenti in quanto fittizie– non sono state sufficienti a placare le agitazioni. Il conflitto, infatti, è stato complicato dalle divisioni etniche esistenti all’interno della Siria. La dinastia Assad e una buona parte delle élites nazionali, soprattutto quella militare, appartengono alla setta degli Aleviti, una piccola minoranza all’interno di un Paese per la maggior parte sunnita.

Le azioni repressive attuate in Siria sono state condannate a livello internazionale: gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno predisposto delle sanzioni nei confronti del Presidente Siriano e di altri alti ufficiali, mentre la Turchia ha criticato duramente il Paese per aver intrapreso azioni violente contro i manifestanti.

Il 30 ottobre, la Lega Araba ha proposto un piano alla Siria al fine di avviare una serie di negoziati con l’opposizione per porre fine allo scontro in atto tra la forza di sicurezza siriana e i manifestanti contro il Governo. Il programma prevede: la fine di tutte le violenze; il ritiro delle forze di sicurezza Siriane dalle città e dalle regioni che sono stati teatro degli scontri armati; la liberazione di tutti i prigionieri arresti nel corso degli scontri (circa 70.000); la concessione dell’accesso della Lega Araba nel Paese per scopi di mediazione; l’accesso dei media arabi e internazionali in Siria e consultazioni tra il Comitato dei Ministri della Lega Araba, il Governo Siriano ed i diversi partiti d’opposizione al fine di avviare un dialogo nazionale.


Il 2 novembre, la Siria ha accettato il piano (il Qatar, che guida l’iniziativa, aveva avvisato il regime siriano che una mancata risposta avrebbe potuto causare il rischio di un intervento internazionale).

Sembrerebbe che la Siria stia cercando di evitare un intervento della comunità internazionale. Anche se al momento non c’è un accordo a livello internazionale su un possibile intervento in Siria – il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è neanche stato in grado di trovare un accordo su una risoluzione per condannare la Siria – il regime siriano teme che si possa riproporre uno scenario come quello della Libia.

La stipulazione di questo piano che prevede la fine immediata della violenza attuata dalle forze di sicurezza nei confronti dei civili, potrebbe costituire una sfida notevole per il Governo di Damasco. D’altro canto, i gruppi d’opposizione siriani si sono già detti scettici sull’accordo, in quanto carente di dettagli e hanno richiesto segni concreti per la sua attuazione. Di conseguenza, un successo immediato dell’accordo pare di difficile realizzazione, senza che il regime siriano compia dei passi significativi, concreti e genuini per la riforma.

Infatti, nonostante l’accordo raggiunto dalle parti, la repressione delle proteste da parte del regime continua: il 3 novembre almeno diciotto civili sono stati uccisi.









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