Un nuovo ciclo politico si apre a Parigi: troppo rara è la vittoria contro un presidente al primo mandato per attribuirla solo al voto contro-Sarkozy. Conta molto più l’opposizione, inevitabile e massiccia, alle soluzioni finora adottate contro la crisi, responsabilità primaria di Sarkozy.
I francesi affidano l'incarico di modificare la rotta ad un socialista europeo. Questa famiglia politica è ancora centrale nonostante gli insuccessi dell'epoca blairiana-ulivista, cominciata proprio quando l'ideologia del tempo fece fallire il tentativo di Jacques Delors: affiancare l'investimento pubblico europeo ai parametri monetari. Se la vittoria non è stata più larga si deve verosimilmente proprio alla diffidenza per questi anni di anomia socialista. Ma la storia non salta tornanti e siamo ancora lì: un socialista francese contro ricette obbiettivamente restrittive. Ora però con grande emergenza, che Hollande può utilizzare se ne sarà capace. Verosimilmente le parti in commedia saranno 3: Merkel che cercherà di cambiare poco e riluttando; Monti candidato dall'”Economist” a farla ragionare, ma con l'obbiettivo di smontare comunque il welfare europeo; Hollande e i socialisti a predicare investimenti in occupazione per conservarlo. Con un terzo incomodo: se nessuno si occuperà della questione sociale, lo farà il nazionalismo populista. Con la connaturata brutalità. Negando il voto a Sarkozy, non a caso, Marine Le Pen si è messa in ottima posizione per raccogliere anche i delusi della sinistra, completando il progetto già in parte realizzato dal padre: diventare il vero partito dei lavoratori. Wilders in Olanda e il Dansk Folkeparti danese, e molti (anzi ormai moltissimi) altri seguono interessati.
Questo chiama in causa l'Unione, e non solo la Bce. Il voto francese significa anche che nessun trattato servirà se l'Europa non rivaluta la politica, ovvero oggi la lotta fra opzioni diverse su come uscire dalla crisi. I francesi non hanno paura a contestare la rotta della Bundesbank, il che suggerisce sia possibile applicare davvero la democrazia hic et nunc, anziché gli aulici richiami all'intoccabile orizzonte federalista europeo. Forse insomma c'è speranza di recuperare parte del risentimento contro le elites che mette in pericolo la costruzione europea (e le istituzioni rappresentative in genere).
In Italia, tutto ciò impone scelte molto più chiare. Comunque la si pensi, seguendo il socialismo francese si potrebbe uscire dalle anomalie politiche di sempre, e riempire di politica un bipolarismo finalmente meno rigido e più europeo. Specie se intanto Hollande, aiutato dai problemi elettorali del governo Merkel e dai socialdemocratici tedeschi, otterrà investimenti, eurobonds e crescita. Un segnale viene anche dal labour britannico: alle elezioni locali vince di netto, mentre i partiti del governo liberalconservatore perdono fra il 30 e il 50% dei seggi totali.
La vera opportunità è quella di sfruttare questi anni di crisi e di svolta storica per ridefinirsi in un contesto meno freddamente “politologico”, tutto fatto di partiti personali, marketing politico, “nuovi inizi” promossi dai giornali e riforme elettorali. La domanda elettorale c'è tutta, possibile che i politici continuino per sempre a far mancare l'offerta?
Paolo Borioni
Ricercatore alla Fondazione Brodolini e presso il Center for Nordic Studies di Helsinki