Torna a spirare il vento del populismo ad est, come confermato dai risultati delle ultime tornate elettorali svoltesi di recente in Slovacchia (marzo 2012) e Serbia (maggio 2012) e che hanno segnato il ritorno di Governi di matrice nazional-populista al potere. A marzo 2012 si è difatti insediato in Slovacchia il nuovo Governo di centro-sinistra guidato dall’ex Premier Fico, che ha di fatto interrotto il percorso riformista intrapreso dal precedente Governo Radičová (eletto solo nel 2010), proponendo invece una piattaforma che seppure nell’ottica del risanamento di bilancio, mira a tassare fortemente il settore privato. A distanza di circa due mesi dalle elezioni, anche in Serbia si è insediata una nuova coalizione di Governo di matrice socialista-conservatrice che, dalle prime dichiarazioni, sebbene abbia confermato la sua intenzione di dare priorità al risanamento delle finanze pubbliche non esclude di intervenire in maniera importante nell’economia. Certamente, entrambi questi risultati confermano come la crisi economica abbia giocato un ruolo di primo ordine nell’orientare le preferenze di voto dell’elettorato, generando nel frattempo un’inevitabile “austerity fatigue” tra la popolazione che ha creato terreno fertile per poter servire sulla tavola politica la ricetta della retorica nazional-populista.
Inoltre, se negli anni passati l’obiettivo dell’adozione dell’Euro, come nel caso slovacco ad esempio, aveva offerto notevoli incentivi a proseguire le politiche necessarie per promuovere una rapida convergenza, oggi continuare su quella stessa strada significa dover necessariamente tenere in considerazione anche un crescente e per certi versi sorprendente euroscetticismo nei confronti di quell’Occidente che solo qualche anno fa era ancora modello esemplare di riferimento. Il caso dell’Ungheria di Orbàn, al Governo già da due anni, fa da questo punto di vista quasi “scuola”. Lo dimostra il modello economico da lui messo a punto per far fronte a questi tempi duri, pronto a colpire con misure di tassazione straordinaria il settore privato e favorevole ad una presenza più importante dello Stato nell’economia. La Slovacchia di Fico sembra infatti seguirne le orme avendo proposto di rimuovere la famosa Flat tax al 19% e incrementare la pressione fiscale al settore corporate soprattutto alle banche (con imposte superiori di circa sette volte la media europea). Anche la Serbia del nuovo Premier Dacic sembra sulla stessa lunghezza d’onda alla luce delle sue ultime dichiarazioni in cui ha accusato le 21 banche di proprietà straniera presenti nel Paese di “derubare le persone”. Al momento, inoltre, altri paesi dell’area come la Romania, la Slovenia e la Croazia, alle prese con una difficile congiuntura economica, potrebbero essere attratti dall’esempio ungherese qualora non riuscissero a risollevare il Paese dalla crisi. Solo la Polonia - il più grande paese dell'Europa orientale - sembra muoversi in controtendenza, supportata dall’ottima performance economica registrata in questi ultimi anni. E’ evidente, dunque, che per evitare che anche nei Paesi occidentali, e non solo nell’area CEE, la coincidenza tra ciclo economico negativo e ciclo elettorale inneschi un risultato sub-ottimale, alimentando ulteriori forze centrifughe all'interno dell'Unione Europea, è di vitale importanza trovare una soluzione non solo convincente ma anche duratura ai problemi economici del continente europeo. Diversamente sarà difficile dissuadere i Paesi della CEE dall’attrattiva offerta da soluzioni populiste o da prospettive di integrazione regionale in modelli, come quello eurasiatico, diversi dall’Unione europea (come ad esempio nel caso della Serbia nei confronti della Russia).