Guerra e informazione ai tempi dei social network

06/12/2011 — Approfondimenti

Amedeo Ricucci


Da qualche anno a questa parte stanno cambiando con grande velocità le modalità e il tipo di copertura informativa che il sistema dei mass media ci offre dei principali avvenimenti internazionali. E grandi sono le trasformazioni in corso nel reperimento, trattamento, diffusione e consumo delle notizie ad essi correlati. Le ripercussioni sono significative non solo per il mondo dei media tradizionali ed il lavoro quotidiano dei giornalisti – costretti, anche dalla crisi economica, a ridefinire il loro ruolo nel nuovo ecosistema informativo - ma anche per il management della politica e nelle relazioni internazionali. Perchè di fatto questi mutamenti incidono sulla percezione degli eventi e quindi sulle strategie diplomatiche e sulle opzioni militari con cui i vari attori, nazionali e non, concorrono fra loro per la definizione dell’agenda globale.
Sostanzialmente, si è passati dalla rarità all’abbondanza di informazioni. Al punto che si parla ormai di infobesità, per definire la straordinaria ricchezza di fonti, la sovrapposizione dei livelli informativi e la moltiplicazione delle piattaforme di consumo a disposizione degli utenti (1). Inoltre, sulla spinta della rivoluzione tecnologica degli ultimi anni – il web 2.0, l’avvento del digitale, la nascita della blogosfera, la diffusione della telefonia cellulare e dei social network - sta cambiando in maniera radicale il vecchio paradigma comunicativo con cui venivano messi in scena gli eventi globali: quel modello cioè delle breaking-news e della televisione totale inaugurato dalla CNN a Baghdad, nel 1991, allo scoppio della I Guerra del Golfo (2).
Si è aperta da questo punto di vista una fase nuova, in cui da un lato le notizie si strutturano sempre di più come un flusso immediato, continuo e interattivo, di cui giornalisti e media tradizionali non sono però più l’unico perno, mentre i contributi user generated e provenienti dal citizen journalism sono ormai parte integrante; e dall’altro l’agenda del mondo non è più dettata secondo modalità rigorosamente mainstream, ma si è fatta permeabile a spinte eterogenee, anche dal basso, che ne modificano temi e priorità, garantendone un maggior pluralismo e quindi un tasso più elevato di partecipazione.
Secondo gli esperti, l’onda lunga di questo mutamento è partita nel 2007, con la copertura informativa dello Tsunami asiatico: indubbiamente il primo evento globale in cui – a causa dell’isolamento di molte delle regioni colpite - il peso della blogosfera, dei social network e dei contributi user-generated è stato determinante nell’evitare il black-out delle notizie e nell’imporre quella tragedia all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Le varie sinergie e le modalità operative di questo nuovo paradigma comunicativo sono state poi perfezionate in occasione della rivolta in Iran dopo le elezioni del giugno 2009 – la cosiddetta Onda Verde – e si sono consolidate nei giorni del terremoto di Haiti del gennaio 2010, per avere infine una consacrazione definitiva durante le rivolte arabe dell’inverno 2011 e con la guerra civile in Libia della stessa primavera .
In tutti questi eventi globali l’occhio virtuale dei new media è arrivato prima ed ha messo a fuoco molti più dettagli rispetto all’occhio reale dei (pochi) giornalisti inviati sul posto. Ed anche se i risultati non sempre sono stati eccellenti – sul piano del rigore e della deontologia - di certo lo sono stati in termini di tempestività, ricchezza e immediatezza nella comunicazione. Per un motivo semplice: perché nel nuovo eco-sistema informativo “first the tweets come, then the pictures, then the video and then the wires” (2). Il che pone tutta una serie di problemi ai media tradizionali e al loro modo di lavorare, ma offre anche un nuovo ventaglio di opportunità.
Qualcuno l’ha chiamato l’effetto-Twitter (3). E in effetti un ruolo determinante nei mutamenti in corso l’hanno avuto blog e social network – in primo luogo Youtube, Twitter e Faceboook - con la loro straordinaria capacità di aggregazione e di comunicazione in tempo reale. Gli esempi al riguardo si sprecano. Il primo tweet da Haiti è stato postato appena sette minuti dopo il terribile terremoto che l’ha sconvolta il 12 gennaio del 2010, mentre per arrivare sul posto e organizzare la sua prima diretta televisiva dall’isola la CNN ha avuto bisogno di oltre 24 ore. Ventiquattro ore di news-vacuum, di buco totale nelle informazioni, cui i media tradizionali sono riusciti ad ovviare solo grazie al supporto di video, foto e contributi user generated reperiti setacciando blog locali e social network, gli unici in grado di operare in tempo reale anche fra le macerie e nel collasso delle infrastrutture civili. Basti pensare che su Flickr sono state taggate da Haiti in quel periodo ben 34mila foto, mentre su Facebook sono stati registrati 1500 post al minuto e su Youtube i video dall’isola sono stati i più cliccati del mese di gennaio 2010, da milioni di utenti.
Non è andata diversamente in occasione del terremoto che ha distrutto l’Aquila, il 6 aprile 2009. Il primo tweet, italiano, è stato di soli tre minuti successivo alla tremenda scossa delle ore 03.32. Sei minuti dopo il sisma, invece, la notizia raggiungeva tutti i media del mondo, ma non attraverso l’Ansa o le altre grandi agenzie di stampa, bensì tramite le @breakingsNews di BNO News, una piccola agenzia on line, specializzata in turbo-giornalismo (4). La quale, grazie alle sue antenne aperte giorno e notte sulla Rete, riusciva a precedere l’Ansa di quasi mezz’ora, pur avendo la propria sede in Olanda e appena due o tre dipendenti. Per farsene una ragione, basti ricordare che al momento le pagine di Facebook sono più di 600 milioni e 175 sono gli account di Twitter. La Rete insomma è popolata da gigantesche comunità virtuali, che coprono ormai ogni angolo del mondo, come nessuna agenzia di stampa ha mai fatto né potrà mai fare.
Lo dimostra anche il caso libico. Non c’erano giornalisti stranieri all’inizio della rivolta, a Bengasi, il 15 febbraio. E quest’assenza si è protratta per un’intera settimana, finché i “ribelli” non hanno assunto il controllo del posto di frontiera al confine egiziano, aprendo di fatto il Paese ai media di tutto il mondo, che il regime non gradiva. Il buco informativo non ha comunque impedito ai media tradizionali di occuparsi dell’avvenimento, anche con grande risalto, grazie a foto, video e contributi che venivano postati in Rete da un gruppo di blogger e siti web dell’opposizione libica basati a Ginevra e non in Libia. Com’era prevedibile, la narrazione degli eventi ne è stata condizionata, in alcuni casi addirittura falsata (5), al punto da indurre in inganno diverse cancellerie europee, che hanno basato dichiarazioni e mosse diplomatiche più sui report dei grandi media che sul lavoro dei rispettivi servizi di intelligence. Ma tant’è. Fosse dipeso dal governo libico, della rivolta in Cirenaica si sarebbe saputo poco o niente, così come già avvenuto in passato, prima dell’attuale rivoluzione tecnologica . Il ruolo dei new media è stato quindi positivo, se non altro perché ha consentito di aggirare la censura ed ha garantito che gli eventi in corso non sparissero dall’agenda globale ma si imponessero anzi all’attenzione del mondo intero.
Lo stesso risultato, anche se a partire da premesse diverse, è stato ottenuto in Siria, negli stessi mesi. Qui, sempre in assenza di giornalisti stranieri, la protesta di piazza e gli avvenimenti che hanno scosso alle fondamenta il potere quarantennale degli al Asad hanno avuto due narrazioni opposte, che hanno trasformato la Rete Partecipativa in un campo di battaglia, trasferendosi poi e condizionando i media mainstream: da un lato la versione ufficiale di Damasco circa un misterioso “complotto” armato ordito da sabotatori ed estremisti al soldo delle potenze straniere; e dall’altro la versione degli insorti, sulla repressione feroce di un movimento pacifico e spontaneo, nato in nome della libertà e della dignità. Questa schizofrenia mediatica è durata diversi mesi (6), ma la mole di testimonianze e di contributi user generated veicolati dalla Rete – in particolare i filmati postati su Youtube sulle manifestazioni di massa in molte città – ha finito per avere la meglio, piegando i dubbi residui dei media internazionali e condannando all’incongruenza la versione del regime e dei suoi media locali.
In termini di ricchezza, tempestività e immediatezza, si può dire perciò che l’effetto-Twitter completa e porta a compimento l’effetto-CNN inaugurato nel 1991. Nel senso cioè che garantisce in pieno la possibilità di mettere in scena la guerra in diretta, con tutte le conseguenze che ne derivano - positive e negative - arricchendone inoltre le varianti narrative, secondo gli schemi ormai invalsi dello story-telling. Chi vide all’epoca sul piccolo schermo il faccione di Peter Arnett stampato giorno e notte sul cielo di Baghdad solcato dalla scia dei missili intelligenti e dai traccianti della contraerea irachena non avrà certo dimenticato l’importanza di quella lunga diretta televisiva che passò alla storia. Per la prima volta, infatti – grazie agli sviluppi della tecnologia elettronica e al ruolo dei grandi network - ci fu la possibilità di raccontare e mandare in onda in tutto il mondo, in tempo reale, un evento di straordinaria importanza qual era la I Guerra del Golfo.
Non era mai successo. E l’accelerazione nel ciclo delle notizie fu epocale: si apriva infatti l’era delle all-news e della diffusione 24-hours, che avrebbe caratterizzato il decennio successivo della televisione totale, con ricadute rilevanti sull’intero panorama dei media tradizionali, oltre che sul management della politica, della diplomazia e degli apparati militari. Dalla guerra, peraltro, quel modello venne ben presto esteso a tutti gli eventi globali: dai funerali di Lady D alla tragedia dell’11 settembre fino alla morte di Giovanni Paolo II, inaugurando un nuovo genere di narrazione, che procede per archetipi e senza curarsi troppo dei fatti, e che è diventato il paradigma di riferimento per tutti i mass media, compresa la carta stampata.
Per avere qualche riferimento, basti pensare che ai tempi della guerra russo-giapponese, nel 1904, i reportage che mandava via telex al Corriere della Sera il mitico Luigi Barzini Senior venivano pubblicati a distanza di mesi, a volte anche due o tre, a causa delle difficoltà tecniche e per il fatto che dovevano passare le maglie della censura. Ai tempi invece della guerra del Vietnam, negli anni ’60 e ‘70, i servizi televisivi dei grandi network – che pure ebbero un peso determinante nell’orientare l’opinione pubblica americana contro quella guerra – per gli stessi motivi andavano in onda con un décalage di qualche giorno, a volte di una settimana. Non a caso, la storia degli inviati speciali è farcita di un’abbondante aneddotica sui vari espedienti utilizzati per contrastare la “tirannia del tempo” - dalle peripezie con i fuori-sacco sugli aerei di linea alle magie dei dimafoni - nel tentativo di accorciare il gap tecnico che è sempre esistito fra il reperimento delle notizie da parte dei giornalisti e la loro fruizione da parte del pubblico.
Non era una questione da poco. Questo gap riduceva infatti il peso delle notizie, le anestetizzava e ne condizionava perciò l’impatto politico. Non c’è perciò da stupirsi per i toni trionfalistici con cui la CNN lanciò la sua massiccia campagna auto-promozionale il 17 gennaio 1991, dopo la prima lunga “diretta” da Baghdad. Questo era il testo: “Mentre divampa la guerra nel Golfo Persico c’è una sola fonte di informazione che è seguita in tutto il mondo. La seguono gli uomini di governo, per controllare come evolve il conflitto; la seguono gli uomini importanti, per tenere d’occhio le reazioni delle singole nazioni; e la segue la gente comune, che attende notizie di speranza e di pace. Ora più che mai è il momento di sintonizzarsi sulla CNN”.(7)
Nel rivederlo oggi questo spot fa un po’ sorridere, se solo si pensa agli straordinari scenari aperti dalla rivoluzione tecnologica in corso. Se è vero infatti che il 1991 segna il debutto della guerra in diretta, è vero anche che a renderla possibile erano solo particolari condizioni tecniche e logistiche, assai costose e complesse da realizzare (8). Oggi invece, nell’era del digitale e della Rete Partecipativa, il real time è una conquista effettiva e definitiva, che ha costi irrisori ed un impatto politico immediato. L’accelerazione nel processo di produzione delle notizie è tale che si parla ormai di “1440 minutes news cycle” (9): si è ormai in grado, cioè, di coprire un evento già dalle prime 24 ore; e se Bush senior se ne stava con gli occhi incollati alla CNN tutte le volte che c’era da prendere una decisione politica, oggi Obama twitta in tempo reale con i suoi concittadini, anche se deve adattare il suo linguaggio ai 140 caratteri imposti dal new medium che lo ospita.
L’esempio però più eclatante di questa rivoluzione nel ciclo delle news è offerto dalla rivolta color zafferano, in Birmania, nel 2007. Solo dieci anni fa questa sollevazione popolare non avrebbe mai varcato i confini del Paese: troppo periferico, storicamente e culturalmente isolamento, e sottoposto inoltre ad una ferrea censura dal regime militare al potere. Invece, proprio grazie alle sinergie fra telefonia cellulare e Rete Partecipativa, la rivolta è finita sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Le immagini sia pur amatoriali dei monaci buddisti che sfilavano per le strade di Rangoon, e la feroce repressione cui sono stati sottoposti, sono arrivati così nel tinello di casa di tutte le “casalinghe di Voghera” ed hanno addirittura varcato la soglia di Hollywood, con il film-documentario BurmaVJ . Fantascienza, rispetto alle tante guerre dimenticate del secolo scorso, che non avevano alcuna possibilità di accesso ai media mainstream e scaldavano solo il cuore dei volenterosi.
Non esagera perciò chi sostiene che i social network e il web 2.0 agiscono ormai come “acceleratori delle crisi politiche e sociali” (10). Mantenere la segretezza infatti si fa sempre più difficile – Wikileaks docet – ma soprattutto le notizie viaggiano a velocità impensabili fino a pochi anni fa, e senza che dall’alto i poteri forti possano impedirlo. E’ successo con la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, che ha avuto proprio in Twitter e Facebook le sue piattaforme virtuali di aggregazione sociale – Merci Facebook c’era scritto non a caso sui muri di Tunisi – ed una finestra sempre aperta sul mondo, per veicolare informazioni, aggirare la censura e conquistare consensi nell’opinione pubblica internazionale. E’ stata la Rete ad accendere la miccia della protesta, dando ampio risalto al suicidio del venditore ambulante Mohamed Bouazizi, il 24 dicembre 2010, mentre i media tunisini si affrettavano a rubricarlo come un banale caso di cronaca. E nelle settimane che hanno preceduto la cacciata di Ben Ali e della sua cricca gli hashtag #Tunesien e #Tunisia su Twitter, così come i blog collettivi Nawaat e Nakriz con le loro molteplici pagine su Facebook, sono stati la fonte più utilizzata dai giornalisti dei grandi media internazionali accorsi sul posto per raccontare la rivolta. Dalla Rete arrivava inoltre buona parte delle foto, immagini e testimonianze giunte in Occidente: materiali quasi sempre di qualità e postati in grande quantità, che hanno permesso una copertura informativa molto più ricca ed approfondita di quella che i singoli inviati avrebbero da soli potuto offrire.
Nuove opportunità, dunque, si aprono per il giornalismo. Ma sorgono anche nuove insidie. Come dimostra il caso libico. E’ vero infatti che le sinergie fra tecnologie digitali, telefonia cellulare e Rete partecipativa hanno ampliato ed arricchito la copertura informativa degli eventi globali; hanno però anche moltiplicato ed esteso, per un banale meccanismo di reazione, gli scenari della propaganda, delle guerre mediatiche e della manipolazione. Lo dimostra già il fatto che molti governi – l’Iran, la Russia, Israele, la Cina, tanto per fare dei nomi - abbiano investito ingenti risorse nella creazione di una sorta di cyber-polizia, con il compito di monitorare costantemente i temi presenti su Internet e neutralizzarne le eventuali criticità. Analizzando d’altronde il grafico delle connessioni al web nei Paesi arabi toccati dalle recenti rivolte, si scopre ad esempio che il traffico Internet è stato completamente bloccato in Egitto dal 27 gennaio al 2 febbraio, è crollato in Yemen dal 7 al 14 febbraio, ed è sensibilmente calato in Libia a partire dal 16 febbraio, fino al black-out totale del 18 : sempre in coincidenza, cioè, con le fasi più calde delle proteste di piazza. Negli stessi paesi e negli stessi periodi, il traffico sulla piattaforma video Youtube e gli accessi alla piattaforma Google sono crollati del 90% (11 ).
Secondo il rapporto “Web 2.0 versus Control 2.0” pubblicato l’anno scorso da Reporter Senza Frontiere sono almeno 60 i Paesi al mondo che censurano in vario modo la Rete e le nuove tecnologie: con il rallentamento della banda larga oppure l’oscuramento totale, filtrandone i contenuti, o ancora con attacchi informatici mirati, pishing ed altre contro-misure di tipo tecnologico (12). Inoltre, nelle sue periodiche misurazioni sulla temperatura della libertà di stampa nel mondo, RSF include da anni blogger e net-attivisti, di cui denuncia omicidi, arresti e torture: ulteriore segnale della guerra molto reale che si combatte sul Web e sui media virtuali.
Complesso è l’atteggiamento adottato al riguardo dagli Stati Uniti, che delle nuove piattaforme tecnologiche e del Web 2.0 – eccezion fatta per Wikileaks, Anonymus e i suoi cyber-warrior - hanno fatto una sorta di braccio armato del loro soft power, grazie anche alle sinergie messe a punto con Google, Facebook e gli altri giganti della net-economy e delle tele-comunicazioni. Non è un mistero per nessuno che l’amministrazione Obama abbia aiutato fin dalla primavera del 2008 i net-attivisti del Maghreb e del Medio Oriente, investendo ingenti risorse nella creazione di movements.org, una organizzazione no-profit che ha per scopo il supporto agli attivisti digitali e dichiara più o meno esplicitamente di voler promuovere scenari di regime change (13). Tra i gruppi beneficiati dal sostegno americano c’erano i giovani egiziani del movimento “6 aprile”, che hanno avuto un ruolo di primo piano nella rivolta che ha costretto alle dimissioni il dittatore Hosni Mubarak, il 17 febbraio 2011. E fra gli “eroi” di Piazza Takhrir c’era anche Wael Ghonin, blogger di fama oltre che responsabile della neonata divisione Google per il Medio Oriente e l’Africa del Nord, arrestato e poi liberato a furor di popolo.
L’approccio americano è in realtà l’ennesima replica del metodo Sharp, dal nome del docente di Harward Gene Sharp, che per anni ha predicato le virtù della lotta non violenta e della disobbedienza civile come strumento politico per il rovesciamento dei regimi dittatoriali. Le sue riflessioni e i suoi libri sono stati adottati come fossero una Bibbia dai funzionari del Dipartimento di Stato, alla fine degli anni ’90, ed hanno ispirato l’appoggio esterno degli USA alle proteste di piazza che nel 2000 portarono alle dimissioni di Milosevic, a Belgrado, ed alle successive rivoluzioni colorate scoppiate nell’area post-sovietica: in Georgia, nel 2003, con la rivoluzione delle rose; in Ucraina, nel 2004 e 2005, con la rivoluzione arancione; in Kirghizistan, nel 2005, con la rivoluzione dei tulipani. Di fatto, il metodo Sharp – almeno nella versione approntata dalla Casa Bianca - è l’arte degli spin doctor applicata ai movimenti sociali; e l’uso dei media ne costituisce un asse portante, sia come cassa di risonanza che per la costruzione di una narrazione adeguata al grande pubblico. Nulla di strano, dunque, se oggi il metodo Sharp utilizza come vettori blog e social network, per preparare le mobilitazioni e consolidare le reti di attivisti civili.
Tutti ciò non significa però che il “risveglio arabo” sia stato pilotato ed etero-diretto, come pure dietrologi e complottisti di tutto il mondo si sono affrettati a sentenziare. Piuttosto, c’è stata la conferma che l’azione sociale della Rete Partecipativa è diventata ormai ineludibile – “è lo spazio pubblico del XXI secolo”, ha ribadito il 15 marzo Hilary Clinton - e che ad essa concorrono attori diversi, anche istituzionali, decisi a sfruttarne tutte le potenzialità. Se questo poi riduce il tasso di “spontaneità” degli eventi reali è solo per l’accezione romantica che in genere si preferisce di questa parola, dimentichi che la Storia è processo e che il suo motore non è a scoppio. Ma non è affatto vero che il sistema dei media si sia fatto “abbindolare” nel racconto del risveglio arabo: semmai, com’è ormai tipico nel racconto degli eventi globali, ha privilegiato lo storytelling, restando perciò alla superficie degli avvenimenti e senza (quasi) mai approfondire.
Il vero pericolo in realtà è un altro. E’ la pratica di infettare la Rete, con l’immissione di contenuti informativi user generated di stampo propagandistico, abilmente camuffati. E’ la tecnica utilizzata in Libia dagli insorti di Bengasi, i quali sono riusciti in tal modo ad “occupare” la Rete – anche per l’ottusità del regime libico - imponendo così la visione degli eventi a loro più congeniale e riuscendo a far breccia nei mass media mainstream (14). Una volta costruito il frame dell’evento, non c’è stato verso di fare marcia indietro. E qualsiasi dettaglio discordante è stato sottaciuto.
Sintomatico a tal proposito è stato l’atteggiamento di una grossa agenzia di stampa italiana che, di fronte alle foto delle presunte “fosse comuni” a Tripoli, ha deciso di pubblicarle pur sapendo che si trattava di un clamoroso “falso”. “Non possiamo non pubblicarle – pare abbia dichiarato un capo-redattore, che evidentemente non mancava di pelo sullo stomaco – Tutti gli altri lo fanno!”. Eppure non c’erano dubbi sulla mistificazione. In quelle foto si vedevano infatti non delle “fosse comuni” bensì delle tombe singole, scavate accuratamente e alla luce del giorno, da tranquilli operai libici che non avevano affatto l’aria di chi sta occultando un massacro. Ma sono finite lo stesso sulla prima pagina di tutti i più importanti giornali del mondo. Ed hanno avuto un impatto considerevole sull’opinione pubblica internazionale, che si voleva mobilitare a tutti i costi contro Gheddafi.
A partire proprio dal caso libico è possibile evidenziare le zone grigie e le criticità che caratterizzano oggi l’effetto-Twitter ed il ciclo accelerato delle notizie ad esso legato. La prima, che può sembrare scontata ma è gravida di conseguenze inedite, è che la tempestività nel reperimento delle notizie, così come l’immediatezza nella loro comunicazione, finiscono per remare contro l’affidabilità delle varie fonti e le necessarie verifiche cui andrebbero sottoposte. La pratica per ora prevalente nei media è quella del “tweet first, verify later”, piuttosto che il contrario; il che soddisfa in pieno le esigenze di un ciclo produttivo delle notizie sempre più breve, ma le svincola dalle regole del giornalismo per assoggettarle piuttosto a quelle dell’infotainment. Il risultato è che le notizie non verificate, i rumours incontrollati e le truffe della propaganda sono sempre in agguato. Ed è sempre più difficile separare il vero dal falso e il fumo dall’arrosto.
Ad esserne condizionata non è solo l’opinione pubblica, nel suo diritto ad un’informazione corretta, ma anche il processo di decision-making in politica e nelle relazioni internazionali. E’ già successo ai tempi della guerra del Kosovo, nel 1999, quando sull’atteggiamento interventista della Nato pesarono non poco le bugie di guerra alimentate dall’UCK e dalla propaganda albanese sul presunto “genocidio” di cui Milosevic si stava macchiando. E se quella guerra “umanitaria” ebbe degli strascichi che durano a tutt’oggi – e che la diplomazia sta cercando faticosamente di risolvere - è perché venne decisa in fretta, sulla base di informazioni distorte e sotto la pressione di una campagna-stampa cui diede il suo contributo l’intero sistema dei mass media, con poche eccezioni (15). Il contesto non è poi dissimile da quello libico di oggi. E il rischio è che gli esiti siano ancora più disastrosi.
Per fortuna, gli scenari sono in rapida evoluzione. Fra i grandi media tradizionali, la BBC si sta già ri-strutturando in modo da integrare l’uso di contenuti informativi user generated nel proprio processo di reperimento delle notizie e stabilendo inoltre pratiche adeguate di verifica per ottimizzarne il trattamento. La CNN ha lanciato invece, fin dal 2006, un proprio marchio, IReport, per reperire e trattare contributi user generated da utilizzare nelle breakings news. Nei primi due anni fra video e foto IReport ha processato 100mila contributi, di cui il 10% è andato in onda. E dal 2008 IReport si è trasformata in una community on line: solo sull’Onda Verde iraniana, nel 2009, ha ricevuto 5200 contributi, di cui 180 sono stati approvati e mandati in onda.
Gli altri media, per ora, privilegiano un atteggiamento meno definito e sostanzialmente più opportunistico. Hanno accettato cioè l’utilizzo di contenuti user generated ma solo come riempitivo: costretti dalla crisi economica che attanaglia il mondo dell’editoria, puntano infatti più a ridurre i costi che a migliorare l’offerta. Con il rischio di pubblicare notizie che il giorno dopo verranno smentite.
E’ capitato più volte ad Al Jazeera nelle recenti vicende libiche: quando ha avallato la notizia dei bombardamenti su Tripoli ad opera dell’aviazione di Gheddafi; quando ha parlato di “almeno 10mila morti e 50mila feriti”, appena una settimana dopo l’inizio della rivolta; quando ha lanciato la notizia della “presa” di Sirte da parte dei Ribelli nella loro “marcia su Tripoli”. E capita tutti i giorni a molti grandi media tradizionali, che attingono al Web 2.0 in maniera selvaggia, per stupire e differenziarsi più che per informare e far capire.
Eppure, sarebbe bastata qualche telefonata in più o anche solo una ricerca più accurata su Google per capire che il racconto della rivolta di Bengasi aveva la sua regia in Svizzera, dove hanno sede il gruppo Libyan Human Rights Solidarity e il Comitato libico per la Verità e la Giustizia: entrambi gruppi di opposizione, più che Ong, i cui esponenti – Giumma el Omami, Saleh Khaled e Fathi al Warfali, per citare i più noti – erano e sono in ottimi rapporti sia con il Dipartimento di Stato USA che con i vari enti caritativi della monarchie petrolifere del Golfo. Da Ginevra arrivavano perciò informazioni di parte, supportate da testimonianze parziali e spesso non verificate – si vedano i video su Youtube - mentre le voci da Tripoli, anche quelle dei cittadini occidentali sul posto, prima fra tutte quella di monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo di Tripoli, venivano messe in sordina.
Il problema ovviamente non sta nella Rete, la cui credibilità è uguale, né più né meno, a quella di tutte le altre fonti con cui si relazionano i giornalisti. E’ vero invece che alla “tirannia del tempo” si è sostituita la “tirannia del tempo reale”, che è sì una variazione sullo stesso tema, ma più perniciosa. Perché incoraggia la concorrenza selvaggia fra testate e un approccio superficiale alle notizie, favorendo così la diffusione dei rumours..
L’ultima grande “bufala” al riguardo è quella del sequestro della blogger lesbica siriano-americana Amina Arraf, che per mesi, da febbraio a giugno del 2011, ha gestito un suo blog personale molto seguito, “Gay Girl in Damascus”, con notizie aggiornate e riflessioni sui drammatici eventi in corso in Siria. Dietro quest’identità virtuale si nascondeva in realtà un maschio quarantenne, americano ma residente in Scozia, attivista politico e buon conoscitore di quell’area; il quale a un certo punto ha deciso di fare outing, svelando il clamoroso falso e chiarendo però di non aver danneggiato nessuno, perché “pur se la voce narrante era un prodotto di fiction, i fatti discussi nel blog sono veri e non falsificano la situazione in campo”. Il problema è che diverse autorevoli testate avevano “ripreso” il blog di Amina, utilizzandolo come una fonte accreditata nelle news e nei report sulla Siria, mentre su Twitter e Faceboook la notizia del suo “sequestro” ad opera degli sgherri del regime siriano aveva scatenato appelli e mobilitazioni dei suoi innumerevoli supporter.
Anche in questo caso, però, la colpa non è della Rete e della sua presunta inaffidabilità, quanto piuttosto del sistema dei media tradizionali. I quali sembrano aver smarrito il senso del rigore e della deontologia professionale, preferendo invece un’informazione sempre più leggera e urlata, che finisce per svuotare il lavoro giornalistico, inducendo una sostanziale perdita delle competenze professionali. Nel caso di Amina, così come in altri, va anzi dato atto alla Rete di aver coltivato non pochi dubbi sulla vicenda e di aver contribuito a svelare questo “furto di identità”. Il tutto a dimostrazione del fatto che l’intelligenza collettiva del web 2.0 è un motore assai potente, che si è dotato ormai anche di validi anticorpi, purché si sappia come attivarli (16).
Va però sfatata l’idea che la Rete Partecipativa costituisca una fonte informativa “indipendente”. A popolarla infatti non sono solo i citizen journalist e le casalinghe di Voghera ma anche molti soggetti strutturati e/o istituzionali: Ong, agenzie di pubbliche relazioni, enti governativi, attori politici e personaggi pubblici, per non parlare dei mestatori e manipolatori di professione, accomunati tutti dalla ricerca di una comunicazione più informale e diretta con l’opinione pubblica, ma sempre “di parte”. Il caso più emblematico è quello dei talebani afgani, i quali, quand’erano al potere, non facevano mistero della loro avversione per qualsiasi strumento della modernità – foto, film, radio e tv - e oggi invece aprono pagine Facebook, gestiscono blog e postano video su Youtube, per fare proselitismo e seminare il terrore.
Se è vero perciò che l’uso dei social network come fonte di notizia permette di raccogliere molti più materiali di prima mano sul terreno e consente inoltre una cronaca più rapida e accurata, è vero anche che la Rete resta un magma di comunicazione mista a propaganda. Per utilizzarla come fonte utile c’è bisogno perciò di giornalisti scaltri e preparati, rigorosi nella verifica e allergici al copia&incolla: capaci di filtrare, soprattutto, di approfondire e di contestualizzare i fatti. Senza fretta; altrimenti, come la gatta frettolosa, si rischia di fare i gattini ciechi.






(1) Si veda l’analisi dettagliata di Eric Sherer, direttore delle strategie digitali a France Télévision, in “A-t-on encore besoin des journalistes?”, Paris, Presse Universitarie de France, 2011

(2) A.Scurati,“Televisioni di guerra. Il conflitto del Golfo come evento mediatico e il paradosso dello spettatore totale”, Ombre Corte, Verona, 2003.

(3) http://www.nytimes.com/2009/06/29/business/media/29coverage.html)

(3) N.Bruno, “Tweet first, verify later? How real-time information is changing the coverage of worldwide crisis events”, London, Reuters Institute for the Study of the Journalisme, 2011.
http://nicolabruno.files.wordpress.com/2011/05/tweet_first_verify_later2.pdf

(4) Cfr. N.Bruno, R.Mastrolonardo “La scimmia che vinse il Pulitzer”, Bruno Mondatori, 2011

(5) Si veda la rassegna da me curata, “Pinocchio in Libia” in “Guerra, Bugie & TV”, La Storia siamo noi, RAI 2, 20 aprile 2011 (www.lastoriasiamonoi.rai.it)

(6) Cfr. Lorenzo Trombetta, “Sangue e misteri sulla via di damasco”, Limes 3/2011

(7) Cfr. S.Jeffords e L.Rabinowitz (a cura di), “Seeing through the Media”, Rutgers University Press, New York, 1994

(8) Cfr. A.Ricucci, “La guerra in diretta. Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo: Il volto nascosto dell’informazione televisiva”, Pendragon, Bologna, 2004

(9)L’espressione è di Dan Gilmor, “Arizona shootings: take a slow-news approach” , Salon, 8 January 2010
(http://www.salon.com/technology/dan_gillmor/2011/01/08/arizona_shootings_slow_news). Per un’analisi di questo nuovo news cycle cfr. N.Bruno, “Tweet first, verify later”, op.cit.

(10) http://www.lsdi.it/2011/07/16/News-of-the-world-i-social-media-acceleratori-delle-crisi/

(11) L’analisi è di Craig Labowitz, capo dello staff tecnico di Arbor Networks, un’azienda specializzata nel controllo della sicurezza delle reti. (http://monkey.org/~labovit/papers/middle_east_scorecard_feb20.pdf)


(12) http://en.rsf.org/web-2-0-versus-control-2-0-18-03-2010,36697

(13) Cfr. la voce Alliance of youth Movements su wikipedia.org e l’analisi accurata e disincantata di Ahmed Bensaada su Le Grand Soir del 25 febbraio 2011, oltre a quella di Tony Carlucci su www.landestroyer.blogspot.com

(14) Cfr. Bahador Babak, The CNN Effect in Action: How the News Media Pushed the West Toward War in Kosovo, Palgrave Macmillan, 2007.

(15) http://lindro.it/Verita-e-partecipazione-in-Rete-e









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