Gli avvenimenti degli ultimi mesi, relativi al processo di pace israelo-palestinese, sono stati caratterizzati da una particolare attenzione alla questione di Gerusalemme, soprattutto per quanto riguarda la sua zona orientale e gli insediamenti ebraici che continuano a essere costruiti intorno alla città. La cosiddetta Gerusalemme Est, conquistata dall’esercito israeliano nel 1967, comprende la Città Vecchia. Nella contesa per il controllo di quest’ultima si intrecciano motivazioni politiche e religiose. All’interno della cinta muraria di origine crociata, infatti, sono custoditi i luoghi santi più rappresentativi delle tre religioni monoteiste. Il Muro del Pianto rimane per l’ebraismo l’inviolabile vestigia del Tempio di re Salomone, distrutto dalle legioni romane nel 70 dopo Cristo. La Via Dolorosa – la via crucis – e la Chiesa del Santo Sepolcro sono per il cristianesimo il simbolo terreno della passione e della morte di Gesù Cristo. In?ne la Moschea della Roccia ricorda all’Islam il viaggio notturno del profeta Maometto. Da qui egli sarebbe asceso in paradiso per poi ritornare vivo sulla terra.
Alla strati?cazione della storia e della tradizione religiosa, si aggiungono i rancori etnico-polici, molto più attuali e quotidiani. La convivenza religiosa è aggravata da quella fra israeliani e arabo-palestinesi. Secondo lo Statistical Yearbook of Jerusalem , l’osservatorio demogra?co della Municipalità di Gerusalemme, dei 743mila abitanti totali della città, circa 300mila vivono letteralmente ammassati nella Città Vecchia, un’area appena inferiore a un chilometro quadrato, secondo questa distribuzione: ebrei (68 %), musulmani (30%) e cristiani (2%). Da un punto di vista etnico, gli ultimi due gruppi si considerano ?eramente arabo-palestinesi. Ulteriore ma forse più importante nodo relativo alla “Città tre volte santa” è la disputa politica. Israele l’ha proclamata capitale del suo Stato nel 1950, senza però ottenerne il riconoscimento dalla comunità internazionale, mentre i palestinesi vorrebbero attribuirle la stessa quali?ca una volta che dovesse realizzarsi il loro sogno di uno Stato indipendente di Palestina. Il confr onto in merito non è tuttavia bilaterale. La Chiesa cattolica, a suo tempo, propose di assegnare a Gerusalemme lo status giuridico di “città aperta” amministrata dalle Nazioni Unite. Attualmente, per quanto la realtà dei fatti tenda a favorire le ambizioni israeliane, la diplomazia mondiale è impegnata af?nché israeliani e palestinesi raggiungano un accordo per il riconoscimento reciproco di Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Questo è l’impegno che l’ex primo ministro britannico, Tony Blair, si è assunto nel 2007 quando è stato scelto come inviato speciale del cosiddetto “Quartetto per il Medio Oriente”, l’organo costituito da Nazioni Unite, Unione Europea, Russia e Stati Uniti preposto a portare avanti i negoziati di pace.
La complessità di questi problemi costituisce un serio ostacolo sia per il processo di pace, sia nella gestione della municipalità gerosolimitana. La popolazione locale è la prima a preferire che venga mantenuto lo status quo, la cui messa in discussione provocherebbe un effetto domino sui delicati e ormai cristallizzati equilibri e quindi una nuova escalation di violenza. D’altra parte, si sta assistendo a un esacerbarsi dei sentimenti estremistici in seno a ogni comunità religiosa ed etnica. Gli israeliani tendono a evitare di confrontarsi con i palestinesi, adducendo come motivazione il mancato riconoscimento del loro Stato da parte dell’Autorità Palestinese. Il loro ri?uto a voler ?rmare un accordo di pace è dettato anche dalla prioritaria questione della sicurezza. È una condizione, questa, che gli israeliani antepongono a qualsiasi compromesso per la risoluzione del con?itto. In tal senso è emblematica la politica espansionistica relativa agli insediamenti intorno a Gerusalemme, fortemente criticata anche dagli Stati Uniti. Nella visione dell’attuale governo Netanyahu la presenza di coloni israeliani fuori dalla città farebbe parte di una strategia difensiva nata con lo stesso Stato di Israele e che si è rafforzata progressivamente dalla Guerra dei sei giorni a oggi. È il cosiddetto Gush Etzion (il Blocco di Sion), una cintura di villaggi israeliani posti a protezione di Gerusalemme contro una nuova eventuale ondata di terrorismo palestinese.
Visitando Kfar Etzion, uno degli insediamenti appena fuori Gerusalemme, ed entrando in contatto con i suoi abitanti, si percepisce il timore che le decisioni della comunità internazionale possano causare effetti tragici, come è successo a Gaza nel 2005, come l’abbattimento delle case. Gli israeliani del Gush Etzion hanno paura di dover pagare lo scotto dei negoziati di un processo di pace che, per loro, signi?cherebbe abbandonare la terra di Israele. A loro giudizio l’Occidente, ma soprattutto gli Usa, non intuiscono questo valore, simbolico quanto strategico, che viene attribuito agli insediamenti. «Noi vogliamo vivere qui per proteggere Gerusalemme, ma anche per difendere i nostri concittadini arabi dal terrorismo e dal regime oppressivo di al-Fatah». Questo è il messaggio che i coloni lanciano all’Europa e Oltreoceano. «L’unicità della democrazia israeliana qui in Medio Oriente dovrebbe farci ri?ettere», viene fatto osservare. «Le minacce dell’Iran non sono localistiche. Non prendono di mira solo Israele, ma puntano contro tutto l’Occidente. E lo fanno grazie a gruppi terroristici che sono capaci di colpire città come Roma, Londra o Washington alla stessa stregua di come è successo a Gerusalemme e a Tel Aviv». Il mondo arabo locale a sua volta è diviso al suo interno in correnti laico-moderate, altre di estrazione islamicoradicale, oppure vicine al cristianesimo. Tutte però attribuiscono a Israele l’intero carico di responsabilità, quale unico soggetto legalmente e militarmente forte della regione. “Proprio perché è così in?uente dovrebbe essere il primo a fare concessioni”.
Gerusalemme quindi sta diventando una città frammentata in muri ideologici e ?sici. Gli ebrei pr eferiscono mantenere le distanze dai musulmani e dai cristiani per ragioni di sicurezza. Gli arabi vedono il lor o mondo “cantonizzato” da un avversario più forte con il quale non vogliono comunque avere alcun contatto. Il visitatore che si r eca nella Città V ecchia av verte la sensazione di essere nel cuore di un frenetico attivismo religioso e può pensare di immergersi in quello che potenzialmente è un esempio di convivenza multietnica e multireligiosa. Chiese, moschee e sinagoghe si alternano a monasteri, madrase e scuole talmudiche. La storia passata, in particolare i tanti secoli di dominio ottomano, è testimone di una tolleranza possibile. Le stesse tracce archeologiche e architettoniche lo confermano. Il quartiere ebraico è ancora oggi adiacente a quello islamico, che a sua volta con?na con quello armeno. Da qui si passa alla zona cristiana, per ricongiungersi al quar tiere ebraico. Oggi però questo microcosmo di tolleranza è uscito dagli schemi dell’urbanistica antica. Gerusalemme si è estesa oltre le mura. Sono nati i nuovi quar tieri abitati dalle comunità ebraiche immigrate dal la Russia e dagli arabi. In un recente incontro, il vice sindaco di Gerusalemme, Naomi Tsur, sottolineava che, al di là dei contenziosi relativi al processo di pace, i problemi di Gerusalemme sono legati in par ticolar e alla soste nibilità demogra?ca e all’amministrazione quotidiana di tre comunità etnico-religiose che si ri?utano di dialogare fra loro, ma anche con le istituzioni locali. «Gli arabi non riconoscono la Municipalità di Gerusalemme perché, a loro giudizio, è una costola dello Stato d’Israele», dice la signora Tsur. «È paradossale, ma anche gli ebrei ultraortodossi la pensano ugualmente. Secondo loro la nascita di Israele è una prerogativa divina e non il frutto dell’azione politica dell’uomo». Ne consegue che circa il 40 % della popolazione non vota, ma soprattutto non paga le tasse. D’altra parte le autorità locali non possono sottrarsi all’amministrazione della quotidianità. Questo signi?ca che, per esempio, la manutenzione delle strade e lo smaltimento dei ri?uti sono a carico della Municipalità. «Ger usalemme è la città più povera di Israele». Alcuni quartieri mancano di trasporti pubblici, altri presentano una r ete fognaria disastrosa. Il vice sindaco si rammarica nel parlare del degrado della sua città, ma è convinta che questa condizione di apatia collettiva pos sa essere superata. La giunta guidata da Nir Barkat, eletto sindaco nel 2008, è alla ricerca di «una soluzione umana». Ha adottato una linea di maggiore trasparenza nel bilancio e di vicinanza con l’opinione pubblica, anche con i gruppi più chiusi e di «entrambe le fazioni».
Il riferimento è ai quartieri palestinesi che vivono in totale abbandono, ma anche a quello ebraico ultraortodosso di Mea She’arim, dove il potere costituito delle autorità comunali non è riconosciuto. «D’altro canto non possiamo dimenticarci della preservazione del patrimonio ar cheologico che abbiamo a disposizione e che potrebbe essere valorizzato ulteriormente». Anche in questo caso l’ostacolo è ideologico. Un intervento per il restauro di un edi?cio o di recupero di vestigia storiche sepolte dal tempo può esser e la fonte di nuovi scontri fra ebrei e musulmani, se non è stato preventivato un accordo comune per l’avvio dei lavori. Si ritorna quindi a preferire lo status quo e la cristallizzazione dei problemi, piuttosto che il loro superamento. «Non possiamo arrenderci però», conclude il vice sindaco Tsur. Gerusalemme deve prendere esempio da altre città che sono state attraversate da un muro, come Berlino, oppur e dove il muro c’è ancora, come a Nicosia. «La capitale tedesca è un punto di riferimento per il dinamismo con cui sono stati oltr epassati quaranta cinque anni di divisione. La realtà cipriota, anch’essa con le sue ingessatur e di origine ester na, è invece ciò da cui vogliamo allontanarci». Al di là del processo di pace, «Gerusalemme vuole diventare il centro di sperimentazione per tutto il Medio Oriente».