Le violenze interconfessionali tornano a sconvolgere l'Egitto, dopo gli scontri fra copti e musulmani avvenuti nel maggio scorso.
Anche allora erano state decine le vittime, fra morti e feriti. L'origine della protesta che ieri si è scatenata per le vie del centro del Cairo risiede nella richiesta da parte dei dimostranti copti rivolta alle autorità egiziane affinché fosse rimosso il governatore della regione in cui è inclusa la provincia di Assuan, teatro dell'incendio di una chiesa cristiana da parte di alcuni musulmani.
Il governatore, Mustafa el Sayyed aveva dichiarato qualche giorno fa che l'edificio di culto copto era stato costruito senza i dovuti permessi (un'antica legge risalente all'epoca ottomana obbliga i cristiani a richiedere una autorizzazione per l'edificazione o il restauro delle proprie chiese, a differenza di quanto avviene per le moschee). Le parole del governatore avevano suscitato l'ira di alcuni integralisti che avevano dato alle fiamme la chiesa.
Migliaia di copti, minoranza religiosa del Paese, con un 10% di fedeli su 80 milioni di egiziani, si sono riversati nella capitale per chiedere giustizia e ricordare alla giunta militare che regge le sorti del governo egiziano dalla cacciata di Mubarak, le promesse fatte all'indomani della conquista del potere in merito ai diritti delle minoranze religiose e della pace interconfessionale.
Non sono ancora chiare le dinamiche dello scontro, che inizialmente ha opposto i dimostranti copti alle forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Vi è chi sostiene che alcuni manifestanti abbiano iniziato a lanciare pietre e bottiglie, una volta giunti nei pressi della sede della televisione di Stato: ai lanci gli agenti avrebbe risposto caricando la folla. Altre fonti e testimonianze oculari offrono una diversa versione dei fatti, affermando che alcuni gruppuscoli di teppisti e provocatori (detti balatageya, violenti al soldo dei controrivoluzionari) avrebbero preso di mira i dimostranti attaccandoli, per creare ad arte tafferugli e confusione.
Fatto sta che il bilancio, ancora provvisorio, parla di una ventina di morti e decine di feriti. Altri scontri si sarebbero poi verificati fra le due fazione, copta e musulmana, nei pressi dell'ospedale in cui sono stati ricoverati i feriti.
Solo a poca distanza dal Museo Egizio, dunque nei pressi della ormai celebre piazza Tahrir, invece, qualche migliaio di copti e musulmani riuniti pacificamente insieme scandivano slogan a sostegno dell'unità fra le due confessioni, in nome di un Egitto nuovo che si deve avviare verso una democrazia, basata anzitutto sul riconoscimento dei diritti e della reciproca tolleranza religiosa.
Frattanto il premier egiziano, Essam Sharaf, ha convocato una riunione di emergenza del governo all'indomani degli scontri, mentre sono state arrestate una quarantina di persone, ritenute responsabili delle violenze di ieri.
Nel quartiere di Hamra, dove risiedono molti copti, le scuole sono state chiuse in attesa che la situazione torni a stabilizzarsi e cessi l'emergenza.
Ma alcune fonti parlano già di un esodo massiccio di copti dall'Egitto: sarebbero almeno 100mila i cristiani in fuga da un paese che non ritengono sicuro per sé e le proprie famiglie.
La riunione del Consiglio dei ministri è iniziata con un minuto di silenzio per commemorare le vittime degli scontri.
Quanto alle reazione della comunità internazionale, si segnala l'unanime sconcerto espresso dai ministri degli Esteri dell'Unione europea, riuniti in un vertice a Lussemburgo. Alle condanna per quanto avvenuto al Cairo, si aggiunge l'auspicio affinché le autorità vigilino per la tutela dei diritti e della sicurezza delle minoranze religiose presenti nel Paese, in primis i cristiani copti, che dopo i musulmani rappresentano la seconda comunità religiosa più rilevante in termini numerici.
Astensione dalla violenza e rispetto della libertà religiosa sono le parole più ricorrenti sulla bocca dei capi delle diplomazie europee.
Secondo alcuni rappresentanti dei copti vi sarebbe però un accordo fra le autorità della giunta al potere e i Fratelli musulmani, di fatto l'unico raggruppamento, l'unica forza politica in grado di partecipare alle elezioni legislative previste per il prossimo 28 novembre, mentre poco tempo e spazio sarebbe stato concesso alle rappresentanze politiche delle minoranze al fine di organizzarsi per la competizione elettorale.