Strage nello stadio di Port Said, al termine della partita fra la squadra locale del Masri e la formazione della capitale egiziana al Ahly, la più quotata del Paese e, forse, dell'intero continente africano.
Il bilancio attuale delle vittime delle violenze scoppiate al fischio finale dell'arbitro si attesta sull'impressionante cifra di 74 morti e oltre mille feriti.
Il match si è concluso con l'inattesa vittoria della squadra di Port Said per 3 a1 e, appena finita la gara, i tifosi del Masri hanno invaso il campo e si sono messi all'inseguimento dei supporter avversari e dei giocatori dell'Al Ahly fin dentro gli spogliatoi.
La polizia non è intervenuta tempestivamente e gli ultrà scatenati, armati di coltelli, spranghe e bottiglie si sono avventati contro i loro bersagli. Molta gente è morta travolta nell'impressionante calca che si è formata in pochi minuti, altri per le mortali ferite subite.
E quella che si profila come la più grave tragedia del calcio africano e uno degli episodi più sanguinosi della storia di questo sport in assoluto, ha assunto sin dalle prime ore successive agli accadimenti anche un preoccupante profilo politico, in un Paese che stenta ancora a trovare la strada della pacificazione nella difficilissima fase di transizione che sta attraversando dopo la caduta del pluridecennale regime del rais Mubarak.
Il capo del Consiglio militare, maresciallo Tantawi, di fatto attualmente il vertice del potere egiziano, si è affrettato ad affermare pubblicamente che i responsabili di questa autentica strage non rimarranno impuniti e ha quindi convocato con urgenza il governo e il parlamento per istituire una commissione di inchiesta. Inoltre, le autorità hanno sospeso il campionato sine die.
I Fratelli musulmani, la forza politica attualmente maggioritaria nel Paese, stanti i risultati delle recenti elezioni, lanciano accuse e sollevano il sospetto che dietro ai fatti di Port Said vi sia una regia occulta, responsabile dell'organizzazione dei tafferugli. Questa mano invisibile sarebbe da ricondurre a quelle forze di sicurezza legate ancora al vecchio regime di Mubarak, che secondo le formazioni di ispirazione islamica e quelle liberali avrebbero avuto il preciso obiettivo di punire i sostenitori della squadra cairota dell'Al Ahly, protagonisti delle proteste che hanno infiammato piazza Tahrir, e portato alla fine del regime.
I Fratelli musulmani si domandano come è stato possibile che sia stato permesso a persone armate di coltelli e spranghe di entrare nello stadio. I giovani di piazza Tahrir accusano le autorità militari attualmente detentrici del potere di voler utilizzare gli stessi metodi di Mubarak, quando si presentava come unico baluardo contro il caos che altrimenti avrebbe squassato il Paese. Allo stesso modo la Giunta militare vorrebbe oggi apparire agli occhi dell'opinione pubblica come sola alternativa alla confusione che rischia di destabilizzare l'Egitto.
L'accusa di complicità è ovviamente respinta dalle autorità che promettono di arrestare e punire i responsabili delle violenze. Tantawi ha detto che incidenti del genere possono capitare ovunque e che questa vicenda, pur nella sua gravità, non comporterà il crollo dell'Egitto. "L'Egitto sarà stabile. Abbiamo una roadmap per trasferire il potere a civili eletti. Se qualcuno punta all'instabilità in Egitto, non vincerà".
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