La crisi ha colpito duramente i Paesi dell’Europa centrorientale sul versante macroeconomico, ma non ha mutato il potenziale a lungo termine connesso al processo di convergenza. Il modello di crescita della regione, fondato su un forte afflusso di capitali, una crescente competitività e un adeguamento degli standard di vita, resta valido. Tuttavia, nel lungo termine il potenziale di crescita rimarrà al di sotto dei livelli antecedenti la crisi poiché i fattori di convergenza saranno meno incisivi rispetto al passato.
Dopo la forte contrazione registrata nel corso del 2009, che ha visto il Pil dei Baltici e dell’Ucraina contrarsi rispettivamente del 16 e 15% su base annua ed il resto dei Paesi registrare crolli compresi tra lo 0 ed il 10%, la regione sta gradualmente recuperando terreno. La crisi economica e finanziaria mondiale ha interrotto il rapido processo di convergenza che ha caratterizzato i Paesi dell’Europa centrorientale nel precedente decennio. Lo stallo del mercato creditizio e dei flussi di capitali a livello globale all’inizio dello scorso anno si è accompagnato a crescenti timori tra gli investitori di una crisi sistemica che interessasse sia la regione dei Peco che il sistema bancario dell’Eurozona. Dopo un decennio di forte crescita, gli afflussi di capitali verso la regione hanno subito una drastica e rapida interruzione nell’autunno del 2008 causando, in tandem con il peggioramento del quadro macroeconomico domestico ed internazionale, un brusco calo della produzione. In generale, la contrazione della crescita è stata più evidente nei Paesi che in precedenza hanno registrato una maggiore espansione della domanda interna, un più elevato squilibrio di parte corrente e una maggiore dinamica dell’indebitamento del settore privato. In generale, lo stato di salute delle economie della regione si presentava tuttavia più variegato di quanto effettivamente percepito da molti investitori. L’impegno internazionale è stato essenziale per evitare una crisi finanziaria su larga scala. Il G20 di Londra dell’aprile 2009 si è assicurato che il Fondo monetario internazionale (Fmi) avesse sufficienti fondi per offrire assistenza ai Paesi che versavano in difficoltà finanziarie. Ma cruciale è stato anche il ruolo giocato dalle banche internazionali attive nella regione. Nel 2010 la ripresa economica a livello mondiale ha avuto un prepotente avvio, con sorprese positive anche nei Peco. Tuttavia, intorno ad aprile-maggio i crescenti timori legati ai disavanzi di bilancio e all’indebitamento sovrano di diversi Paesi dell’area euro hanno dato origine ad una serie di turbolenze sui mercati finanziari. Se da un lato i mercati finanziari dei Peco hanno inizialmente contrastato il pessimismo che è dilagato dalla crisi del debito in Eurozona, successivamente la pressione si è fatta più intensa, alimentata dalle paure di un possibile contagio. Nel far ciò, i mercati finanziari si sono concentrati su una serie di possibili canali di trasmissione (commercio, esposizione bancaria) con i Paesi dell’Europa sudorientale (in particolare Romania, Bulgaria e Serbia), considerati più vulnerabili data la forte presenza di banche greche in questi mercati. L’imponente pacchetto di aiuti finanziari a supporto della Grecia, approvato a maggio, ha contribuito a mitigare i potenziali problemi di liquidità a breve termine dell’Eurozona, ma il rischio di contagio ai Paesi dell’Europa centrorientale non risulta ancora del tutto escluso dai mercati finanziari, anche se questi Paesi presentano un migliore posizionamento per quanto attiene alla posizione fiscale e al livello di indebitamento sovrano. Complessivamente, la crisi del debito dell’area euro ha confermato che la fase dei finanziamenti a basso costo si è conclusa, e si prevede che il costo del rischio Paese rimanga volatile e sopra i livelli antecedenti la crisi anche nel medio e lungo termine, una brutta notizia per le economie convergenti. Dopo il picco negativo registrato alla fine del 2009, segnali di miglioramento sono iniziati ad emergere in tutta la regione all’inizio di quest’anno. I dettagli tuttavia forniscono un quadro abbastanza variegato, con una crescita trainata principalmente dalle esportazioni e una domanda interna che in molti Paesi resta debole. Allo stesso tempo, i dati evidenziano una netta diversificazione geografica della ripresa, con benefici più evidenti nei Paesi più aperti al ciclo del commercio mondiale (con in testa la Turchia), e i Paesi più duramente e/o recentemente impattati dalla crisi (soprattutto Lettonia, Lituania, Croazia, Romania e Bulgaria) in cui la ripresa è ancora molto debole e per i quali la recente crisi greca e dell’eurodebito non è stata certo d’aiuto.
In prospettiva, riteniamo che il “vecchio” modello di crescita resti valido, ma i Paesi dell’Europa centrorientale dovranno usare maggiore cautela, puntando ad un più efficiente sviluppo dei mercati finanziari domestici e a una maggiore diversificazione delle proprie economie. Nel periodo antecedente la crisi la regione ha beneficiato di un processo di convergenza fondato su una progressiva liberalizzazione del commercio, dei movimenti di capitale, su una progressiva integrazione dei mercati finanziari e sulla prospettiva di ingresso o convergenza verso l’Unione Europea. Il forte afflusso di capitali ha tuttavia finanziato la crescita di queste economie in un contesto di liquidità internazionale elevata e a basso costo e di una bassa percezione del rischio Paese. Tale processo è stato accompagnato dall’accumulo di pesanti squilibri esterni, con la forte dinamica dei consumi e la crescita degli investimenti finanziata principalmente dall’estero. Inoltre gli ingenti afflussi di capitale registrati si sono concentrati perlopiù in settori non tradable come quello edile e dell’intermediazione finanziaria, contribuendo in misura insufficiente alla costruzione di un settore manifatturiero competitivo e sufficientemente dimensionato. Una volta superata la crisi, gran parte di tali tendenze saranno ancora presenti, ma si accompagneranno ad un più alto costo della liquidità internazionale e del rischio, traducendosi in un “modello di integrazione” più bilanciato. Complessivamente il potenziale di crescita a lungo termine risulterà inferiore rispetto al periodo antecedente la crisi, con tutti i fattori di convergenza che rimarranno presenti, anche se meno forti rispetto al passato. La congiunzione di un insieme di mutate condizioni esterne (ad esempio: l’incertezza sul quadro economico mondiale futuro, le crescenti pressioni competitive delle economie asiatiche, la più bassa liquidità internazionale, il più alto costo del rischio globale, l’incertezza sui futuri allargamenti Ue e Uem) e le dinamiche interne conseguenti alla crisi (es.: un costo del rischio Paese più alto rispetto al periodo precrisi, vincoli all’espansione della spesa pubbica e un atteso ribilanciamento della posizione debitoria delle famiglie) influenzeranno il percorso di crescita della regione. Il potenziale di crescita a lungo termine rimarrà con ogni probabilità più basso rispetto al periodo precrisi, anche se le previsioni rimangono comunque più confortanti che in Europa occidentale, considerato che nel suo insieme la regione ha ancora del potenziale da sfruttare, soprattutto in conseguenza di ulteriori aumenti della produttività.
L’impatto della crisi sul settore bancario dei Peco
Il ribilanciamento del modello macroeconomico rende necessaria anche una trasformazione del modello bancario nei Peco. In Europa centrorientale si è evitata una crisi bancaria su larga scala (in buona parte grazie anche al forte impegno delle banche internazionali attive nella regione), per quanto i vari settori bancari non sono certamente usciti incolumi dalla crisi.
La contrazione della liquidità internazionale e l’aumentato rischio Paese e del costo dei finanziamenti per il sistema bancario locale sono stati i propulsori di una trasformazione strutturale, con implicazioni anche nel lungo termine. Nell’ultimo decennio, lo sviluppo del settore bancario nella regione ha tratto beneficio dalla disponibilità di abbondanti finanziamenti a basso costo per supportare la crescita del credito. Nel periodo seguente alla crisi, il deficit di finanziamento (misurato dal rapporto prestiti su depositi) è divenuto pertanto il principale vincolo alla crescita dell’attività creditizia.
Nonostante il crollo della liquidità sia stato il primo fattore di contagio, l’impatto vero della crisi sui sistemi bancari della regione si è materializzato solo nel corso del 2009, con i pesanti accantonamenti a fronte delle crescenti sofferenze bancarie e la contrazione economica che hanno notevolmente ridotto le opportunità di business per le banche. In tutta la regione la quota delle sofferenze bancarie si è quasi duplicata rispetto alla fine del 2008, fino a raggiungere il livello del 12,8% sul totale del portafoglio. La crisi è stata chiaramente percepita in tutte le regioni ma con conseguenze diverse. In Europa sudorientale, nei Paesi baltici, in Ucraina ed in Kazakistan l’impatto sulla qualità del credito è stato avvertito con maggiore vigore, mentre in Europa centrale il deterioramento è stato più contenuto, supportato da uno stabile tessuto industriale e dal minor peso nel portafoglio creditizio di settori maggiormente colpiti dalla crisi (come ad esempio il settore edile) rispetto ad altri Paesi della regione. Complessivamente il deterioramento nella qualità del credito è stato adeguamento gestito dalle banche dei Peco, supportate dagli elevati standard creditizi e dalla presenza di adeguati cuscinetti a fronte delle perdite conseguenti alla crisi. I coefficienti patrimoniali, già ben oltre il minimo regolamentare prima della crisi, sono migliorati ulteriormente durante lo scorso anno. Persino nei Paesi con problemi di capitalizzazione, la risoluzione è stata rapida con iniezioni di capitale pubblico per un ammontare superiore agli 8 miliardi di euro in Ucraina, 0,36 miliardi di euro in Russia e 1,8 miliardi di euro in Kazakistan. In generale, il miglioramento dei coefficienti patrimoniali è stato supportato dalle politiche di reinvestimento degli utili e dagli sforzi profusi dalle banche per raccogliere fondi sia da fonti pubbliche che private, mentre in alcuni casi è stato anche il frutto di una riduzione delle attività ponderate per il rischio. I più elevati coefficienti di solvibilità si accompagnano ad una migliorata capacità di assorbire potenziali perdite future. Allo stesso tempo, quando si analizza il livello di copertura degli accantonamenti sui crediti in sofferenza, emerge che taluni Paesi, in particolare Ucraina, Lettonia, Lituania ed in qualche misura la Romania, rimangono esposti ad una potenziale erosione dei rispettivi coefficienti patrimoniali in conseguenza di possibili ulteriori perdite sui crediti in sofferenza.
Le deteriorate condizioni della liquidità in prima istanza, unitamente alla contrazione economica che ha portato ad una minore domanda di prestiti e un’aumentata avversione al rischio causata da crescenti problemi di qualità del credito, hanno giocato un ruolo di primo piano nel giustificare la contrazione del credito tra il 2008 e il 2009. Di conseguenza l’espansione dell’attività creditizia ha subito un forte rallentamento,passando da una crescita del 14% nel 2008 ad una contrazione nell’ordine del –0,2% lo scorso anno. Nei Paesi più virtuosi (ad esempio Polonia, Turchia e Serbia, dove la ripresa dell’attività creditizia riflette principalmente il supporto pubblico alle imprese) la crescita del credito rimane ampiamente in territorio positivo, mentre la stretta creditizia si è manifestata soprattutto nei Paesi più duramente colpiti dalla crisi, come i Paesi baltici e, a partire dalla seconda metà del 2009, anche in Europa sudorientale, in particolare in Romania, Bosnia e Bulgaria. Il segmento del credito alle famiglie è stato quello che ha registrato la contrazione più pesante, soprattutto a causa della scarsa domanda di credito al consumo, mentre la dinamica dei mutui ipotecari è rimasta più stabile, supportata dalla durata media più a lungo termine e da una consistente attività di rinegoziazione. L’attività creditizia alle imprese è stata anch’essa interessata, questo a causa della diminuzione delle attività di investimento e dei flussi di esportazione, con economie più aperte – quali i Paesi dell’Europa centrale e i Baltici – che hanno registrato la contrazione più pesante. Con il placarsi delle turbolenze dei precedenti 18 mesi, nel 2010 le banche in Europa centrorientale stanno beneficiando di una graduale stabilizzazione del quadro macroeconomico, sebbene permangano una serie di fattori di attenzione. La prima metà dell’anno ha evidenziato una qualche normalizzazione nella dinamica delle sofferenze bancarie, rinforzando i segnali che il picco nei problemi di qualità del credito potrebbe essere raggiunto tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2011 (probabilmente con un semestre/anno di ritardo per il Kazakistan e la Lettonia rispetto al resto della regione). Il picco sembra ormai superato nel caso della Turchia, dove la quota dei crediti in sofferenza è diminuita attestandosi intorno al 4,4% a giugno di quest’anno rispetto al 5,2%del dicembre 2009, supportata anche dalla ripresa dell’attività creditizia. Le attese restano ancora incerte per le economie dell’Europa centrorientale, in particolare per la Romania, dove il deterioramento del quadro macroeconomico, a seguito delle misure di austerità introdotte dal governo, potrebbe portare ad un ritardato miglioramento nella qualità del credito.
In generale, fino ad oggi la ripresa economica non è stata supportata dal credito. Tuttavia, negli ultimi mesi l’attività creditizia ha dato segnali di ripresa, con una crescita regionale media nella prima metà del 2010 (rispetto a fine 2009) che si è attestata intorno all’11% (corretta per i movimenti del tasso di cambio). La debolezza della domanda resta la principale causa alla base del rallentamento del credito in numerosi Paesi dell’Europa centrorientale, mentre le banche rimangono generalmente caratterizzate da un eccesso di liquidità. In qualche Paese la crescita del credito si sta riprendendo più rapidamente, come nel caso della Turchia, dove la domanda ha agito da propulsore per la ripresa, e della Croazia e della Serbia, dove l’attività creditizia è sostenuta dal supporto del governo alle imprese. In tutta la regione, il prestito alle imprese è il primo segmento a riprendersi dalla crisi, con una crescita in giugno rispetto alla fine dello scorso anno che si attesta intorno al 13% (aggiustata per il cambio). Il segmento dei prestiti alle famiglie ha dato segni di ripresa solo recentemente, sostenuto da una qualche rivitalizzazione del credito al consumo, sebbene in generale mantenga una dinamica più moderata rispetto ai prestiti alle imprese, con una crescita media nello stesso periodo pari al 10 %.
Il processo di deleveraging ha avuto in gran parte luogo, ma in numerosi Paesi (per esempio Bulgaria, Paesi baltici, Repubblica Ceca, Slovacchia e Paesi dell’ex blocco sovietico) il rapporto tra prestiti e depositi bancari è ancora in graduale discesa nonostante il rallentamento nella dinamica dei depositi. La solida crescita registrata dai depositi bancari durante il 2009 (+10,4% su base annua) ha avuto una battuta d’arresto verso la fine dell’anno e gli inizi del 2010, quando le campagne straordinarie di raccolta dei depositi messe in atto da alcune banche hanno cominciato ad essere abbandonate. Se al culmine della crisi un ribilanciamento tra prestiti e depositi era ritenuto di fondamentale importanza, successivamente le banche hanno gradualmente preso coscienza che la propensione al risparmio di un Paese non può essere modificata nel breve termine, e che la forte concorrenza dal lato della raccolta iniziava a risultare inefficiente e complessivamente dannosa per la propria profittabilità. Complessivamente, dopo alcuni mesi di ulteriore contrazione nel rapporto prestiti su depositi, ci attendiamo un graduale aumento a livello regionale. Tuttavia, in quei Paesi caratterizzati da una più elevata carenza di finanziamenti domestici, come nel caso dei Paesi baltici, la riduzione del rapporto prestiti su depositi bancari potrà protrarsi ancora per qualche tempo.
Complessivamente il 2010 si sta rivelando altrettanto sfidante sul fronte della redditività bancaria, considerato che i minori accantonamenti per i crediti in sofferenza si accompagnano a minori ricavi da intermediazione conseguenti alla ritardata ripresa economica in alcuni Paesi. La ripresa dell’economia è attesa con maggiore vigore nel corso del 2011, sebbene con dinamiche sostanzialmente diverse nei vari Paesi.
Verso un nuovo modello bancario per l’Europa centrale e orientale
In un’ottica di medio e lungo termine, il settore bancario della regione presenta ancora delle opportunità, ma a seguito della crisi una serie di condizioni di mercato si sono modificate. Il completo ripristinarsi dell’operatività richiede tempo e un ribilanciamento del modello bancario. In passato, per finanziare la crescita del credito, soprattutto in valuta estera e nel segmento delle famiglie, le banche si sono concentrate sui vantaggi dei finanziamenti dall’estero a basso costo. Ora emerge il bisogno di un modello più bilanciato, che presti maggiore attenzione alle fonti di finanziamento sul mercato domestico (per quanto la possibilità di accedere ai finanziamenti dall’estero rimane un vantaggio competitivo), con minor focus sui prestiti alle famiglie e in valuta estera, un più forte controllo sui costi e una gestione efficace del più alto costo del rischio rispetto al periodo antecedente la crisi.
Guardando avanti, il potenziale di crescita delle attività bancarie nei Paesi dell’Europa centrorientale continua ad offrire delle opportunità. Tuttavia, una volta superata la crisi, svariate condizioni di mercato risulteranno cambiate.
1. Il ritorno alla piena operatività richiede tempo e un ribilanciamento del modello bancario. Nel breve termine si prevede che la ripresa dell’attività creditizia rimanga tiepida e frammentaria, con la domanda di credito da parte delle famiglie che resterà più debole rispetto a quella delle imprese. In linea con un più basso potenziale di crescita a lungo termine delle economie locali, la crescita dei volumi è prevista in ripresa, sebbene ad un tasso di crescita inferiore rispetto al periodo precrisi, con una dinamica dei prestiti più legata a quella dei depositi e con un costo del rischio Paese più elevato che in passato. Prima della crisi le banche si concentravano sui vantaggi dei finanziamenti dall’estero a basso costo per alimentare l’attività creditizia sul mercato domestico, in particolare nel segmento del credito alle famiglie ed in quello in valuta estera. Andando avanti, il ribilanciamento del modello di crescita richiederà una maggior concentrazione su fonti di finanziamento domestiche e sui settori a più alto valore aggiunto ed un minor focus sul credito alle famiglie e in valuta estera. Allo stesso tempo, l’accesso ai finanziamenti dall’estero continuerà a rappresentare uno dei principali vantaggi competitivi, stante la perdurante dipendenza del settore bancario della regione dai finanziamenti esteri anche nel prossimo futuro.
2. Un più rigido contesto operativo a seguito della crisi potrebbe portare a trasformazioni nel panorama competitivo. La recente crisi finanziaria ha amplificato e accelerato le tendenze di consolidamento degli ultimi anni che hanno contribuito a trasformare il panorama competitivo in tutta la regione. Se da un lato si prevede che le principali banche internazionali presenti nella regione mantengano il loro posizionamento strategico in conseguenza della natura a lungo termine della loro presenza, dall’altro vi è la possibilità che si materializzino alcune opportunità di riposizionamento e nuovi ingressi in specifici mercati, ad esempio in relazione alla messa in vendita di banche da parte di istituti maggiormente colpiti dalla crisi o dalla fuoriuscita di investitori non strategici. In generale, laddove i grandi gruppi bancari dell’Europa occidentale stanno cercando di vendere attività ingombranti, è soprattutto a causa di difficoltà nei mercati domestici. Kbc ha pianificato la vendita di un pacchetto di minoranza di Csob, la sua controllata in Repubblica Ceca, entro fine anno, preparandosi a disporre delle sue attività anche in altri mercati; Nbg, una delle principali banche in Grecia, ha annunciato la vendita di una quota di minoranza della sua controllata in Turchia, Finan sbank As, quale parte del piano di rafforzamento del proprio capitale; e in Polonia, la banca irlandese Aib (Allied Irish Banks) ha di recente annunciato che il Banco Santander si è aggiudicato l’asta per l’acquisto della sua affiliata in Polonia, Bz Wbk. Molte banche stanno cedendo attività bancarie quale prezzo per aver ottenuto aiuti governativi, mentre altre si stanno snellendo di propria iniziativa. Aspettative di profitti più elevati potrebbero incoraggiare le banche che sono uscite vincitrici dalla crisi finanziaria ad accelerare su acquisizioni che sono state tenute in stand-by per qualche tempo. In generale, la possibilità di far leva su una solida base di finanziamento e la disponibilità di capitale, unitamente alla possibilità di beneficiare di un buon accesso ai mercati internazionali e di un modello specializzato di business, e non solo di un buon posizionamento, si configureranno sempre più come i principali fattori di successo..
3. L’inasprimento dei requisiti normativi potrebbe costituire una sfida gravosa per le banche ed agire da freno alla crescita economica. Le banche devono confrontarsi con l’inasprimento dei requisiti di capitale e liquidità conseguenti all’introduzione di Basilea 3. Nei Peco, i requisiti di adeguatezza patrimoniale sono già elevati rispetto agli standard internazionali, ed il livello di capitalizzazione è più che soddisfacente in gran parte dei Paesi, per cui non è auspicabile un ulteriore irrigidimento della normativa, che potrebbe contribuire a ritardare la ripresa del credito. Una criticità rilevante restano invece le nuove direttive proposte in merito ai requisiti di liquidità di lungo termine, data la carenza strutturale di finanziamenti a lungo termine che caratterizza gran parte dei Paesi della regione, particolarmente in valuta locale.
Le banche della regione dovranno confrontarsi anche con una normativa più stringente riguardo alla concessione di prestiti in valuta estera. Durante la crisi questa tipologia di prestiti è diventata una fonte di instabilità in conseguenza dell’aumento dell’onere del debito scaturito dalla svalutazione delle valute locali. Finora solo pochi Paesi nella regione (ad esempio: Ungheria e Turchia) hanno introdotto misure per proibire l’attività creditizia in valuta estera, mentre nel resto della regione, così come a livello europeo, sono ancora in discussione diverse proposte. Anche attraverso il coordinamento del Fmi e la cosiddetta “iniziativa di Vienna”, alcuni Paesi puntano allo sviluppo di soluzioni costruttive per rafforzare i mercati in valuta locale, tenendo conto delle specificità del Paese. Il rischio reale è che, in assenza di un mercato propriamente sviluppato di fondi a lungo termine in valuta locale, una normativa più stringente potrebbe porre un freno alla crescita economica e del credito.
Molti governi hanno anche cominciato a mostrarsi determinati nel voler introdurre una tassa sulle banche per assicurare un’equa redistribuzione del costo della crisi e tenere sotto controllo eventuali rischi sistemici. In Europa l’implementazione di un’imposta sulle banche è al momento in discussione, sia a livello Ue che di singoli Stati. Il 22 luglio scorso il governo ungherese ha votato l’introduzione di una tassa sulle banche, ed il 25 agosto il Consiglio dei ministri tedesco ha acconsentito all’adozione di un’imposta sulle banche. In Svezia un’imposta bancaria esiste dal 2008, mentre l’introduzione di una misura analoga è attualmente in studio nel Regno Unito, Austria e Francia, e oggetto di discussione anche in Polonia, Croazia e Romania. Finora non si è addivenuti ad alcun coordinamento o accordo a livello europeo, poiché le caratteristiche della tassa e l’utilizzo previsto dei proventi differiscono in modo radicale da Paese a Paese. In generale, l’idea di un’imposta o di una tassa sulle banche potrebbe in alcuni Paesi trovare giustificazione nella necessità di recuperare parte delle risorse che i governi hanno stanziato per dare sostegno al settore finanziario durante la crisi, o nel desiderio di costituire fondi dedicati alla prevenzione di crisi future. La giustificazione appare invece meno comprensibile laddove i proventi sono utilizzati per finanziare il disavanzo pubblico. In aggiunta, la mancanza di coordinamento a livello Ue genera il rischio di duplicazioni per le banche internazionali, mentre nel caso in cui l’ammontare della tassa fosse elevato, il rischio sarebbe quello di porre un ulteriore freno alla ripresa economica.
In un contesto caratterizzato da una normativa più rigida, da più bassi tassi di crescita dei volumi bancari e dalla ricomparsa di pressioni competitive, le banche dovranno confrontarsi con una redditività più bassa rispetto ai livelli precrisi, ma, complessivamente, ci si aspetta che il settore bancario della regione rimarrà attrattivo. La normalizzazione dei problemi di qualità del credito porterà in certa misura all’attenuazione delle pressioni sulla redditività delle banche, con il costo del rischio a livello regionale atteso in graduale contrazione, sebbene superiore ai livelli prima della crisi. L’attenzione sul controllo dei costi perdurerà nel medio termine e, per quelle banche che hanno registrato una contrazione dell’attivo di bilancio superiore rispetto ai propri competitor, la capacità di generare profitti dipenderà in larga misura dalla propria capacità di contenere la crescita dei costi. Ancora una volta, quelle banche che intendono cogliere le opportunità derivanti dalla ripresa, dovranno ripartire con adeguati investimenti non appena le condizioni di mercato lo consentiranno.
Complessivamente le evoluzioni attese a livello regionale evidenziano uno scenario marcatamente variegato. La combinazione di attrattività/rischio del mercato rimane chiaramente a favore di Paesi come Russia, Turchia e Romania. Altri Paesi dell’Europa centrale e sudorientale emergono con una buona attrattività e un basso profilo di rischio. La crisi ha impattato più duramente Ucraina, Kazakistan e Paesi baltici, dove emerge in tutta evidenza il bisogno di riequilibrare il modello di crescita.