Classe media russa ed emigrazione

06/12/2011 — Approfondimenti

Lev Gudkov


Negli ultimi mesi in Russia si è molto dibattuto intorno al tema dell’emigrazione. L’argomento è diventato particolarmente scottante dopo l’assegnazione del premio Nobel a due emigrati russi, i fisici Konstantin Novoselov e Andrej Gejm – costretti a lasciare il Paese alcuni anni fa – che ora lavorano in centri di ricerca della Gran Bretagna e dell’Olanda. Agli appelli a tornare entrambi hanno risposto con un secco no. I demografi dicono che nel primo decennio postsovietico dalla Russia era partito poco più di un milione di persone, mentre nel secondo decennio le partenze sono state un milione e 300mila. Giornalisti e politici concentrano l’attenzione sulla fuga di giovani scienziati e ingegneri, russi colti e di talento ritrovatisi in condizioni di indigenza cronica. Gli esperti e i consiglieri ideologici del Cremlino vedono in questo una “fuga di cervelli”, che minaccia di indebolire il potenziale nazionale del Paese e la sua sicurezza. Al contrario, i liberali indicano come cause della tendenza all’emigrazione il clima sfavorevole agli affari, la corruzione, la mancanza di una magistratura indipendente, la censura nei mass media, la mancanza di tutela per la proprietà privata, il racket amministrativo e la pressione esercitata dal regime putiniano sugli imprenditori. Si può dire che sia gli uni che gli altri hanno ragione, ma i loro giudizi si riferiscono a periodi diversi: la “fuga dei cervelli” e l’emigrazione per cause economiche, che raggiunse il picco alla fine degli anni Novanta, si era esaurita già entro il 2007-2008, mentre il desiderio di “fare le valigie” della classe media è diventato percepibile solo nel 2009, e in seguito si è solo rafforzato.
I servizi migrazione russi considerano “emigrati” solo coloro che nella propria domanda di visto per l’espatrio hanno indicato “rinuncia alla cittadinanza russa in seguito al trasferimento in un altro Paese”, o quanti non rientrano dopo un anno di soggiorno all’estero. I demografi sono quindi costretti a valutare le dimensioni dell’emigrazione basandosi prevalentemente sui dati esteri relativi al numero degli “immigrati” provenienti dalla Russia.
Nel corso della sua storia recente la Russia ha conosciuto diverse drammatiche ondate di emigrazione: il primo flusso (1918-1925) si verificò dopo la rivoluzione, la guerra civile, il “terrore rosso” e la sconfitta del “movimento bianco”, e interessò da 2,5 a 3 milioni di persone. Fu la fuga della parte più istruita e colta della società russa di allora: ufficiali, nobili, mercanti, intellettuali, e anche alcuni soldati. L’emigrazione degli anni Quaranta fu causata dalla Seconda guerra mondiale: era costituita da profughi, prigionieri di guerra o civili deportati con la forza in Germania. La terza ondata di emigrazione seguì il fallimento dei tentativi di riforma di Krusciov e la sua caduta, la sconfitta della Primavera di Praga, le repressioni contro i dissidenti e l’inizio della lunga epoca della stagnazione brezneviana. L’espatrio illegale (o il mancato rientro dalle missioni di lavoro all’estero) era equiparato all’alto tradimento e punito crudelmente. Solo a partire dalla metà degli anni Settanta, con l’inizio della politica di distensione, si aprì la via dell’emigrazione per alcuni gruppi etnici (soprattutto per gli ebrei), ma ostacolata da così tanti divieti, confische di beni e limitazioni, che solo una parte di quelli che lo desideravano poté lasciare il Paese. Il palese carattere etnico di questo flusso nascondeva una circostanza importante: non si trattava del fatto che gli ebrei fossero particolarmente pronti a lasciare il Paese del socialismo trionfante. Gli ebrei non erano semplicemente uno dei gruppi etnici più russificati e assimilati, erano anche i più urbanizzati e presentavano i più alti livelli d’istruzione e qualifica professionale. Il capitale sociale e le risorse culturali, la coesione etnica – accresciuta a partire dalla fine degli anni Sessanta dalla pratica dell’antisemitismo di Stato – lo stigma della Shoah, il precoce inserimento nella lotta per i diritti civili: tutto questo insieme stimolava l’emigrazione ebraica. Molti avrebbero voluto partire, ma un accordo sull’accoglienza degli immigrati e l’autorizzazione all’espatrio, ottenuta sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale, furono offerti solo a loro. Quanto più elevato era il livello culturale di una persona, tanto più probabile era che pensasse di lasciare il Paese. L’emigrazione era una delle forme in cui si esprimeva il rifiuto del modo di vivere sovietico.
I primi studi sulle tendenze all’emigrazione della popolazione, condotti dagli specialisti del Centro Levada nel biennio 1989-91, delinearono l’ambiente sociale in cui prendeva forma il desiderio di partire. Secondo queste caratterizzazioni, tale ambiente coincideva in gran parte con quei gruppi che durante la perestroika erano stati i più attivi fautori della democratizzazione della società e i più efficaci oppositori del precedente regime: il desiderio di lasciare il Paese era tanto più evidente, quanto più giovani e colte erano le persone
Nel corso degli anni Novanta, la scelta di lasciare il Paese avveniva in modo estremamente libero. La partenza non era più motivata dalle repressioni politiche, dalla discriminazione, dal pericolo per la vita a causa delle azioni di guerra (esclusa la situazione nel Caucaso e i profughi dalla Cecenia). Ora si emigrava prevalentemente per considerazioni economiche. Queste motivazioni dominarono fino al 2008-2009. E solo negli ultimissimi anni l’emigrazione ha mutato nuovamente carattere.
L’attuale impennata del desiderio di lasciare il Paese non è unica: qualcosa di simile precede e segue immediatamente ogni fase di acuta crisi sociale. Così fu nel 1998-99, quando il 21% degli intervistati dichiarò la propria volontà di andarsene. Ma già nel luglio 2000, dopo l’avvento al potere di Putin e le rinnovate attese liberali di una ripresa delle riforme, i potenziali emigranti diminuirono fino al 5-6%. Nell’autunno del 2008 questo indice salì nuovamente al 16%, e da allora ha continuato a crescere. Oggi il 22% della popolazione adulta manifesta il desiderio di lasciare per sempre il Paese.

Attualmente il desiderio di emigrare è diffuso soprattutto fra gli imprenditori, i professionisti con un’istruzione superiore e i disoccupati. Fra i giovani il desiderio di recarsi all’estero “a studiare” o “a lavorare per qualche tempo” è sempre stato più accentuato che fra gli altri gruppi della popolazione, mentre la volontà di emigrare permanentemente è uguale (e talvolta perfino inferiore) rispetto alla media della popolazione. Il 59% dei giovani intervistati ha pensato di recarsi in Occidente “per qualche tempo, per lavorare”, più o meno la stessa percentuale (48%) ha pensato di andarci “a studiare”, ma solo il 28% si è dichiarato propenso a “lasciare per sempre” il Paese.
Tuttavia, non più dello 0,5% della popolazione ha fatto sforzi concreti per prepararsi alla partenza, a cui va aggiunto un 2% che ci ha “pensato seriamente”. Un altro 4-5% ha raccolto informazioni sul Paese dove vorrebbe recarsi, ha studiato la lingua eccetera, ma per ora non considera l’emigrazione come una soluzione reale dei suoi problemi.
Certo, anche lo 0,5% della popolazione adulta attiva è una massa enorme di persone, equivalente a decine di migliaia di emigranti l’anno, se non di più. L’effetto cumulativo di un simile flusso annuale si risolve in un abbassamento del potenziale morale e intellettuale della società. Come risultato, negli ultimi anni, nelle grandi città europee (Berlino, Londra e altrove) sono sorte “comunità russe” che contano da 250mila a 300mila persone, senza parlare della diaspora russa in Israele, Stati Uniti, Canada o Australia.
Negli anni immediatamente precedenti il crollo del sistema sovietico e immediatamente successivi al disfacimento dell’Urss l’emigrazione aveva un carattere quasi esclusivamente etnico: continuava la partenza dalla Russia degli ebrei, in minor misura dei tedeschi. Ma verso il 2009 gli esperti notarono che tanto la migrazione etnica quanto la “fuga dei cervelli” dalla Russia erano praticamente cessate, sia perché si erano naturalmente esaurite, sia perché la situazione del finanziamento statale delle scienze negli ultimi anni era un po’ migliorata. Tuttavia, inaspettatamente, per molti si rafforzò il desiderio di emigrare fra quelli che avevano tratto vantaggio dai mutamenti avvenuti negli ultimi vent’anni. Questi gruppi della popolazione si possono convenzionalmente definire come la nascente “classe media” russa. Proprio fra i giovani rappresentanti di questo ceto il desiderio di emigrare comincia a farsi particolarmente percettibile.
I recenti studi del Centro Levada ci permettono di esaminare, un po’ più attentamente e nel dettaglio, il gruppo sociale che qui ci interessa, quello cioè dei giovani benestanti, rappresentanti della classe media. Nella maggioranza dei casi, coloro che si possono attribuire alla classe media (persone con un reddito medio di non meno di 2mila euro a Mosca, o di 1500-1000 euro nelle grandi città di provincia con una popolazione di un milione di abitanti; oltre il 90% di loro ha come minimo un’istruzione universitaria) si ritengono pienamente realizzati nella vita e molto soddisfatti di sé, e guardano con tranquillità e sicurezza al proprio futuro. Più o meno il 20% di loro ha un impiego pubblico o lavora in imprese statali, tre quarti sono collaboratori o manager di società private, il 5% sono lavoratori autonomi o freelance. Il 15% degli intervistati è rappresentato da proprietari di imprese.

Più o meno metà di coloro che vorrebbero andare a lavorare all’estero (48%) sono disposti a partire solo a determinate condizioni: solo per lavorare secondo la propria qualifica e con un reddito piuttosto alto; poco meno numerosi (41%) sono quelli che pongono come unica condizione “un alto reddito”. Una piccola parte (8%) è disposta a recarsi all’estero per continuare il proprio lavoro, secondo la propria qualifica, indipendentemente dallo stipendio (si tratta perlopiù di scienziati e specialisti altamente qualificati). A studiare all’estero, ovviamente, vorrebbero andare i più giovani fra gli intervistati. Infine, circa un terzo degli intervistati vorrebbe lasciare la Russia “per sempre”, o perlomeno per un tempo indefinitamente lungo. Fra questi ultimi sono un po’ più numerosi i giovani che non hanno vincoli familiari, e gli abitanti di Mosca, dove è più sviluppata l’infrastruttura di mercato.
Le direzioni dell’emigrazione sono ben note: esclusivamente i Paesi democratici dell’Occidente: la Germania (19%), gli Stati Uniti (15%), la Gran Bretagna (13%), l’Italia o la Francia (8% ciascuna), il Canada (6%), la Svizzera (5%), la Spagna (5%) o l’Australia (4%), la Svezia, la Finlandia e altri Paesi europei (dal 3 al 2%).
Le diverse categorie di intervistati danno motivazioni sostanzialmente diverse per l’espatrio “temporaneo” o “per sempre”. Vorrebbe andare all’estero “a lavorare” per qualche tempo solo un giovane funzionario statale su tre (30%), il 43% dei dipendenti di imprese statali, il 47% di chi lavora in aziende private e il 59% dei freelance e dei liberi professionisti. La distribuzione delle risposte sul desiderio di studiare all’estero è, rispettivamente, il seguente: 25-30% fra chi lavora in organizzazioni statali, 39% fra i dipendenti di aziende private e 41% fra i lavoratori autonomi. Il numero di quanti pensano all’emigrazione vera e propria è molto minore: il 20-25% degli occupati nel settore statale dell’economia, il 32% degli occupati nel settore privato e il 41% dei liberi professionisti.
Quelli che desiderano andare all’estero (a lavorare o per stabilirvisi permanentemente) nella maggioranza dei casi (65-70%) sono già stati molte volte oltre confine, a differenza di quelli che non hanno alcuna intenzione di spostarsi. Quanto più le persone sono state all’estero, tanto più spesso vorrebbero lavorarci o lasciare la Russia per sempre. Tale dipendenza non si osserva rispetto a coloro che vorrebbero proseguire la loro formazione in università o college stranieri. Non solo: il 54% dei potenziali emigranti ha già sviluppato relazioni in altri Paesi, conoscenze sia fra i residenti che fra gli ex compatrioti ormai perfettamente adattatisi alla nuova vita. Essi hanno molto più spesso parenti o conoscenti all’estero, rispetto al gruppo di quanti “non desiderano lasciare la Russia” (51% e 31%). Per fare un confronto: il 73% di quanti non hanno mai pensato all’espatrio non ha tali conoscenze e risorse sociali, il che non sorprende, in quanto la stragrande maggioranza di loro vive in provincia e ha limitate possibilità sia di ricevere informazioni che di stabilire contatti. Quasi la metà di coloro che desiderano andare all’estero, per un periodo o per sempre, ritiene il livello della propria preparazione professionale molto superiore rispetto a quelli che non vogliono spostarsi affatto. Così, fra quanti si dichiarano pronti a emigrare è molto più diffusa la padronanza delle lingue straniere: il 52% di loro parla correntemente l’inglese e il 62% lo legge correntemente (fra quelli che non vogliono partire questi indici costituiscono, rispettivamente, il 30 e 37%). Un altro 10% degli intervistati conosce il tedesco, il 4% il francese e così via. Questi indici di conoscenza delle lingue straniere non sono neppure lontanamente confrontabili con quelli della popolazione russa nel suo complesso.
L’idea di lasciare la Russia sorge solo in chi già possiede la necessaria base di informazioni e una cerchia di relazioni. Parte chi non solo vuole, ma può partire, chi possiede capacità di interazione sociale, qualità e risorse di “sociabilità”, e anche sufficienti mezzi finanziari.
Questa crescita del desiderio di emigrare, fra la classe media, non è legato a uno scontro politico o ideologico con il potere o alla presenza di spiccate idee di opposizione. In questo ambiente il consenso ai partiti del Cremlino è notevolmente inferiore rispetto alla media della popolazione russa, ma i partiti di opposizione riscuotono altrettanta sfiducia. E ciò significa che agli occhi dei rappresentanti di questo ceto non esiste una seria alternativa al regime esistente, il che in sostanza conferisce alle idee sul futuro del Paese dei giovani russi una coloritura di moderato pessimismo.
La maggioranza degli intervistati (56%) ritiene che il sistema politico venutosi a creare in Russia sia destinato a durare per molto tempo e che difficilmente possa cambiare in maniera sostanziale nell’immediato futuro. Circa un terzo dei giovani (32%), in prevalenza abitanti nelle città di provincia, è al contrario incline a ritenere che la situazione attuale sia instabile e possa cambiare sostanzialmente nei prossimi anni. Ma sia fra gli uni che fra gli altri è ampiamente diffusa l’idea che la supposta instabilità nell’immediato futuro sia dovuta alla perdita di efficienza del regime autoritario e all’accumularsi delle conseguenze negative della politica degli attuali padroni del Paese, alla loro incapacità di risolvere i problemi sociali ed economici.
Queste persone sono orientate verso un determinato stile di vita che ritengono assicurato, innanzitutto, dai loro sforzi, dalla loro intelligenza e dall’efficienza del loro lavoro, e non dai favori del governo. A differenza della gran massa della popolazione russa, non si aspettano dal potere né aiuto, né assistenza sociale, né un tenore di vita o un posto di lavoro o un alloggio garantiti, né altri beni distribuiti dall’alto.
Se i giovani di successo e benestanti sono insoddisfatti della situazione nel Paese non è per divergenze ideologiche o politiche con il regime, ma perché comprendono chiaramente in quale vicolo cieco la Russia si sia ritrovata con Putin. Non li preoccupano le circostanze particolari della lotta per il potere o le contraddizioni fra i singoli partiti, bensì il fatto che il modo di vivere che si sono prefissi, modellandolo sugli esempi occidentali, si riveli irrealizzabile nelle condizioni attuali.
Analizzando le intenzioni e le motivazioni che spingono a emigrare è importante mettere in rilievo sia i “fattori di attrazione” (l’attrattiva delle condizioni o dei modelli di vita nei Paesi in cui ci si vorrebbe trasferire), sia i “fattori di repulsione” (le minacce all’esistenza, le paure, la perdita di possibilità assolute o relative nel proprio Paese). Nel nostro caso le forze d’attrazione sono molto più significative delle forze di repulsione.
Al primo posto questi giovani mettono due cose: a) l’alta qualità della vita, per la quale bisogna lavorare molto e costantemente, creativamente; b) le condizioni che la garantiscono (fiducia nel futuro, coscienza che nessuno possa arbitrariamente privarli di quanto raggiunto). In questa idea globale della qualità della vita o in questo immaginario progetto di “vita riuscita” rientrano come componenti essenziali la tutela giuridica, l’inammissibilità dell’arbitrio, regole oneste e chiare di gestione degli affari, l’accessibilità di un’assistenza medica di qualità, l’ecologia, una vecchiaia assicurata, una polizia onesta e così via. Per queste persone sono estremamente importanti condizioni istituzionali che riconoscano i loro sforzi e le loro idee di ordine, compresa la tutela di quanto è stato acquisito o la conservazione dei beni accumulati. Non il denaro in quanto tale, non singoli beni e valori, ma solo tutto questo insieme può costituire una motivazione complessiva per cambiare luogo di residenza e cittadinanza, per rinunciare alla vita in Russia. E ogni anno il divario fra il desiderio e la realtà non fa che accrescersi.
Esprimere nel corso di un sondaggio il desiderio di abbandonare la Russia non significa affatto che questo desiderio sarà mai realizzato. Il 60% di questi intervistati non ha fatto nulla in tale direzione, limitandosi a fantasticare. Solo uno su dieci ha intrapreso dei passi concreti per organizzare il viaggio all’estero. Partendo dall’esperienza di studio delle migrazioni si può dire che queste persone, probabilmente, non se ne andranno mai dalla Russia, salvo che non si verifichi qualche catastrofe sociale. Simili desideri sono importanti per l’autoaffermazione della persona e del suo posto nella vita russa, per marcare un atteggiamento di distanza da quanto sta avvenendo.
Il diffondersi di questo desiderio di espatriare è causato dalla generale incertezza nel Paese e dalla prospettiva che la “stabilità putiniana” possa mantenersi ancora per molti anni. La classe media in Russia è molto sensibile allo scarto fra la retorica della modernizzazione dell’attuale potere e la realtà, teme l’arbitrario aumento delle imposte – che spinge gli affari in una zona grigia di rapporti semicriminali e corrotti – ed è spaventata dall’assenza della giustizia o dai procuratori che proteggono le mafie.
Si tratta della consapevolezza di una cronica vulnerabilità, umiliazione, dipendenza, mancanza di libertà, di un costante pericolo che deriva da un ambiente circostante aggressivo. Questa paura, questo senso di amarezza, si accumulano con gli anni e a un certo momento esplodono.
In sostanza, qui abbiamo a che fare con una sorta di fenomeno di rigetto, per cui le forme più complesse e nuove di organizzazione della vita sociale e della personalità umana sono respinte da quelle che si sono venute a formare in epoca sovietica e che oggi si riproducono con il consueto stile di vita quotidiano e il relativo materiale umano. Le norme e regole di comportamento moderne, europee, si rivelano incompatibili con la cultura della violenza – consueta in Russia – e con la brutalità del potere, con la pazienza e il servilismo. Non si tratta di semplice contrasto con il potere: il problema è più generale e consiste nell’incompatibilità di civiltà fra un individuo già quasi europeo e la società russa, ancora feudale.









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