Nuon Chea, il “fratello numero due” del sanguinario regime degli khmer rossi, alla sbarra nel processo che lo vede coimputato per genocidio e crimini contro l’umanità con altri tre rappresentanti del gruppo che ha sigillato nel terrore la Cambogia dal 1975 al 1979, ha oggi lasciato l’aula durante l’udienza per far ritorno al luogo dove è attualmente detenuto a Phnom Penh.
Il vecchio ideologo dell’organizzazione politica comunista e vice del leader Pol Pot ha dichiarato che si ripresenterà davanti ai giudici nello storico dibattimento patrocinato dalle Nazioni Unite, quando questo lo riguarderà direttamente. Oggi l’attenzione dei magistrati era concentrata sull’ex ministro degli Esteri del regime, Ieng Sary. I quattro imputati hanno ottenuto il dirito a non prendere parte al dibattimento se non vogliono: tuttavia, salvo l’84enne Nuon Chea, gli altri tre – il citato Ieng Sary, l’ex capo di Stato Khieu Samphan e l’ex ministro degli Affari sociali, Ieng Thirith, moglie di Sary e cognata di Pol Pot – hanno assistito tutto il tempo alle prime battute di un processo che, in questa prima settimana, vedrà affrontare solo alcune questioni tecniche preliminari, prima di una pausa di alcune settimane che precederà l’entrata del dibattimento nel merito delle accuse rivolte ai quattro ex esponenti del Partito comunista della Cambogia, poi denominato Partito della Kampuchea democratica.
Il timore di molti analisti ed osservatori è che i quattro alla sbarra non collaboreranno fattivamente con i magistrati, non riconoscendo la legittimità e la fondatezza delle accuse né quella del tribunale chiamato a giudicarli.
Pol Pot e i suoi seguaci salirono al potere nel 1975 con una rivolta di stampo ultramaoista, sostenuta dai cinesi, rovesciando il governo filoccidentale del generale Lon Nol, il quale a sua volta nel 1970, con l’appoggio degli Stati Uniti aveva detronizzato il principe Norodom Sihanouk: dal 1953 la Cambogia era una monarchia costituzionale, dopo essere stata a lungo colonia francese.
Il 17 aprile del 1975 Pol Pot conquista la capitale Phnom Penh e instaura un regime la cui ideologia vorrebbe ispirarsi a una sorta di utopia marxista, rivelandosi ben presto per quel che in realtà era: semplicemente una folle e sanguinaria oppressione dittatoriale. Pol Pot abolisce la religione, l’istruzione scolastica, la circolazione della moneta, svuota le città trasferendo gli abitanti nelle fattorie collettivizzate nelle campagne cambogiane. Perseguita soprattutto tutti coloro che possono essere, anche in senso lato, considerati degli intellettuali.
Un regime, quello degli khmer rossi, che soffoca nel sangue e nella violenza più brutale ogni più minima manifestazione di dissenso. La paranoia del complotto genera continui e ingiustificati sospetti e velenose forme di delazione che conducono alla morte migliaia di innocenti nelle spaventose carceri clandestine, alcune delle quali ora trasformate in musei della memoria, con foto e testimonianze delle torture e delle barbare pratiche subite dagli inermi detenuti, a monito per le generazioni future di un Paese che solo da pochi anni ha iniziato a fare i conti con il suo controverso passato recente.
Le stime parlano di un numero impressionante di morti nei quattro anni della dittatura: quasi 2 milioni sarebbero le vittime delle detenzioni clandestine, delle condizioni al limite della schiavitù nei campi di lavoro agricoli o delle malattie o, ancora, della fame. Si tratta di un quarto circa della popolazione cambogiana di allora.
Il 7 gennaio 1979 i vietnamiti sconfiggono gli khmer rossi, entrano a Phnom Penh e instaurano un governo, sempre comunista, formato in gran parte da khmer rossi che però avevano precedentemente rotto con il regime di Pol Pot.
Gli esponenti della dittatura, cacciati dal potere, si rifugiarono nel Nord e nell’Ovest del Paese, sostenuti militarmente da Pechino e politicamente da Usa e alleati degli americani.
Il movimento si scioglie praticamente a metà degli anni Novanta e quando nel 1998 Pol Pot muore, non avrà scontato neppure un giorno di carcere per gli efferati crimini da lui personalmente commessi o di cui era stato il mandante morale o materiale.