La segretaria di Stato Usa, Hillary Clinton, in visita ufficiale in Birmania, la prima di una personalità politica di così alto rango nel Paese asiatico dalla presa del potere da parte dei militari, risalente al 1962, ha offerto il primo pacchetto di sostegni al governo che sta intraprendendo un arduo cammino di riforme.
La Clinton ha assicurato che Washington non ostacolerà più la cooperazione fra la Birmania e il Fondo monetario internazionale, mentre appoggerà l'aumento dei programmi sanitari, di lotta contro il traffico di stupefacenti e di microcredito lanciati dalle Nazioni Unite.
Naturalmente il capo della diplomazia americana ha precisato che il sostegno degli Stati Uniti potrà ulteriormente tradursi in misure ancor più importanti qualora il governo birmano non faccia passi indietro rispetto alla via delle riforme, che pur apprezzate dalla comunità internazionale, non sono ancora sufficienti.
La Clinton ha detto che i rapporti diplomatici fra i due Paesi potrebbero distendersi al punto di far tornare in Birmania un ambasciatore americano, dopo più di due decenni, ma prima devono essere rimessi in libertà i prigionieri politici – si calcola che ve ne siano più di un migliaio rinchiusi nelle carceri birmane – e inoltre devono essere interrotti del tutto i rapporti di interscambio militare con la Corea del Nord, in rispetto delle sanzioni decretate dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
La segretaria di Stato Usa ha anche chiesto al presidente birmano Thein Sein che cessino le violenze contro le minoranze etniche e che venga permesso a operatori umanitari e giornalisti di entrare nelle zone di conflitto.
In risposta alle promesse di sostegno e cooperazione espresse dalla Clinton, anche a nome del presidente Obama, e alle sollecitazioni a proseguire senza indugi nel cammino riformatore, il capo di Stato birmano, Thein Sein, ha affermato, salutando con favore le parole della sua ospite, che la visita della segretaria di Stato Usa rappresenta un momento storico che migliorerà i rapporti fra i due Paesi.
Il presidente birmano ha rassicurato la Clinton di avere tutte le intenzioni di andare avanti con il processo di riforme nel Paese e di voler rispettare le risoluzioni adottate dall'Onu nei confronti della Corea del Nord, per il suo programma nucleare.
In particolare Washington considera illeciti i contatti birmani con Pyonyang, segnatamente per quanto riguarda lo scambio di tecnologie missilistiche.
Thein Sein, ex generale, avrebbe anche chiesto il sostegno americano nel difficile processo di transizione che il suo Paese sta affrontando per giungere a una forma di governo totalmente civile, dopo decenni di potere in mano esclusivamente a una giunta militare.
La Clinton ha comunque precisato che il cammino è ancora lungo prima di poter considerare la possibilità di sospendere le sanzioni economiche che gravano su uno dei Paesi più poveri del mondo.
Dopo il vertice con le autorità birmane, Hillary Clinton si è recata nella ex capitale del Paese, Rangoon, per incontrare la leader dell'opposizione democratica, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che ha a sua volta dichiarato di appoggiare l'iniziativa americana di sostegno al processo riformatore intrapreso dal governo formatosi dopo le elezioni del novembre 2010, vinte da una formazione politica gradita ai militari fino ad allora al potere.
La Suu Kyi chiede agli Usa di non abbassare la guardia e di vigilare affinché non si compiano passi indietro verso la piena democratizzazione del Paese, per cui la leader politica si dimostra fiduciosa. Ma, aggiunge, gli Stati Uniti devono continuare a fare pressioni sul governo birmano perché adotti quanto prima ulteriori riforme.
Proprio ieri il premio Nobel aveva annunciato l'intenzione di candidarsi alle elezioni straordinarie, previste per l'assegnazione di 48 seggi parlamentari, la cui data, però, non è ancora stata fissata ufficialmente.
Il partito della Suu Kyi aveva boicottato il risultato delle ultime elezioni, e la sua candidatura è il frutto di una riforma di recente adozione che modifica una normativa che viceversa le vietava di prendere parte alle consultazioni elettorali.