Sono 651 i prigionieri politici amnistiati in Birmania che hanno lasciato oggi il carcere, nell'ambito del processo di riconciliazione nazionale che il nuovo governo sta portando avanti per far uscire il Paese dall'isolamento internazionale in cui era piombato nei decenni di dittatura militare. L'esecutivo civile attuale, guidato dall'ex generale Thein Sein, formatosi dopo la vittoria alle elezioni del novembre 2010, è comunque spalleggiato dai militari, ma sta mostrando la concreta volontà di aprire la Birmania a una serie di riforme che possano condurre al più presto all'uscita dall'embargo che ha condannato il Paese a una gravissima crisi economica.
Già nello scorso ottobre erano stati rimessi in libertà 230 prigionieri politici ed Europa e Stai Uniti avevano esortato le autorità birmane a proseguire sulla strada della riconciliazione, pena il perdurare delle pesanti sanzioni internazionali.
Tra gli amnistiati oggi si trovano Sai Nyunt Lwin, eminente rappresentante della minoranza etnica degli shan, che ha scontato 7 degli 85 anni previsti dalla sentenza di condanna, e alcuni membri del movimento Studenti della generazione 88, che animarono le proteste contro la giunta al potere nel 1988, in cui si contarono migliaia di morti.
Fra gli altri sono stati oggetto del perdono governativo alcuni monaci buddisti che nel 2007 organizzarono la cosiddetta Rivoluzione zafferano (dal colore delle tonache dei religiosi).
Nel novembre 2010 furono revocati gli arresti domiciliari anche alla leader dell'opposizione birmana e Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, che ha salutato con favore insieme ai rappresentanti del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, questa ennesima apertura del governo. La Lady, come viene chiamata la Suu Kyi dai suoi sostenitori, ha confermato che parteciperà con il suo movimento alle elezioni parlamentari parziali che si dovrebbero tenere il primo aprile prossimo. Il numero dei seggi in palio, 48, non è sufficiente comunque ad impensierire la formazione dell'attuale presidente, che resterà comunque saldamente al comando, controllando l'assemblea forte di un'ampia maggioranza.