La crisi che tra aprile e maggio ha trasformato il centro di Bangkok in un campo di battaglia non è stata avara di immagini fotogra?camente memorabili.
Non solo per il rosso squillante delle camicie dei dimostranti, ma soprattutto per quello del sangue versato. Prima, simbolicamente, davanti agli uf?ci del primo ministro, quando centinaia di manifestanti si sono sottoposti ad altrettanti prelievi per poter mettere in scena la propria singolare protesta. E quindi, in maniera assai più drammatica, nelle strade della capitale, nel corso di una settimana di combattimenti tra esercito e civili pressoché disarmati. In un caso e nell’altro si è trattato di immagini a dir poco stridenti con quelle che siamo abituati ad associare a Bangkok, la solare e sensuale capitale del Paese che ?no a un paio di mesi fa tutti chiamavano Land of Smiles. Come se non bastasse, a questo sinistro campionario di scatti si sono rapidamente aggiunte anche le fotogra?e delle colonne di fumo nero incorniciate dai pro?li dei grattacieli di banche e multinazionali. Non esattamente il biglietto da visita ideale per gli investitori stranieri. In mezzo a un tale dispiegamento di simboli e colori, una delle scene più signi?cative si è svolta davanti al Central World, lo scon?nato centro commerciale situato nel cuore della zona occupata dai manifestanti in camicia rossa, allorché il 19 maggio i leader dell’opposizione hanno annunciato la propria resa e una parte dei manifestanti ha dato alle ?amme l’edi?cio, simbolo perfetto di quella Thailandia ricca, urbana e so?sticata a cui le camicie rosse sentono di non appartenere. A rendere ancora più suggestiva la scena si aggiungeva un elemento, decisamente meno vistoso delle taniche di benzina e delle bombole del gas lanciate nelle ?amme, ma forse ancora più signi?cativo. La distruzione del centro commerciale è avvenuta davanti a una telecamera a circuito chiuso che, alcuni giorni prima della resa dei conti tra esercito e dimostranti, era stata neutralizzata. Chi aveva deciso di oscurare quell’occhio indiscreto però non si era neppure sognato di danneggiarlo, preferendo avvolgerci intorno un sacco di juta. Così che che la polizia non potesse osservare la vita all’interno dell’accampamento, ma la telecamera potesse tornare a funzionare regolarmente a occupazione ?nita. Capir e cosa abbia trasformato un movimento che è passato dall’avere tanto senso civico a voler radere al suolo un pezzo impor tante della città, non è solo inter essante. Ma può aiutarci a capire che cosa attende, nei prossimi mesi, la seconda economia più grande del Sudest asiatico.
La prima parola che viene alla mente per spiegare il ?agello abbattutosi sul centro di Bangkok è “frustrazione”. Quella di un movimento che da mesi si sente defraudato di ciò che gli spetta di diritto: avere voce in capitolo nella scelta dei propri governanti e giocare un ruolo diverso da quello dello spettatore nella vita politica di Bangkok. Di qui la decisione di barricarsi nel centro della città, quasi che la presenza ?sica dei manifestanti vicino ai palazzi del potere potesse dar loro quella rappresentatività politica che il colpo di Stato del 2007 e i cambi di alleanze del 2009 gli avevano ripetutamente negato. Arrivando nel centro della capitale thailandese nei giorni precedenti al blitz dell’esercito, erano proprio le barricate erette intorno all’accampamento dei “rossi” a colpire per prime l’immaginazione: un insieme di pali di bambù, blocchi di cemento e pneumatici che, messi insieme, creavano delle forti?cazioni a metà strada tra il medioevale e il postindustriale. Osservandole da lontano, sullo sfondo dei grattacieli degli hotel di lusso disseminati dentro e intorno al quartiere di Ratchaprasong, era dif?cile immaginare qualcosa di più incongruo in una delle capitali mondiali del turismo. I giorni successivi giornalisti e fotogra? avrebbero documentato una realtà ben più violenta: il sibilo dei proiettili ad alta velocità sparati dai cecchini, gli M16 dell’esercito puntati su ragazzi armati di ?onde e i tank in movimento sulle stesse strade battute ?no a pochi giorni prima dalle limousine in arrivo e in partenza dal Four Seasons. L’inizio della ?ne del dialogo tra governo e opposizione risale alla sera di giovedì 13 maggio quando Seh Daeng, il comandante militare delle camicie rosse, è stato colpito da un proiettile alla testa mentre rilasciava un’intervista all’interno della zona rossa. Decapitare il servizio di sicurezza dei manifestanti serviva a lanciare un messaggio (“stiamo facendo sul serio”) e preparare il campo a una possibile resa dei conti militare. Quello che sarebbe accaduto nei giorni successivi avrebbe portato lentamente, ma in maniera inesorabile, verso il blitz di mercoledì 19.

Chi scrive ha osservato il confronto tra governo e opposizione dalla parte (in senso ?sico) dei manifestanti. Sia quelli paci?ci, che hanno trascorso intere settimane a cucinare, mangiare e cantare sotto le tende dell’accampamento di Ratchaprasong, che quelli più duri, schierati a piccoli gruppi in alcuni snodi stradali della città per tenere in scacco l’esercito. Il più caldo era su Rama IV, una delle grandi arterie di Bangkok che normalmente somiglia a un formicaio di macchine e che in quei giorni era completamente deserta, se non per l’occasionale motorino che tentava di portare in ospedale il ferito di turno. È passando alcune ore con un gruppetto di giovani armati di bottiglie incendiarie, nascosti un vicolo, che ho potuto osservare l’ala dura dei manifestanti: ragazzi ideologicamente primitivi e pronti a rischiare la propria vita per “la democrazia” e per costringere alle dimissioni il governo del primo ministro Abhisit Vejjajiva. Disposti a correre il rischio di una pallottola in pieno volto, come è accaduto a più di uno di loro, per incendiare pneumatici in mezzo a una strada. Scene che avrei visto ripetersi il giorno successivo in un altro vicolo di Rama IV, protagonista questa volta un gruppo assai più ristretto di manifestanti, talmente vicini alle linee dell’esercito e talmente ubriachi da attirare intorno a loro come avvoltoi una mezza dozzina di fotogra? in cerca dell’immagine de?nitiva della crisi. È ascoltando le urla e le risa sconnesse di questi ragazzi armati soltanto di ?onde e petardi che mi è venuta alla mente la seconda parola chiave di questa crisi: “disperazione”. La disperazione di chi, durante gli anni di governo dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, ha visto per la prima volta entrare nell’equazione della politica thailandese le masse contadine del Nord e del Nordest, grazie a quel misto di politiche sociali e populismo chiamato Thaksinomics. E che dopo alcuni anni di sanità gratuita o quasi, di strade e di programmi di sviluppo rivolti alle regioni meno ricche del Paese (il vero serbatoio di voti di Thaksin) ha visto tornare al potere le vecchie élite che per decenni non hanno saputo e voluto guardare al di là dei con?ni di Bangkok.
La crescente disperazione dei dimostranti, esempli?cata da quei ragazzi malfermi sulle gambe a poche decine di metri dai fucili dell’esercito, sarebbe venuta a galla la sera successiva quando, facendo visita all’accampamento delle camicie rosse, avrei visto per la prima volta dei giovani armati tra le loro ?la. Uno spettacolo insolito, nonostante il caos e la violenza di quei giorni, perché per settimane il movimento delle camicie rosse ha cercato di sottolineare l’aspetto non violento della propria lotta, avendo cura di spostare le poche armi a disposizione da una parte all’altra del perimetro dell’accampamento in maniera discreta, solitamente all’interno di sacchi neri. Sono bastati pochi secondi in compagnia di un gruppo in partenza su dei motorini, con in mano due fucili d’assalto, per convincere il servizio di sicurezza dei rossi ad allontanarmi senza troppe cerimonie verso una zona frequentata da manifestanti più tranquilli. La conferma del progressivo deteriorarsi della situazione l’avrei avuta pochi minuti dopo mentre, a bordo di un motorino, cercavo di andare nella stessa direzione in cui avevo visto muoversi i manifestanti armati. Un tentativo, il mio, fallito all’imbocco di una delle stradine che consentivano l’ingresso e l’uscita dalla zona rossa, quando i colpi di un cecchino hanno costretto me e i manifestanti di guardia che erano il vero bersaglio dell’attacco a nasconderci dietro a un muro. Non sarebbe stato che l’inizio della notte più confusa, pericolosa e indecifrabile del confronto tra esercito e dimostranti, con il centro della città, un’area ben più vasta di quella occupata dalle camicie rosse, di fatto paralizzato per paura dei cecchini appostati sui palazzi circostanti. Una notte in cui, dopo tre diversi tentativi falliti di fare ritorno al mio hotel, prima a piedi, poi in moto e quindi in taxi, mi sono rassegnato a passare in un altro albergo, in un zona relativamente più tranquilla della città dalla quale sarei riuscito a uscire solo il giorno successivo. I due giorni seguenti sarebbero stati quelle delle trattative, degli ultimatum e dei tentativi falliti di trovare una soluzione politica alla crisi che non affossasse la credibilità del governo e non offrisse al resto del mondo le immagini di una strage nel centro della capitale. Tutto inutile, o quasi. In parte per la volontà dell’esecutivo di non cedere su tutta la linea alle richieste dei manifestanti e in parte per l’incapacità delle stesse camicie rosse, divise tra loro in fazioni, di mettere insieme una piattaforma unica da cui par tire per una trattativa.

I due giorni inconcludenti di negoziato avrebbero però segnato il de?nitivo spostamento della bilancia dalla parte del governo. Da una parte, ai margini della zona rossa si sarebbe continuato a combattere facendo salire poco alla volta il conto dei morti e dei feriti, accrescendo la s?ducia dei manifestanti paci?ci; dall’altra, il lento esodo di questi ultimi dal centro cittadino verso i propri villaggi avrebbe reso poco alla volta meno catastro?ca l’ipotesi di un blitz militare. La terza parola che aiuta a capire l’epilogo della crisi è quindi “logoramento”. Dopo otto settimane di occupazione il numero dei manifestanti asserragliati a Ratchaprasong si è prima dimezzato e poi ridotto a meno di un quinto di quello originale. Meno donne, meno bambini, meno famiglie e centinaia di metri di strade ormai sgombre che l’esercito avrebbe potuto conquistare, senza sparare un colpo o quasi, per avvicinarsi al vero centro geogra?co della protesta. Ed è ciò che è accaduto all’alba di mercoledì 19 maggio, quando i tank hanno iniziato a muoversi e i dimostranti più irriducibili a rinculare verso la zona occupata dal palco e dai loro compagni disarmati. A quel punto due decisioni delle camicie rosse hanno impedito una strage: il servizio di sicurezza, anziché combattere ?n dentro l’accampamento, ha iniziato ad attaccare gli edi?ci anziché i soldati; mentre la leadership politica ha annunciato la resa, mettendo in fuga i dimostranti paci?ci. Quello che sarebbe accaduto nelle ore successive avrebbe ulteriormente danneggiato l’immagine del Paese, con i roghi sparsi per il centro cittadino e l’inutile caccia all’uomo dell’esercito. Ma lo scenario più drammatico, quello di una car ne? cina di civili, era stato scongiurato. Quel che è rimasto nel centro di Bangkok non è che uno degli edi? ci simbolo della città in rovina e quella relativa pace sociale, che negli ultimi decenni ha fatto da sfondo a uno dei grandi miracoli economici del Sudest asiatico, minata da giorni di violenze. Il Paese che esce dal confronto è diviso come non mai. Tra governo e opposizione, centro e periferia, élite di Bangkok (militari, reali, politiche, giudiziarie e burocratiche) e masse contadine. Con i primi a detenere saldamente il vero potere politico e i secondi quello più puramente demogra?co e quindi elettorale. Dopo quello che è successo non ci saranno elezioni prima del prossimo anno, ma a quel punto è possibile che ancora una volta – succede ormai da quasi un decennio – a vincere saranno gli eredi politici di Thaksin, l’ex leader in esilio venerato da buona parte delle camicie rosse e detestato dall’attuale governo. Se sarà la via d’uscita dalla crisi o il semplice riproporsi delle contrapposizioni dei mesi passati dipenderà in larga misura dalla volontà delle élite di Bangkok di accettar e il fatto che il voto di un contadino della provincia di Udon Thani vale quanto quello di un alto magistrato di Bangkok. Altrimenti il par tito dei frustrati, dei disperati e dei logorati dai colpi bassi della politica potrebbe marciare ancora una volta dalle campagne verso la città.


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