Dalla Tunisia è partita l'onda democratica chesta travolgendo il mondo arabo, a comincoare dai Paesi limitrofi e con esiti differenti. Se al Cairo come a Tunisi i regimi che parevano inamovibili e insostituibili sono stati viceversa rovesciati e i leader Ben Ali e Mubarak estromessi dal potere, gli sviluppi delle rivoluzioni sono differenti, perché differenti sono le condizioni di ciascun Paese e il loro ruolo sullo scenario internazionale e all'interno dell'area mediterranea.
In altri Paesi del mondo arabo attraversati da ondate di protesta, in cui il popolo chiede a gran voce riforme che portino verso livelli accettabili di democrazia, i leader resistono, taluni apprendo più aperti a concessioni, altri decisi a soffocare nel sangue le rivolte, affossando nel baratro della guerra civile ogni speranza di cambiamento, come sta avvenendo in Libia, drammatico teatro di uno scontro frontale, senza esclusione di colpi, i cui esiti appaiono ancora incertissimi e comunque assai preoccupanti.
Di seguito pubblichiamo un dosssier a cura dello European Council of Foreign Relations sulla Tunisia, un Paese in cui la svolta è avvenuta in maniera relativamente pacifica, almeno se confrontata con le sollevazioni delle altre nazioni vicine (ma anche rispetto alle repressioni cui si è assistito e tuttora si assiste in Medio Oriente, come ad esempio in Bahrein o in Yemen), ma dove le sfide per il consolidamento di riforme democratiche appaiono ancora impegnative. Se il successo arriderà al nuovo corso politico tunisino, ciò potrebbe rappresentare un esempio e uno stimolo efficace per i popoli che, proprio a seguito della rivoluzione dei gelsomini, hanno trovato la forza e il coraggio di tentare di spezzare il giogo che li lega a regimi che non hanno saputo ascoltare e interpretare i bisogni della propria gente e che ora vedono sfaldarsi inesorabilmente quel passivo consenso popolare su cui hanno basato il loro potere per anni.