“Carissima Mamma, sono venuto a sapere della tua morte nell’inverno del 1944. Sono arrivato a Berdyciv, sono entrato nella casa dove avevi vissuto con zia Anjuta, zio David e Natasha e ho capito che eri morta. Eppure già dal settembre 1941 sentivo nel mio cuore che te ne eri andata. Mentre ero al fronte, una volta ho fatto un sogno: entravo in una stanza, che sapevo essere tua, e vedevo una poltrona vuota; seppi all’istante che vi avevi dormito. Tolsi dalla poltrona lo scialle con cui eri solita coprirti le gambe. Sono stato a lungo a osservare la poltrona vuota e quando mi sono svegliato sapevo che eri morta. Non conoscevo la terribile morte che avevi patito. Ne venni a conoscenza solo dopo essere arrivato a Berdyciv e dopo aver chiesto a quelli che sapevano del massacro avvenuto il 15 settembre 1941”.

Con questa toccante lettera, scritta il 15 settembre 1950 e indirizzata a sua madre, come se fosse ancora in vita, Vasilij Grossman – autore di Vita e Destino, il più importante romanzo della letteratura sovietica – riesce per la prima volta, dalla fine della guerra (da lui vissuta sul campo come corrispondente del giornale dell’Armata Rossa, Krasnaja Zvezda), a elaborare il lutto per la perdita della madre e a fare i conti con le sue radici ebraiche.
Se in passato, quando era studente a Mosca, aveva snobbato Berdyciv definendola in una missiva al padre del 1925 “città schifosa e marcia”, rammaricandosi che la madre (i genitori di Grossman erano separati) fosse ancora costretta a vivere in “quel posto tremendo”, dall’inverno del ‘44 inizia nello scrittore un profondo processo di riflessione interiore che lo porterà a considerare Berdyciv il simbolo non solo della sua tragedia familiare, ma del più generale dramma degli ebrei sovietici. “La Shoah – scrivono John e Carol Garrard ne Le ossa di Berdyciv , la più completa biografia dello scrittore – lo avrebbe costretto a riconsiderare la sua appartenenza ebraica e a interrogarsi su come avrebbe dovuto rispondere all’omicidio di sua madre e al massacro di tutti gli ebrei ucraini”. “Il posto è completamente ebraico. Ci sono ebrei dappertutto”: così annotava nel suo memoriale lo scrittore francese Honoré de Balzac nel 1850. All’autore della Commedia umana, acuto osservatore e instancabile viaggiatore – giunto a Berdyciv per convolare a nozze nella chiesa di Santa Barbara con l’altezzosa contessa polacca Evelina Hanksa di Zytomyr, conosciuta qualche tempo prima in Svizzera – non era sfuggita la singolare specificità di questo centro dell’allora Volinia. Città di medie dimensioni, Berdyciv, che secondo un censimento di qualche anno più tardi (1861) vantava la seconda comunità ebraica di tutto l’impero zarista dopo Odessa, poteva essere considerata a tutti gli effetti la capitale dell’ebraismo russo. Ebreo era l’80% della sua popolazione e inoltre era l’unica città ucraina in cui i dibattimenti processuali nelle aule dei tribunali si tenevano in yiddish.
Proprio a quel periodo, in cui agli ebrei fu concesso dallo zar riformatore Alessandro II (1856-1881) di partecipare su basi più egalitarie alla vita del Paese, muovendosi al di fuori delle “Zone di residenza obbligata” istituite dall’imperatrice Caterina nel 1791, risalgono le discrete fortune economiche dei nonni materni e paterni di Grossman.
Pur non essendo al livello dei leggendari Brodskij, i magnati dello zucchero che avevano fatto costruire a Kiev meravigliose sinagoghe e l’enorme mercato coperto Bessarabka, i Grossman – mercanti della seconda gilda originari di Reni (oggi in Moldova) – e i Vitis – commercianti emigrati generazioni prima a Odessa dalla Lituania – erano sicuramente famiglie benestanti.
Fu lo stesso Grossman a confidare alla figlia Katja: “Noi non eravamo come i poveri ebrei dello shtetl descritti da Shalom Aleichem; il tipo di gente che viveva in catapecchie e dormiva fianco a fianco sul pavimento, pigiati come sardine. No, la nostra famiglia ha un retroterra ebraico molto diverso. Quello che possedeva carrozze e cavalli, le cui donne indossavano diamanti e i cui figli venivano mandati a studiare all’estero”.

Berdyciv oggi

Sarà forse per il bianco immacolato della sua facciata o per la luminosità dell’enorme vetrata dell’ingresso, ma l’autostazione di Berdyciv, che odora ancora di fresco, riesce subito a farti dimenticare i 50 chilometri percorsi quasi a passo d’uomo dentro un vecchio e maleodorante pullman sovietico diretto a Vynnycja. Lasciando alle spalle Zytomyr e proseguendo in linea retta verso la città natale di Grossman, le foreste di betulle della Polissja – regione ricca di fiumi e boschi, tra le più suggestive d’Ucraina – hanno ceduto lentamente il passo ad ampie distese pianeggianti.
Oltre Berdyciv iniziano infatti le pianure coltivate della Podjllia. Al verde e all’argento della Polissja si sostituiscono gli azzurri luminosi del cielo e il giallo oro dei campi di grano, colori della bandiera ucraina.
Osservando il moderno edificio dell’ autovoksal viene da pensare a come potrebbe diventare l’Ucraina se si liberasse definitivamente delle rapaci oligarchie dell’Est, tornate in auge con l’elezione del presidente filorusso Yanukovych, e intraprendesse quel processo di riforme politiche ed economiche promesso, ma non realizzato, dagli “arancioni”. L’immagine dell’adiacente stazione ferroviaria – palazzo costruttivista dai toni bianco e ocra un po’ scrostati, sulla cui sommità svetta l’immancabile stella del Sol dell’Avvenire – testimonia in maniera tangibile un’eredità sovietica che grava tuttora come un macigno, non solo iconografico, su un Paese a metà del guado.

Berdyciv non per scherzo, ma sul serio

Donne che vendono funghi e frutta ai margini della strada, cani randagi, enormi botti di kvas e poi ancora – proseguendo lungo via Karalipnika, l’arteria che collega la stazione al centro cittadino – palazzine brezneviane e un opificio d’epoca sovietica la cui insegna recita: “Progresso – Fabbrica meccanica di Berdyciv”. Si fatica a credere che, meno di un secolo fa, la città sonnolenta di 90mila anime che osservo dal finestrino della marshrutka, fosse uno dei più importanti centri della cultura chassidica dell’Europa orientale. I monumenti e le costruzioni in stile socialista che si incontrano prima di arrivare a Maidan Soborny, dove l’arredo urbano muta profondamente, la fanno piuttosto assomigliare alla cittadina sovietica descritta nel 1929 da un Grossman ancora abbagliato dalla propaganda bolscevica. In Berdyciv non per scherzo, ma sul serio, scritto giovanile pubblicato sul settimanale Ogonek, l’autore – che nel suo testamento spirituale, Tutto scorre, denuncerà il vero ruolo di Lenin e il suo spregio della libertà nella costruzione del mondo sovietico – difende il contributo della comunità ebraica alla vittoria comunista nella guerra civile e parla della sua città natale come di un vitale centro commerciale, non per via degli ebrei, ma perché situata in mezzo a due fiumi e lungo importanti vie di comunicazione.

Un monastero simile a una fortezza

Le cupole azzurre e verdi della chiesa ortodossa di San Nicolai e l’elegante edificio in stile liberty che fanno bella mostra di sé in Maidan Soborny, offrono un’immagine assai più suggestiva della città. Anche qui a Berdyciv, come in molti centri dell’Ucraina occidentale, colpisce la dicotomia tra le grigie periferie sovietiche e gli eleganti nuclei storici d’epoca polacco-lituana o austroungarica. L’imponente monastero carmelitano che si scorge all’orizzonte, allontanandosi da Maidan Soborny, proseguendo in direzione nordovest oltre il parco Shevchenko, è disegnato secondo gli stilemi del più classico barocco polacco. Uno stile che ricorda da vicino le splendide chiese delle “città vecchie” di Cracovia e Vilnius. Costruito nel 1627 da un gruppo di monaci carmelitani, in virtù delle mura e delle torri difensive simili a quelle di una fortezza, l’edificio è rimasto pressoché intatto nonostante le turbolente vicende che hanno interessato la città nel corso dei secoli.
All’interno di questo monastero il 23 novembre 1857, con una cerimonia privata, un frate carmelitano tenne a battesimo il primo ed unico figlio di Apollo Korzeniowski, scrittore, traduttore e fervente patriota polacco, e di Eva Bobrowska: quel Teodor Jozef Konrad Korzeniowski che romanzerà, in libri di straordinario successo, una vita errabonda tra i mari di mezzo mondo, con lo pseudonimo di Joseph Conrad.

15 settembre 1941

“Il nostro pullman si diresse alla volta del convento carmelitano, che però trovammo circondato da impalcature e dunque non potemmo entrarvi. Sappiamo dai documenti che esso dispone di una cantina di pietra in grado di accogliere centinaia di persone senza vie di fuga né finestre. Si tratta del luogo dove 400 professionisti ebrei e le loro famiglie vennero tenuti per essere sfruttati dai tedeschi […]”. (John e Carrol Garrard)
In una calda e afosa giornata del maggio 1994 John Garrard, professore di letteratura russa all’Università dell’Arizona, e sua moglie Carrol, assieme a una comitiva di ebrei americani, visitano i luoghi in cui 53 anni prima, nel corso della famigerata Operazione Barbarossa (22 giugno – 30 settembre 1941) si era consumato il massacro di 39mila ebrei. Preziosa è la testimonianza di Naum Epelfeld, uno dei pochi superstiti di questa immane tragedia di cui fu vittima anche Ekaterina Savel’evna, la madre di Vasilij Grossman, “donna affascinante e intelligente con un raffinato senso dell’umorismo” (così la ricorda Esfira Markovna Blank, sua allieva di francese all’inizio degli anni Trenta). Epelfeld, all’epoca adolescente, racconta del rastrellamento del ghetto Jatki avvenuto alle prime luci dell’alba del 15 settembre 1941, compiuto dai nazisti con la complicità della polizei ucraina.
Al rastrellamento seguirono immediatamente le fucilazioni: il massacro di quasi 20mila persone fu portato a termine in meno di due giorni. Il monumento eretto nel 1987, quando si tenne la prima cerimonia pubblica in onore delle vittime, non contiene un solo riferimento al fatto che a essere uccisi e gettati nelle fosse erano stati cittadini ebrei.

Un cimitero spettrale

Lasciato il monastero carmelitano, fermo un tassista e mi faccio accompagnare al cimitero ebraico che sorge nell’immediata periferia della città, sulla strada per Zytomyr. Le tombe più antiche – ancora oggi come ai tempi della visita dei coniugi Garrard – giacciono abbandonate come rovine di una civiltà perduta. L’atmosfera è decisamente spettrale: il camposanto è immerso in una folta vegetazione che ricopre gran parte delle lapidi su cui volteggiano sinistri corvi neri. In prossimità del mausoleo dedicato a Rabbi Levi Yitzchok, uno dei leader chassidici più importanti dell’Europa orientale di metà Settecento, vengo quasi assalito da un gruppo di mendicanti ebrei, tre uomini e tre donne, che chiedono l’elemosina. Allungo loro qualche hrivna, poi un rabbino che parla russo mi conduce all’interno del mausoleo. All’uscita, sono le cinque di pomeriggio, il sole picchia ancora forte. I corvi continuano a volare cupi sulle tombe.

IN UCRAINA, IMMAGINI PER UN DIARIO
OMNIA COMUNICAZIONE EDITORE

Il libro fotografico In Ucraina, immagini per un diario, realizzato dal giornalista freelance Massimiliano Di Pasquale, nasce dalla volontà di documentare il lavoro fotogiornalistico svolto dall’autore in Ucraina dal 2004 al 2010. Il volume, che contiene un’introduzione storica di Oxana Pachlovska, docente di Ucrainistica alla Sapienza di Roma, racconta attraverso scatti interessanti e garbati un Paese multiculturale, complesso e stratificato. Protagonisti del libro, diviso in tre sezioni (paesaggi, strutture e gente), sono soprattutto gli ucraini di oggi, ritratti con naturalezza e rispetto. Donne anziane che sbarcano il lunario vendendo fiori nei mercati, uomini dal volto segnato da anni di sofferenze, pope ortodossi nei loro monasteri dorati, giovani ragazze che affollano le spiagge del Mar Nero. La sensazione, osserva acutamente Pachlovska, è che queste fotografie sappiano restituirci “un palinsesto virtuale pieno di promesse” allontanando “lo strato plumbeo delle immagini del regime, distrutto ma distruttore anche oggi”. Info: massidipasquale @gmail.com


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