Solo pochi anni or sono nel suo testo The End Of Nation States, l’economista Kenichi Ohmae, proponeva una teoria largamente condivisa inerente la caduta dei confini nazionali a favore dell’imperante sistema commerciale globalizzato. La teoria veniva portata agli estremi definendo il ruolo dello Stato-nazione come quello di un fossile ancora in vita, di un dinosauro incapace di fronteggiare la propria imminente estinzione. Alla base del pensiero di Ohmae, tutt’ora apprezzato da molti addetti ai lavori, vi era la constatazione che lo Stato è incapace di controllare energicamente, come in passato, i propri tassi di cambio, proteggendo la valuta e l’economia nazionale da sbalzi e pressioni esterne.
L’attuale situazione del Giappone sembrerebbe avvalorare questa tesi, laddove la stessa Bank of Japan risulta priva di mezzi efficaci ed effettivi per raffreddare lo yen, in controproducente ascesa da quindici anni sul dollaro americano. Questo punto di vista, in effetti, è confutato dalla realtà, dal momento che il Giappone è stato appena superato dalla Cina come seconda economia mondiale. In questo contesto la Cina non solo si presenta alla luce dei riflettori mondiali quale modello economico di successo, che in sei lustri ha mantenuto uno sviluppo medio del 10% annuo, ma conferma lo Stato come soggetto centrale dell’economia e della geopolitica. L’accresciuta leva finanziaria cinese ha da tempo iniziato a esercitare la propria pressione oltre confine, dall’Asia centrale fino all’Africa.
Contestualmente alle opportunità economiche legate all’approvvigionamento di energia e materie prime, la Cina si trova oggi ad affrontare problematiche di carattere territoriale che necessitano una risposta diplomatica e di soft power per cui non basta più la semplice dichiarazione di appartenenza della Repubblica popolare al club dei Paesi in via di sviluppo. La nuova e accresciuta potenzialità finanziaria dei Paesi del Bric, con la Cina in testa, ha decisamente riportato l’attenzione sul ruolo centrale dello Stato rispetto a una economia globalizzata legata ai confini virtuali di internet. Lo Stato è tornato, e con esso le problematiche e le dispute territoriali irrisolte. Pur risultando indubbio che i destini delle nazioni siano legati a filo doppio alle scelte economiche intraprese, è importante tener conto del ruolo dello Stato come attore primario rispetto all’operato delle multinazionali o delle economie regionali. In questo contesto la Cina si trova ad operare su svariati fronti, aperti a seguito delle scelte di investimenti diretti esteri o dovuti a fattori esogeni di instabilità politica. Ne consegue che la Repubblica popolare cinese deve affrontare contemporaneamente e su più confini scelte di soft power che solo pochi anni or sono risultavano appannaggio esclusivo di Stati Uniti e Russia. Mentre la politica estera dell’amministrazione Obama punta il dito sul Mar Cinese meridionale e sui problemi strategici legati al controllo delle rotte marittime e ai confini ancora irrisolti, altri Paesi come il Kirghizistan e il Kazakistan pongono l’accento sulle imprevedibili evoluzioni della situazione politica in alcune regioni dell’Asia centrale e sulle spinte indipendentiste della provincia cinese a maggioranza mussulmana dello Xinjiang. Da monitorare, anche il risorgere delle dispute territoriali con l’India nell’area dell’Arunachal Pradesh e la vacillante situazione politica thailandese sui confini meridionali.

Partendo dalla necessità impellente per la Cina di rivedere la propria politica in quelle aree cuscinetto situate nelle zone di confine, è fondamentale analizzare i recenti disordini scoppiati nella provincia autonoma dello Xinjiang. A tal fine, sarebbe opportuno includere la provincia all’interno di un puzzle più ampio, i cui tasselli sono composti dalle nascenti repubbliche centroasiatiche. Oltre ai problemi di stabilità sociale e sicurezza nazionale dovuti alle spinte autonomiste uigure, la Cina si trova a dover affrontare nuove situazioni di instabilità politica e focolai di conflitti etnici al di là delle proprie frontiere occidentali. Prodromo di futuri disordini, la crisi in Kirghizistan dell’aprile scorso che è sfociata nella pulizia etnica contro la locale minoranza uzbeka e un esodo di profughi che si è riversato anche sul vicino cinese. L’area che si estende dai confini cinesi occidentali sino all’Afghanistan e al Pakistan attuali, nel XIX secolo corrispondeva allo scacchiere su cui si fronteggiavano nel “Grande Gioco”, nome coniato per descrivere la lotta per la conquista di territori e rotte commerciali, l’Inghilterra della Compagnia delle Indie e la Russia in progressiva espansione dello zar Alessandro I. Lo stesso territorio che fu area di scontro nel conflitto russo-afghano degli anni Settanta, nonché teatro dell’odierna lotta al terrorismo, registra dunque l’entrata in scena di un nuovo attore, la Cina. Da quel che è dato conoscere, si può immaginare che Pechino percepisca la regione quale fertile terreno per i propri investimenti esteri, nonché come bacino preferenziale di approvvigionamento di materie prime, dall’uranio del Kazakistan al gas naturale dell’Azerbaigian. Seguendo il modello già sperimentato con successo in Africa, la Cina persegue la penetrazione all’interno del tessuto sociale ed economico dell’Asia centrale, sia con investimenti da parte delle aziende di Stato, sia con flussi di lavoratori migranti.
Nel contempo la Russia si trova in una posizione di presunta debolezza nella gestione di quella che è da due secoli la propria area cuscinetto, tenendo presente che l’esercito russo, provato dal recente conflitto ceceno, deve comunque mantenere una forza efficiente nel Caucaso per contenere le spinte del separatismo islamico. Inoltre Mosca conserva un canale di controllo indiretto nella regione, tramite i funzionari di Stato delle neonate repubbliche, la cui formazione si è svolta sui banchi delle maggiori università russe. Il fatto che interi ranghi di funzionari parlino russo e abbiano una conoscenza solamente sommaria delle lingue locali, appare più la norma che non un caso fortuito. Per quanto riguarda gli Usa, vi è una presenza militare radicata sul territorio con l’obbiettivo di coordinare la proiezione delle truppe nelle aree calde dell’Afghanistan e dei confini pakistani, ma non è ben delineata una linea d’azione tesa a un maggiore radicamento a lungo termine. È questo il contesto estremamente complesso in cui Pechino si è inserita con celerità sul piano economico-commerciale, rinviando ad un secondo momento il confronto politico con il vicino russo.
Passando da quello che i russi definiscono il “Teatro delle Ombre” sino ai confini con l’India, si pone attualmente per Pechino il pr oblema irrisolto della demarcazione dei confini dell’area himalayana della valle di Tawang. Una novità, in questo contesto, risulta essere l’aumento in termini qualitativi dell’Esercito di liberazione popolare che ha migliorato le proprie capacità di coordinamento aereo e di risposta rapida delle truppe di terra dislocate sui confini. Questo fattore non ha solo innervosito i vicini coreani e giapponesi a oriente, ma ha anche condotto l’India a potenziare nell’area le proprie truppe che ammontano a più di 100mila unità, secondo fonti dell’Economist Intelligence Unit. Al contrario della definizione di Ohmae, che descrive i confini odierni tra nazioni come mera rappresentazione grafica, la questione sino-indiana dell’Arunachal Pradesh è tutt’altro che risolta. Nel 1962 l’area è stata il sanguinoso teatro di un breve ma intenso confronto tra gli eserciti di Pechino e Delhi, culminato con migliaia di morti da entrambe le par ti. Attualmente tutti i 900 chilometri della linea di confine risultano ancora un limbo che lascia numerose zone in aperta contesa tra gli eserciti di due potenze nucleari. La bilancia commerciale tra i due Paesi, superiore ai 50 miliardi di dollari, ha sino ad ora congelato ogni pretesa e rivendicazione, ma la futura competizione per l’accaparramento di risorse naturali, non solo nelle aree limitrofe ma soprattutto nel continente africano, nonché l’influenza cinese sulla politica estera pakistana, possono in breve tempo minare quanto costruito esclusivamente sui pilastri della diplomazia economica.

Piuttosto che alle mire espansioniste di Pechino verso l’Asia centrale, la politica estera americana guarda con relativa preoccupazione al crescente peso geopolitico della Cina in relazione ai problemi di sovranità nel Mar Cinese meridionale. Il crescente peso economico della Cina in ambito Asean è apprezzabile non solo attraverso i numerosi investimenti diretti tramite il proprio fondo sovrano e le aziende di Stato, ma soprattutto prendendo in considerazione i recenti swap valutari che stanno por tando lo yuan a divenire la valu ta di riferimento per tutta l’area. Parallelamente al dissolversi del ruolo dello yen e al progressivo ritiro del Giappone dai progetti di cooperazione internazionale in Estremo Oriente, Pechino ha visto nell’ultimo decennio accrescere il proprio ruolo e la propria influenza. Sia il Giappone che gli Stati Uniti risultano impossibilitati a contrapporsi direttamente sul piano economico e finanziario all’espansione della macchina statale cinese. Ciononostante, dal punto di vista geopolitico la linea di condotta della presidenza Obama risulta molto chiara: sin dallo scorso luglio, durante la visita di Hillary Clinton in Vietnam, gli Stati Uniti hanno sottolineato come le dispute territoriali inerenti l’area del Mar Cinese meridionale debbano risolversi in ambito multilaterale comprendendo tutti i Paesi interessati, dalle Filippine alla Malesia, al fine di evitare che la Cina si imponga unilateralmente sui vicini più deboli. Dal canto suo, Pechino prosegue sulla strada degli accordi bilaterali, in un’area che ha già apertamente dichiarato essere di interesse nazionale e nella quale ha dislocato una marina militare in continuo aggiornamento e crescita.

Il ritorno dello Stato nella gestione diretta dell’economia ripropone quindi una serie di temi che si presumeva fossero oramai relegati ai libri di storia, dalla rettifica dei confini territoriali all’influenza sulle acque internazionali, lasciando così intendere come i legami dell’economia con la politica e la geografia siano tutt’altro che virtuali. Di conseguenza l’attenzione internazionale si dovrà esercitare non solo sul modello cinese del cosiddetto “socialismo di mercato”, etichettato come capitalismo autoritario o addirittura brutale, come recentemente ha scritto il NY Times, ma an che su come investimenti esteri da parte di aziende di Stato e strategie politiche a lungo termine possano trovare punti di convergenza anziché essere causa di attrito. Per concludere: la Cina, che ha rivelato non poche atipicità nel proprio percorso, sia storico che economico, rispetto alle teorie prevalenti, dovrà essere osservata con attenzione per verificare se l’ipotesi sostenuta da Ohmae possa ancora ritenersi valida.
Oggi gli Stati-nazione appaiono ancora estremamente vitali: ma se a Washington i tea parties chiedono assenza dello Stato nell’economia, in Cina lo Stato ha un ruolo centrale nello sviluppo, nella creazione di infrastrutture, nella corsa alle materie prime. Due modelli divergenti e che albergano forti rischi di conflittualità, accomunati tuttavia, per ora, dall’assenza di uno Stato sociale, prerogativa e vanto dei Paesi europei.


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