Distante mezz’ora di navigazione da Città del Capo, Robben è un’isola di medie dimensioni, piatta, quasi completamente priva di vegetazione. Qui
non piove mai, ma in compenso il vento non tace per un solo istante. Da quando venne scoperta dai viaggiatori europei è stata sempre utilizzata come luogo di deportazione, come colonia penale, come la più crudele prigione per ogni sorta di emarginati e sovversivi. I navigatori portoghesi che circumnavigavano l’Africa diretti verso le Indie gettavano sull’isola deserta i marinai ribelli. I coloni olandesi che, in fuga dalle persecuzioni religiose in Europa, giunsero qui nel XVI secolo e fondarono il loro Stato bianco in Africa, e anche gli inglesi, che arrivarono subito dopo di loro e li scon?ssero, spedivano a Robben i criminali e, anzitutto, coloro che, fra la gente del luogo, incitavano alla rivolta contro i bianchi. Già nel 1658 il capo dei coloni olandesi, Jan van Riebeck, con?nò sull’isola per insubordinazione Harry Hotentot, sua guida e traduttore locale. All’inizio del XIX secolo gli inglesi, che avevano sottratto agli olandesi la loro colonia a Città del Capo, fecero altrettanto con Makana, il leader del popolo ribelle Khos, da cui originano Nelson Mandela e la maggior parte degli attuali leader sudafricani. Qui venne allestita una colonia di lebbrosi e qui veniva trasportato dalla terraferma chi era considerato indemoniato, o malato di mente. Oltr e a questi reietti sull’isola non abitava nessuno. Solo colonie di pinguini, uccelli e foche. E pr oprio dalle foche trae origine il nome dell’iso la attribuitole dai coloni olandesi. Finché non vennero sterminate per la loro carne dai marinai e dai coloni, esse vivevano in grandi gruppi su queste rive rocciose. L’isola di Robben acquistò rilevanza internazionale e fama infausta solo all’inizio degli anni Sessanta, quando i governanti bianchi del Sudafrica decisero di deportarvi i leader della maggioranza di pelle nera che si ribellavano contro i principi dell’ apartheid stabiliti nel 1948, un sistema di segregazione che in sostanza coincideva con la discriminazione razziale dei neri. Nel 1961 vennero edi?cate sull’isola le prime istallazioni carcerarie, delle baracche a un solo piano. Il resto della prigione venne costruito dai condannati stessi, che venivano anche costretti a lavorare nelle cave di pietra. In lontananza potevano vedere il pro?lo del Tafelberg, ai cui piedi si estende Città del Capo. Nelson Mandela ?nì qui nel 1962. Due anni dopo venne portato a Pretoria per il processo che terminò con la sua condanna all’ergastolo. Tornò sull’isola come detenuto n. 46664 e avrebbe dovuto trascorrere il resto della vita in una cella così piccola che a malapena vi si poteva stendere una stuoia, e in cui dormiva su un pavimento di cemento. Solo nel 1978 le autorità acconsentirono a che le celle venissero fornite di brandine di ferro. Oltre a Mandela vennero condannati all’isola oltre tremila militanti del movimento di liberazione. Finirono qui quasi senza eccezione tutti i leader della rivolta: Walter Sisulu, amico e compagno di Mandela, Goven Mbeki, il padre del futuro presidente Thabo, successore di Mandela, Jacob Zuma, attuale presidente del Sudafrica, e anche Tokyo Sexwale, di cui si dice che sarà presidente dopo Zuma. Venne internato a Robben, dopo aver scontato una condanna a tre anni di carcere a Johannesburg, anche Robert Sobukwe, fervido nazionalista africano, che rimproverava a Mandela di aver accolto nel movimento di resistenza anche gli indiani e i bianchi. I governanti bianchi temevano così tanto il carisma di Sobukwe che lo fecero rinchiudere senza processo, e non in carcere, ma in un piccolo edi?cio speciale circondato da una rete, perché non avesse contatti con gli altri prigionieri. Per tutti i sei anni che trascorse sull’isola Sobukwe aveva il divieto di parlare. «Ho dimenticato come si faccia a parlare», confessò a Helen Suzman, deputata bianca dell’opposizione nel parlamento sudafricano, che combatteva per il miglioramento delle condizioni dei detenuti nell’isola di Robben.
Le autorità carcerarie designarono dei secondini specialmente addetti a veri?care che Sobukwe non scambiasse parola con nessuno. Uno di loro era Jan Moolman. «Sono arrivato qui nel 1963. Il governo aveva deciso che i secondini neri erano troppo delicati con i detenuti e avevano deciso di sostituirli con i bianchi», racconta Moolman. «Da quel momento in poi sull’isola c’eravamo solamente noi, le guardie carcerarie bianche, con le nostre famiglie, e i detenuti neri. Sull’isola non c’erano né detenuti bianchi né detenute donne». Le autorità carcerarie si aspettavano che i secondini facessero uso della violenza: ciò spinse Moolman ad abbandonare il servizio e a chiedere il trasferimento. Gli venne accordato e Moolman diventò il capitano del traghetto Susan Kruger, che da Città del Capo trasportava sull’isola persone e beni di prima necessità. Vi trasportava anche i nuovi detenuti in catene. Da quando, nel 1994, dopo le prime libere elezioni, il carcere sull’isola venne trasformato in museo, il capitano Moolman vi trasporta soprattutto gruppi di turisti stranieri in visita. «Tutti mi chiedono se ho conosciuto Mandela», dice. «Di Sobukwe, che aveva un carisma altrettanto forte, quasi nessuno si ricorda più». I gruppi di turisti portati sull’isola dall’ex secondino Moolman vengono accolti al porto dall’ex detenuto Banjamin Tau, che oggi fa la guida nel museo delle vittime dell’ apartheid in cui è stata trasformata la colonia penale. Banjamin Tau aveva ventiquattro anni quando, nel 1980, venne condannato a vent’anni di detenzione sull’isola di Robben. Era un membro dell’esercito clandestino partigiano del Congresso nazionale africano Umkhonto ve Sizve (La lancia del popolo). Avevano compiuto alcuni sanguinosi attentati con bombe, ma non avevano certo fatto tremare le basi dello Stato dell’ apartheid. Erano però riusciti a rovinare nel mondo l’immagine del Congresso, che passava per essere un movimento non violento, ispirato alla ?loso?a del Mahatma Gandhi. Benjamin Tau trascorse sull’isola undici anni, nel corso di due dei quali condivise la cella con Mandela. «Ho lasciato l’isola il 27 aprile del 1991 insieme all’ultimo gruppo di prigionieri politici liberati», racconta. «Nel 1982 Mandela venne trasferito dall’isola nel carcere di Città del Capo, e dopo a Paarl. All’inizio temevamo che i bianchi avrebbero cercato di ingannarlo, di spezzare il movimento di resistenza. Ma presto si resero conto che con Mandela non ce l’avrebbero fatta, e cominciarono a trattare. Quando, l’11 febbraio del 1990, lo lasciarono uscire di prigione, capimmo che la ?ne dell’apartheid era ormai solo una questione di tempo». Nel 1994 Nelson Mandela diventò il primo presidente nero della Repubblica Sudafricana. Tre anni dopo Benjamin Tau fece ritorno di propria volontà sull’isola di Robben, per mettersi a lavorare nel carcere in cui era stato rinchiuso anni prima.
Inizialmente il governo di Mandela voleva mantenere sull’isola la colonia penale, in cui sarebbero stati rinchiusi i delinquenti comuni. Ma Mandela stesso si oppose ai suoi ministri e li convinse che l’isola di Robben, con il suo tetro passato, sarebbe dovuta diventare un monumento in onore dei perseguitati (ancora di più lo sdegnarono le proposte di trasformare l’isola in un casinò e il carcere in un hotel di lusso, nel quale la stanza più cara sarebbe stata proprio la sua cella di un tempo). Alla ?ne ebbe la meglio e la colonia penale venne trasformata in museo delle vittime dell’ apartheid, in cui furono impiegati i secondini bianchi residenti sull’isola ed ex detenuti richiamati dalla terraferma. «Chi altri avrebbe potuto raccontare cosa succedeva qui, se non noi, gli ex detenuti?», risponde Benjamin Tau alla domanda su cosa avesse provato tornando sull’isola che era stata il suo carcere. «A dir la verità, questo è il mio primo vero lavoro. E il carcere e il tempo trascorso su quest’isola sono stati la cosa più importante che mi sia successa. Qui sull’isola posso parlarne, posso raccontare di me, cosa facevo, chi ero. Qui sono qualcuno. Al di fuori di quest’isola non signi?co nulla. Sulla terraferma, quando dico come mi chiamo mi chiedono se non sono per caso parente di Jimmy Tau, il calciatore dei Kaizer Chiefs di Johannesburg». Guidando i gruppi di turisti lungo i corridoi del carcere, nei cortili e nelle celle, Tau racconta delle regole che vigevano sull’isola quando era ancora una colonia penale. Venir spedito qui con una condanna a cinque, a dieci o a vent’anni signi?cava che vi avresti trascorso esattamente questo periodo, neanche un giorno di meno. Una condanna all’ergastolo signi?cava che avresti passato qui il resto della tua vita. Nessuna speranza di una revoca, di una grazia inaspettata. «Sull’isola, per controllarci, si sforzavano di scegliere delle guardie particolarmente brutali e ostili ai neri. A parte Mandela, che non ebbero mai il coraggio di toccare, venivamo tutti umiliati e picchiati a ogni passo», rammenta Benjamin Tau. «Lo zio Jan ( Oom Jan: è così che tutti sull’isola chiamano Moolman)? Non ho mai sentito nessuno parlarne male, ma gente come lui era un’eccezione». Nel suo giro con i turisti Benjamin T au ricor da sempr e che, ? n da quando l’isola era stata trasformata in colonia penale, nessuno era riuscito ad evaderne. Fuggire dall’isola avrebbe signi?cato non solo scappare da un carcere strettamene sorvegliato, ma anche superare a nuoto i dodici chilometri che la separano dalla terraferma nelle acque gelide e tempestose dell’Atlantico, infestate dai pescecani.
Nel 1920 Khosów Nxele, imprigionato dagli inglesi, sollevò una rivolta nel carcere, disarmò i secondini e riuscì persino, con i suoi uomini, a impossessarsi di un’imbar cazione appena attraccata al porto. Ma non erano capaci di guidare un veliero, e annegarono tutti. «Ce n’è stato anche un altro. Si chiamava Jeff Masemola e ?nì sull’isola negli anni Sessanta. Era un vero mago e riuscì a fare una copia delle chiavi di tutte le porte e di tutti i portoni, e una notte fuggì. Ovvero evase dal carcere, perché dall’isola non c’è via di fuga. Il giorno dopo tornò e bussò al portone, chiedendo di rientrare», racconta Benjamin Tau, ?ngendo di non fare attenzione ai turisti che si fanno fotografare nelle celle, attraverso le grate di porte sbattute con fracasso. «Non temeva i secondini, non aveva paura delle punizioni. Era condannato all’ergastolo. Che altro avrebbero potuto fargli?». Quando il carcere ancora era in funzione, sull’isola di Robben abitavano ?no a tremila persone, inclusi i secondini e le loro famiglie. «Avevamo una chiesa, una scuola, un uf?cio postale, un’osteria dove incontrarci bevendo una birra con i colleghi e i vicini di casa», rammenta il capitano Moolman. «Mio ?glio è nato qui, mia ?glia ci ha trovato marito. I ?gli dei secondini studiavano anche loro per fare i secondini e tornavano sull’isola. Credevamo nell’ apartheid, credevamo di non avere niente a che spartire con i neri e credevamo di dover mantenere a ogni costo la separazione. Credevamo che così andasse fatto». Quest’anno il capitano Moolman andrà in pensione. Sua moglie non vede l’ora. Vuole lasciare l’isola non appena il marito si toglierà la divisa, vuole comprare una casa vicino Città del Capo. I loro ?gli e nipoti, venuti al mondo sull’isola, già da tempo sono fuggiti sulla terraferma. «C’è sempre più gente che scappa da quest’isola», ammette Moolman.
Oltre a lui qui abitano ancora altre tre ex guardie che hanno trovato impiego sui traghetti e nel museo. Sull’isola praticamente non ci sono altri lavori. «Poco alla volta e sarà di nuovo deserta», dice Moolman guardando dal ?nestrino dell’automobile le stradine abbandonate della cittadina e le casette a un piano, simili a scenogra?e di cartone su un set cinematogra?co. Oggi su quest’isola ci sono appena centoventi persone. Centodue adulti e diciotto bambini, che frequentano la scuola locale dove lavorano due insegnanti. Le elezioni dello scorso anno qui sono state vinte dall’opposizione. Cinquantadue isolani hanno votato per l’Unione demo cratica, considerata un partito bianco e guidata dal sindaco di Città del Capo Hellen Zille. In cinquanta hanno votato per l’African National Congress di Nelson Mandela, al governo nella Repubblica Sudafricana dal 1994. «A parte il museo qui non succede nulla. Non c’è altro lavoro, non c’è nessuna occupazione, non si sa che fare», dice Moolman. «Per questo i giovani sognano di fuggire a Città del Capo, che dall’isola si vede come fosse a portata di mano. Devono comunque andare sulla terraferma se vogliono frequentare il liceo e l’università, o persino per fare compere o incontrare gli amici, e i traghetti sono spesso fermi a causa delle tempeste. I bambini sono così pochi che non hanno con chi giocare. E, da quando il cane di un vicino ha morso un pinguino, che è un animale protetto, sull’isola non possiamo neanche tenere i cani. Sono stato io a portare Mandela sulla ter raferma quando hanno deciso di trasferirlo a Città del Capo», ricorda ancora il capitano Moolman, che aggiunge che una volta lontano avrà nostalgia dell’isola. «Da noi si dice che sull’isola di Robben si piange due volte. La prima quando ci ar rivi, e la seconda quando te ne devi anda re. Una volta qui si stava bene. Ma mia moglie non fa altro che ripetere che qui non ci sono prospettive. Che è come stare in galera».