Si sono svolte ieri in un clima di tensione, in alcuni casi sfociato in veri e propri scontri e manifestazioni di violenza, le elezioni per la proclamazione del nuovo presidente dello Yemen, dopo i 34 anni del regime guidato da Abdallah Saleh.
Si tratta tuttavia di una sorta di prova plebiscitaria nei confronti di clui che per anni ne è stato il vice, ovvero Abd Rabbo Mansour Hadi, candidato unico alla carica presidenziale.
Dunque saranno soprattutto i dati dell'affluenza alle urne a rappresentare il metro per misurare la legittimità e il sostegno che il popolo avrà voluto esprimere nei confronti del nuovo capo dello Stato.
La candidatura unica di Hadi è il frutto dell'accordo fra Saleh e i suoi sostenitori da un parte e le forze di opposizione dall'altra, avvenuto sotto l'egida della Conferenza dei Paesi arabi del Golfo e con l'appoggio di Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite.
In cambio di una contestatissima (da parte dei suoi oppositori) immunità per il dimissionario presidente Saleh, attualmente negli Usa per sottoporsi a delle cure mediche, questi ha accettato di farsi da parte, rinunciando al potere e trasferendolo sostanzialmente nelle mani del suo vice, che formando un governo di unità nazionale, dovrebbe nei due anni di durata del suo mandato, guidare la transizione, in vista delle elezioni del 2014.
Ma se certamente Hadi non rappresenta il nuovo, essendo comunque legato al passato establishment che ha detenuto il potere per decenni, tuttavia molti oppositori del rais deposto hanno salutato con gioia l'appuntamento elettorale di ieri, visto come una significativa svolta e almeno come la fine dell'era Saleh.
E se la Primavera yemenita, a differenza di quelle che nei mesi scorsi hanno determinato la caduta di altri regimi decennali nei Paesi nordafricani, ha avuto il suo coronamento grazie a un compromesso politico-negoziale fra le parti, non appare del tutto sgombro da inquietudini l'orizzonte che si profila davanti al neopresidente Hadi.
Egli dovrà varare nei prossimi due anni una nuova Costituzione e preparare il terreno a elezioni multipartitiche, in un contesto tutt'altro che pacificato. Lo Yemen infatti è scosso da numerose tensioni di carattere autonomista, sia nel Nord che nel Sud e la situazione economica notevolmente depressa di certo non aiuta a stemperare le tensioni in atto.
Nel delicato processo di transizione politica, Hadi dovrà confrontarsi con i movimenti autonomisti meridionali, che a partire dalla città portuale di Aden, rivendicano il distacco dal resto del Paese, riunificato solo nel 1990.
I separatisti del Sud hanno promosso il boicottaggio delle elezioni in corso e a Aden, a metà giornata, sono stati chiusi almeno il 50% dei seggi, a causa degli scontri e delle violenze in corso, che hanno provocato la morte di due civili (uno dei quali era un bambino), di un poliziotto e di un soldato. In altre città del Sud si sono verificate proteste con morti e feriti.
Ma anche nel Nord del Paese il movimento secessionista sciita degli Huti ha denunciato l'imperfezione di questo processo di transizione e ha invitato la popolazione a non recarsi alle urne.
Tuttavia, secondo la Commissione centrale per le elezioni, l'affluenza è stata superiore a quanto ci si potesse attendere alla vigilia, in un Paese scosso dalla guerra civile. In molte città si sono registrate file di uomini e donne davanti ai seggi in attesa di poter esprime re il proprio voto.
Si dovranno comunque attendere alcuni giorni per conoscere i risultati definitivi e poi, data pressoché per scontata l'elezione di Hadi alla presidenza, si vedrà come egli riuscirà a condurre il Paese nei prossimi due anni, fra insidie separatiste, pericolo islamista (alcune zone del Paese sono sotto il controllo di militanti jihadisti legati ad Al Qaeda), povertà e diffuso malessere sociale, cui vanno sommate le difficoltà che incontrerà il nuovo presidente per garantire un effettivo cambio della guardia, una reale svolta dopo più di trent'anni di regime.
Molti ruoli chiave nell'amministrazione e nei vertici del potere politico ed economico sono infatti ancora occupati saldamente da uomini e familiari del vecchio presidente: il figlio di Saleh, a capo della Guardia repubblicana, non nasconde le proprie ambizioni in vista delle presidenziali del 20104. E lo stesso Saleh non fa mistero di voler tornare nel Paese per riprendere la leadership del suo partito, il Congresso generale del popolo.