Il pugno di ferro con cui il regime di Damasco seguita a reprimere le manifestazioni di protesta dei dimostranti che da mesi chiedono più libertà e democrazia in Siria provoca ancora morti e feriti.
Ieri a Deraa, la città del Sud del Paese da cui a marzo è partita l'ondata di contestazioni contro il presidente Assad, contava a decine le vittime degli scontri fra insorti e forze di sicurezza.
Secondo fonti di un'organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani nel Paese, sarebbero circa settanta i morti fra civili e soldati, ma non è facile stabilire con certezza le cifre di questa mattanza pressoché quotidiana, dal momento che non è permesso ai giornalisti stranieri di entrare nel Paese.
Frattanto, sul fronte diplomatico, sostanzialmente si registra l'attrito fra due contrapposte "coalizioni": da una parte l'Unione Europea, la Turchia e la Lega Araba condannano senza mezzi termini le violenze del regime di Damasco. La Lega Araba ha sospeso la Siria, il re giordano Abdallah ha esplicitamente dichiarato che secondo lui il presidente Assad dovrebbe dimettersi e dialogare con l'opposizione per consentire una transizione democratica e pacifica. Per tutta risposta una folla di sostenitori del regime ha assaltato l'ambasciata giordana nella capitale siriana, sostituendo la bandiera con un vessillo di Hezbollah.
Il ministro degli Esteri siriano, Moualem, oltre a dirsi certo che il suo Paese non farà la fine della Libia, ha dichiarato che la decisione della Lega Araba di sospendere Damasco è un passo pericoloso che mette a rischio l'azione araba congiunta. Inoltre, pur biasimando l'azione dei manifestanti a favore del regime di Assad, che nel fine settimana passato hanno assaltato altre sedi diplomatiche, e scusandosene pubblicamente, ha ribadito il convincimento secondo cui la Lega Araba avrebbe agito eterodiretta dagli Usa, che non perdonerebbero alla Siria il suo forte legame con l'Iran, il cui programma nucleare è al centro dell'attenzione della comunità internazionale, dopo che i rapporti dell'Aiea hanno avanzato forti dubbi sugli scopi esclusivamente civili dello stesso.
E il sostegno di Mosca a Damasco ha creato una sorta di triplice asse con Teheran, che rende peraltro complessa la strada verso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, come invece avvenne per la creazione della no fly zone sulla Libia, avvio dell'intervento Nato nel Paese nordafricano. Ma in quel caso fu determinante l'astensione di Russia e Cina.
Comunque il ministro degli esteri russo Lavrov ha in programma la visita del presidente del Consiglio nazionale siriano, coalizione d'opposizione al regime di Assad, per trovare una possibile via d'uscita alla crisi in atto nel Paese.
Anche la Lega Araba invierà in Siria prossimamente un'ampia delegazione, formata da rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani, dei media e militari.
La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Davutoglu, si schiera decisamente dalla parte del popolo che chiede democrazia e libertà e minaccia "un approccio più deciso" nei confronti di Damasco.
La partita è dunque aperta, ma nel frattempo, nelle strade e nelle piazze di Siria si continua a morire.